Ottanta anni fa
il voto alle donne

voto alle donne, Paola Cortellesi vota nel film "C'E' ANCORA DOMANI"

Paola Cortellesi vota nel film “C’E’ ANCORA DOMANI”

Alla fine, dopo infiniti tentativi durati decenni, promesse fatte e rimangiate, quel foglio stampato, il decreto luogotenenziale del 10 marzo 1946, approvato dalla Consulta nazionale (l’assemblea legislativa del Regno d’Italia provvisoria e non elettiva), della quale fanno parte 13 donne, decreta il voto alle donne come elettorato attivo e passivo.

«L’Angelo della famiglia. Madre, sposa, sorella, la donna è la carezza della vita, la soavità dell’affetto diffuso sulle fatiche, un riflesso sull’individuo della provvidenza amorevole che veglia sull’umanità», nonostante questa descrizione del padre della Giovine Italia, Giuseppe Mazzini, sulla donna che sembra fare rima con l’angelo del focolare e con tutti gli altri luoghi comuni utili soltanto a relegare e lasciare la donna fuori della politica degli “uomini”, fu proprio Giuseppe Mazzini che nel 1849 durante la Repubblica Romana sostenne il suffragio universale maschile e femminile, attivo e passivo.
Tanto che sovente apostrofava i suoi compagni in questo modo: «Amate e rispettate la donna. Non cercate solamente in essa un conforto ma una forza e un’ispirazione, un raddoppiamento delle vostre facoltà morali e ideali. Cancellate ogni forma di superiorità».

Una protesta femminista a Roma

La conquista del diritto al voto è per le donne una storia che parte da lontano, tra promesse, ipotesi legislative e proposte disattese. La maggior parte dei tentativi, anche se alla fine mai realizzati, riguardano le elezioni amministrative, di quelle politiche si parla pochissimo. Le prime timide avvisaglie, senza risalire più indietro, possono essere fissate in concomitanza con la nascita del Regno d’Italia nel 1861 e vanno avanti fino ad arrivare alla vigilia della Prima Guerra Mondiale.
Nel corso degli anni fioccano le proposte dei parlamentari di riconoscere il diritto di voto alle donne e non mancano le petizioni delle donne in questo senso, purtroppo tutti i tentativi sono destinati al fallimento, non si tratta di questioni di principio, semplicemente l’obiezione maschile fa ricorso al ruolo familiare della donna che non le consentirebbe la cittadinanza. Nella dizione in uso all’epoca, infatti per “cittadini dello Stato” si identificavano soltanto gli uomini.
Le numerose critiche all’iniziativa della candidatura trovano spiegazione in quello che all’epoca era il pensiero dominante del Regno, pensiero ben descritto su La Tribuna da Giuseppe Piazza: «Anziché un’adeguata preparazione per presieder domani una qualche Commissione di bilancio ha impiegato la sua vita in due cose, a scriver romanzi e a partorire degli ottimi figliuoli… Due cose delle quali l’ultima soprattutto è troppo grande per darle tempo e volontà di essere femminista e deputata». Nonostante gli infiniti pregiudizi la battaglia è vinta e le donne si preparano al voto per le elezioni del 2 giugno 1946, si recheranno in massa, più numerose degli uomini.