Giorgia Meloni sprizza gioia. La longevità del governo è un traguardo insperato. Volata al potere per il vento di destra populista e sovranista, è antitetica al riformismo. Guida il governo più longevo: 1.413 giorni di vita alla boa di venerdì 4 settembre, ha battuto anche il primato del Berlusconi II. La presidente del Consiglio scrive sui canali Internet: «Il nostro Governo diventa il più longevo della storia della Repubblica».

Giorgia Meloni festeggia a Bari il record di longevità del suo governo
È soddisfatta per il record di durata del suo ministero di destra-centro. Respinge le critiche delle opposizioni sulla scarsità di risultati: con la stabilità politica «i risultati ci sono». Parlando alla festa organizza da Fratelli d’Italia al porto di Bari sul record di longevità del governo sostiene tra gli applausi: «La stabilità è la prima grande riforma», basta ribaltoni, non mollerà mai. Sarà, ma proprio vicino a Bari, dove festeggia il record della longevità del governo, c’è l’ex Ilva di Taranto in agonia, un tempo la più grande acciaieria d’Europa. Non è un simbolo di successi. Certamente i quattro anni di vita dell’esecutivo Meloni sono un primato ma sui risultati il bilancio è mediocre: l’Italia è il fanalino di coda tra i paesi occidentali per i parametri economici e sociali. Anche sul piano internazionale, tanto caro alla presidente del Consiglio, ha un ruolo marginale e non riesce a incidere né sulla guerra in Ucraina né su quella in Medio Oriente. Il governo Meloni galleggia: non è presente né tra i protagonisti (Usa, Cina, Russia) né tra i coprotagonisti (Germania, Regno Unito, Francia) della politica estera.
Il ministero Meloni è scosso al suo interno dai forti contrasti tra Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia e all’esterno dalla tumultuosa ascesa di Futuro Nazionale. Tra Meloni, Salvini, Tajani è gara aperta sulle sparate populiste e sovraniste su migranti, sicurezza pubblica, calo delle tasse, caro energia, aumento degli stipendi, accesso anticipato alla pensione. Il rituale è quello degli scorsi anni alla vigilia delle numerose consultazioni amministrative. Ma questa volta c’è anche la “destra vera” di Vannacci in corsa per le elezioni politiche del 2027. E l’ex generale con i secchi no a nuovi aiuti militari dell’Italia all’Ucraina rischia di far saltare la maggioranza attraversata da simili umori di pacifismo pro Putin.

Ex Ilva di Taranto
L’ex Ilva a rischio chiusura è una delle vittime dell’assenza di una politica industriale dell’esecutivo più longevo della Repubblica. Il riformismo dei governi della Prima Repubblica trasformò l’Italia distrutta dalla Seconda guerra mondiale in una grande democrazia basata sui diritti dei lavoratori, in un paese con un forte sistema industriale, una prospera economia e un evoluto stato sociale. Quegli esecutivi duravano in media due-tre anni ma avevano continuità perché dotati di una visione comune di società libera e più giusta. Così si spiegano i grandi risultati.
Uno degli strumenti del riformismo cattolico e laico-socialista furono le Partecipazioni statali. L’Iri, l’Eni, l’Enel erano una realtà dinamica. La galassia di aziende industriali pubbliche italiane diramata in ogni settore (energia, chimica, siderurgia, auto, navalmeccanica, telecomunicazioni, alimentare, trasporto aereo, trasporti marittimi, assicurazioni, autostrade) era un potente motore di sviluppo economico reso potentissimo da Fanfani negli anni Cinquanta con il varo del ministero delle Partecipazioni statali. Le Partecipazioni statali, pur tra tanti difetti, avevano due grandi pregi ignoti alle imprese private: avevano una visione di politica industriale, vantavano l’innovazione e i profitti ma tenevano conto delle esigenze sociali dei territori.

