Artemisia Gentileschi
pittrice e combattente

Artemisia Gentileschi, Annunciazione - Orazio Gentileschi olio su tela 1623 - Torino Galleria Sabauda

Annunciazione – Orazio Gentileschi olio su tela 1623 – Torino Galleria Sabauda

«L’unica donna in Italia che abbia mai saputo che cosa sia pittura, e colore, e impasto, e simili essenzialità. […] Nulla in lei della peinture de femme che è così evidente nel collegio delle sorelle Anguissola, in Lavinia Fontana, in Madonna Galizia Fede, eccetera […] [Riferendosi al Giuditta e Oloferne]. Ma vien voglia di dire questa è la donna terribile! Una donna ha dipinto tutto questo! […] che qui non v’è nulla di sadico, che anzi ciò che sorprende è l’impassibilità ferina di chi ha dipinto tutto questo ed è persino riuscita a riscontrare che il sangue sprizzando con violenza può ornare di due bordi di gocciole a volo lo zampillo centrale! Incredibile vi dico! Eppoi date per carità alla Signora Schiattesi – questo è il nome coniugale di Artemisia – il tempo di scegliere l’elsa dello spadone che deve servire alla bisogna! Infine non vi pare che l’unico moto di Giuditta sia quello di scostarsi al possibile perché il sangue non le brutti il completo novissimo di seta gialla? Pensiamo ad ogni modo che si tratta di un abito di casa Gentileschi, il più fine guardaroba di sete del ‘600 europeo, dopo Van Dyck».
Con queste parole Roberto Longhi nel suo articolo “Gentileschi padre e figlia” del 1916 riabilitò la figura artistica di Artemisia Gentileschi, liberandola dai pregiudizi sessisti che la opprimevano da secoli. Tali pregiudizi erano sorti dopo lo stupro subito da ragazza e dopo il processo contro il violentatore. Costui era un pittore, Agostino Tassi, che il padre di Artemisia, Orazio, aveva assoldato perché insegnasse alla figlia la tecnica del trompe-l’oeil, tecnica in cui era abile.
Il Tassi aveva una cattiva fama, conosciuto come un avventuriero vanaglorioso, era uno scialacquatore, coinvolto in varie vicende giudiziarie, ma il Gentileschi, che collaborava con lui nel decorare una sala di Palazzo Rospigliosi, lo stimava per il suo talento. Un giorno, dopo alcuni vani approcci, il Tassi, approfittando dell’assenza di Orazio, violentò Artemisia con la compiacenza di Cosimo Quorli, furiere della camera apostolica, e di una certa Tuzia, donna a servizio dai Gentileschi.

Artemisia Gentilaschi, Giuditta e Oloferne - Artemisia Gentileschi olio su tela - Firenze Uffizi

Giuditta e Oloferne – Artemisia Gentileschi olio su tela – Firenze Uffizi

«Serrò la camera a chiave e dopo serrata mi buttò su la sponda del letto dandomi con una mano sul petto, mi mise un ginocchio fra le cosce ch’io non potessi serrarle et alzatomi li panni, che ci fece grandissima fatiga per alzarmeli, mi mise una mano con un fazzoletto alla gola e alla bocca acciò non gridassi e le mani quali prima mi teneva con l’altra mano mi le lasciò, avendo esso prima messo tutti due i ginocchi tra le mie gambe e appuntendomi il membro alla natura cominciò a spingere e lo mise dentro. E li sgraffignai il viso e li strappai li capelli e avanti che lo mettesse dentro anco gli detti una stretta al membro che gli ne levai anco un pezzo di carne».
Era il 1611 e anche allora esisteva il matrimonio riparatore, ma il Tassi era sposato per cui Orazio Gentileschi lo portò in tribunale per salvaguardare l’onore della figlia. Dagli atti del processo si sa che la giovane dovette testimoniare sotto tortura con le mani strette in una sibilla con anelli di corda che le stringevano le dita fino a strizzarle. «Questo è l’anello che mi hai dato e queste sono le tue promesse» urlò Artemisia al suo assalitore. Fu inoltre costretta ad essere esaminata da delle ostetriche davanti al giudice. Il Tassi fu condannato e tra la prigione e l’esilio, scelse di andarsene anche se di fatto rimase a Roma. Questo evento influenzò la vita e l’arte della pittrice.
Artemisia nacque a Roma l’8 luglio 1593 da Orazio e Prudenzia di Ottaviano Montoni, primogenita di sei fratelli. Rimasta orfana di madre nel 1605, la fanciulla si assunse la responsabilità della conduzione familiare: dalla gestione della casa alla custodia dei suoi tre fratelli minori, ma cominciò anche a pitturare seguendo il padre quando dipingeva e cercando di emularlo.
Nei suoi primi dipinti copiava le xilografie e le incisioni, che Orazio possedeva, e andava formandosi artisticamente grazie alla conoscenza della pittura di Caravaggio, che spesso si recava nello studio del padre per procurarsi le travi da sostegno per le proprie opere. Seguendo le regole paterne, lei dipingeva in casa non potendo usufruire delle stesse opportunità dei colleghi maschi: la pittura infatti era allora considerata un’attività quasi esclusivamente maschile. Roma era in quel momento un grande centro artistico e culturale, fervente anche socialmente. Nonostante i numerosi mendicanti, prostitute e ladri, giungevano in città tanti pellegrini e tanti artisti.

Galileo Galilei – busto posto sulla facciata della villa Il Gioiello – Arcetri – Firenze

Risale al 1610 la sua prima opera degna di rilievo: Susanna e i vecchioni dove si sente il realismo del Caravaggio, e l’influenza della scuola bolognese dei Carracci. Poi arrivò il Tassi, la violenza e il processo. Il 9 novembre 1612, il giorno successivo alla conclusione del processo, Artemisia sposò Pierantonio Stiattesi, un pittore che aveva la fama di vivere di espedienti. Le nozze erano state organizzate dal padre con l’intento di riabilitare l’onore della figlia. Gli sposi si trasferirono a Firenze e per Artemisia fu un bene allontanarsi dal padre e dalle malelingue della sua città.
Governava allora Firenze Cosimo II de’ Medici, che si interessava di musica, poesia, scienza e pittura, e Artemisia venne introdotta alla sua corte dallo zio Aurelio Lomi, fratello di Orazio. Qui ebbe a conoscere artisti e uomini di cultura tra cui Galileo Galilei, con il quale ebbe una fitta corrispondenza epistolare, e Michelangelo Buonarroti il giovane, nipote del celebre artista, che le procurò numerosissime commissioni. È di questo periodo l’Allegoria dell’Inclinazione, commissionatale dallo stesso Buonarroti.
Il 19 luglio 1616 venne ammessa alla prestigiosa Accademia delle arti del disegno di Firenze e vi rimase iscritta fino al 1620: fu la prima donna ad avere un tale privilegio. Cosimo II, riconoscendo il talento di Artemisia, fu suo mecenate e per lei fu un bel periodo sia per la sua produzione artistica sia per le relazioni socioculturali intraprese. Una delle sue tele conservate alla Galleria degli Uffizi è la Giuditta che decapita Oloferne (1612/1617) dove il feroce delitto presenta dei dettagli macabri che fanno ricordare Caravaggio. Un’opera catartica per Artemisia: ottenere giustizia per la violenza da lei subita, non solo fisicamente, in una società dominata dagli uomini. Seguì poi Giuditta e la sua ancella dove l’eroina si butta la spada alle spalle, mentre controlla che nessuno si accorga della testa di Oloferne nel cesto che porta a guisa di una borsa.

Caravaggio – Cena in Emmaus – 1596-98 olio su tela – Londra National Gallery

Nella sua vita privata invece non funzionavano i rapporti col marito che, oltre ad essere piuttosto freddo nei confronti della moglie, aveva accumulato ingenti debiti. Ebbero comunque quattro figli: il primogenito Giovanni Battista, seguito da Cristofano e dalle figlie Prudenzia (spesso nominata come Palmira) e Lisabella. La situazione degenerò quando scoppiò lo scandalo per la relazione clandestina di Artemisia con Francesco Maria Maringhi. Nel 1620 Artemisia chiese al granduca l’autorizzazione di tornare a Roma per rimettersi da «molte mie indisposizioni passate alle quali sono giunti anche non pochi travagli dalla mia casa e famiglia» e vi ritornò nello stesso anno.
Nel 1621 seguì il padre Orazio a Genova dove conobbe van Dyck e Rubens. Poi ritornò a Roma dove dipinse Ritratto di gonfaloniere e dove si fece apprezzare per il suo talento. Libera dall’influenza del padre, usciva liberamente per ammirare il patrimonio artistico romano, sia classico sia contemporaneo, e strinse nuove amicizie con personalità dell’arte e della cultura. Di questo periodo è l’unico suo quadro datato Giuditta con la sua ancella, che ripropone il tema di un’altra sua opera del periodo fiorentino. Nonostante tanti apprezzamenti per i suoi ritratti e le scene bibliche delle sue pitture, le fu preclusa la possibilità di dipingere affreschi e pale d’altare. Finì per stabilirsi a Venezia in cerca di commesse più redditizie.