Aldo Moro
Negli anni Sessanta, con l’ingresso del Psi nei governi a trazione Dc, la cifra del riformismo dei diritti sociali e civili crebbe. Si accentuò la valenza sociale delle Partecipazioni statali senza abbandonare la capacità di competere sui mercati verificata con l’esistenza dei profitti. Le banche pubbliche (Commerciale, Credito italiano, Bnl e l’anomala Mediobanca) furono i polmoni finanziari di una grande espansione industriale. Il capitalismo di Stato si mostrò molto più efficiente di quello privato. La grande ascesa economica permise all’Italia perfino di far parte come paese fondatore del G7, dalla metà degli anni Settanta.
Il capitalismo di Stato si mostrava molto efficiente. Negli anni Ottanta l’Italia continuò a mietere successi: il sistema industriale si espanse ancora e il reddito nazionale tornò ad aumentare in modo sostenuto vincendo recessione e inflazione. L’Italia fu tra i paesi fondatori del sogno europeo: prima la Ceca, poi la Cee, quindi la Ue. I successi arrivarono nonostante le sanguinose imprese del terrorismo rosso e nero che segnarono gli anni Settanta e Ottanta.
Ma a qualcuno non piaceva il successo dell’Italia. In particolare pare che non piacesse all’alta finanza anglo-americana. I governi Usa, soprattutto, non avevano mai nascosto il “fastidio” per l’autonomia internazionale perseguita da personaggi come Fanfani, Moro, Nenni, Craxi, Andreotti. Il miracolo del riformismo italiano finì con Tangentopoli e la morte della Prima Repubblica. Nel mirino sembrò finire l’autonomia della politica e la concorrenza del sistema industriale italiano. I partiti tradizionali furono distrutti e sostituiti da quelli nuovi, populisti e leaderisti (Forza Italia e Lega Nord). Le aziende pubbliche furono vendute e anche svendute ai privati (molte non hanno fatto una bella fine).

Bettino Craxi e Ronald Reagan
La longevità del governo è un tonico tuttavia oggi i dati ci dicono che abbiamo una economia quasi stagnante (fa boom solo il turismo) nonostante la robusta flebo dei fondi europei del Pnrr, i salari tra i più bassi del mondo occidentale, un welfare a pezzi, enormi disuguaglianze sociali. Come scrive Felice Saulino su Sfoglia Roma, il reddito nazionale italiano dal 1990 è calato in media del 6% in termini reali mentre quello di paesi come Francia, Germania, Regno Unito è salito del 30%. Trent’anni fa l’Italia, invece, aveva un reddito nazionale pressocchè uguale a quello degli altri grandi paesi europei. La Terza repubblica che abbiamo in dote annaspa tra immobilismo e promesse mirabolanti non mantenute. Il populismo cortese di Berlusconi, messianico di Grillo, patriottico di Meloni, bellicoso di Salvini, nazionalista di Vannacci hanno fatto flop o cercano nuove strade.
Il liberismo sfrenato lanciato dagli Usa negli anni Ottanta, come scrive Alessandro Erasmo Costa su Sfoglia Roma, ha avuto effetti catastrofici con la globalizzazione.

Conte, Bonelli, Schlein, Fratoianni, Fico
Il capitalismo selvaggio, le delocalizzazioni industriali hanno devastato l’occupazione e la capacità produttiva dei paesi occidentali, hanno impoverito il ceto medio e hanno fatto decollare la Cina come super potenza mondiale. Le disuguaglianze sociali tra ricchi e poveri si sono allargate a livelli inimmaginabili nel mondo e in Italia.
John Maynard Keynes teorizzò la salvezza nell’intervento pubblico dello Stato in economia. Il presidente Franklin Delano Roosevelt seguì i consigli dell’economista britannico e gli Stati Uniti non solo superarono la Grande depressione degli anni Venti-Trenta ma divennero la prima super potenza del mondo. Adesso Donald Trump è il campione mondiale del populismo e del sovranismo. Si è arrivati al punto che le grandi multinazionali tecnologiche dominano le Borse internazionali ma anche le scelte politiche.
Nelle elezioni politiche di fine 2027 (forse anticipate in primavera) le opposizioni (sinistra, centristi, cinquestelle), come rivelano i sondaggi, avrebbero grandi possibilità di battere l’attuale maggioranza di destra-centro. Ma non esiste nelle opposizioni una politica riformista alternativa, un programma credibile e nemmeno un leader capace di proporla. Come fare? Pietro Nenni diceva: «Il socialismo è portare avanti tutti quelli che sono nati indietro». E l’anno prossimo si vota.