Carlo I Re d’Inghilterra – Greenwich – National Maritime Museum

Nell’estate del 1630 Artemisia si recò a Napoli, pensando a nuove possibilità di lavoro in quella città dove rimase, ad eccezione di un viaggio a Londra, fino alla morte. A Napoli fu in buoni rapporti con il viceré Duca d’Alcalà ed ebbe relazioni amichevoli con gli artisti più apprezzati, come del resto lo era anche lei. Per la prima volta, fu incaricata di dipingere tre tele per una chiesa, la cattedrale di Pozzuoli al Rione Terra: San Gennaro nell’anfiteatro di Pozzuoli, l’Adorazione dei Magi e I Santi Procolo e Nicea.
Sono di quel periodo anche la Nascita di San Giovanni Battista e Corisca e il satiro, che facevano parte di un ciclo di tele monumentali a tema mitologico e religioso, destinato al Palazzo del Buon Ritiro di Madrid, alla cui realizzazione presero parte anche Paolo Finoglio e l’amico Massimo Stanzione.
A Londra Artemisia arrivò nel 1663 per raggiungere il padre Orazio, e collaborare con lui, che era diventato pittore di corte e aveva ricevuto l’incarico della decorazione di un soffitto (Allegoria del Trionfo della Pace e delle Arti) nella Casa delle Delizie della regina Enrichetta Maria, a Greenwich. Carlo I, che era un collezionista fanatico, la stimava tanto che nella sua collezione privata pare vi fosse un suo quadro: l’Autoritratto come allegoria della Pittura. Artemisia tornò qualche anno dopo a Napoli, dove conobbe e collaborò con il collezionista don Antonio Ruffo di Sicilia, suo mentore e buon committente. Di questo periodo sono Susanna e i vecchioni e Madonna e Bambino con rosario. L’ultima lettera al suo mentore a noi nota è del 1650 quando l’artista era ancora in piena attività.
Negli ultimi anni l’aiutò nel lavoro il suo assistente Onofrio Palumbo. Si presume che Artemisia sia morta durante la devastante peste del 1656 che colpì Napoli, e fu seppellita presso la chiesa di San Giovanni Battista dei Fiorentini, sotto una lapide su cui erano impresse due semplici parole: «Heic Artemisia», lapide poi perduta, come per tanto tempo si perse memoria della pittrice, preferendo ricordare e talvolta disprezzare le sue vicende personali.

Vittorio Sgarbi – IlGraffio.net

L’Artemisia pittrice fu riabilitata solo a partire dal 1916, anno in cui fu pubblicato l‘articolo di Roberto Longhi che la liberava dai preconcetti legati alla sua vita, per metterne in luce il suo talento come pittrice.
«Artemisia Gentileschi» secondo Vittorio Sgarbi «è stata la prima femminista della storia, particolarmente fiera e coraggiosa. La prima a denunciare la violenza sessuale subita da Agostino Tassi. Nella sua “Cleopatra” Artemisia incrocia una condizione psicologica assolutamente unica, ribaltando il rapporto con l’uomo, diventando dominante. E lei che piega a sé il potere attraverso la bellezza e sembra dire: “Antonio, Cesare, Pompeo, sono stati le mie amanti… io li ho posseduti, io li ho conquistati. Il mio impero è stato più vasto ed esteso di quello romano. Era un impero dei sensi».
Artemisia fin da giovane oltre al talento artistico, aveva un carattere forte, poco disposta alla sottomissione verso il padre, che la teneva chiusa in casa e le voleva imporre i lavori domestici, e verso la società di allora, prettamente maschilista, che riteneva la pittura lavoro esclusivamente da uomini. Era anche bella, tanto da attirare sguardi e maldicenze, per questo il padre aveva deciso di prendere in casa Tuzia, per farle compagnia e per controllarla. La stessa che la tradì, favorendo lo stupro e testimoniando il falso durante il processo. La sua vita fu contraddistinta da questa prima violenza, dai tradimenti, dalle umiliazioni subite durante e dopo il processo, ma anche dalla forza, dal coraggio e dalla resilienza da lei mostrate.