La tassa rebus
sugli extraprofitti
di petrolieri-banche

A seguito dei rincari di gas e petrolio le società titolari di queste fondamentali fonti di energia hanno realizzato immensi e imprevedibili profitti dovuti al bando dell’acquisto del petrolio russo (dopo l’invasione dell’Ucraina) e al blocco dello Stretto di Hormuz. Naturalmente il fortissimo rincaro del prezzo delle fonti energetiche ha colpito i cittadini in quasi tutti i paesi ed ha posto urgentemente all’attenzione della politica, questo grave problema.

Extra profitti, Stazione di benzina a Roma

Stazione di benzina a Roma

In particolare si è acceso fra i politici e i media, il problema di offrire un aiuto concreto soprattutto alle fasce più deboli della società, colpite dall’aumento dei prezzi dei prodotti di base, delle bollette e dei carburanti. Alcuni hanno quindi lanciato l’idea di tassare gli extra-profitti delle compagnie energetiche, ma anche delle banche, che hanno anch’esse tratto vantaggio dalla crisi.
Qualche politico, ma anche molti esperti, hanno giustamente criticato il concetto di extra profitti, considerato inapplicabile o privo di senso. Come si possono determinare extra-profitti, rispetto ai profitti che sarebbero considerati normali? E come si potrebbe adottare una tassa speciale per questi profitti straordinari? Chi colpirebbe tale tassa? E anche se si passasse ad un contributo volontario di banche e società energetiche, in base a quali parametri esso verrebbe calcolato e quanto durerebbe?
In realtà nessuno ha fatto notare che il problema è molto più antico, e deriva dall’affermarsi del libero mercato nel mondo occidentale, soprattutto con riferimento alla presenza dello Stato nell’economia. In questo breve articolo non c’è spazio per un esame della storia del liberismo economico. Basterà ricordare che i suoi primi fautori come Adam Smith e David Ricardo avevano concepito il liberismo economico dalla fine del 1700, soprattutto per limitare la presenza dominante dello Stato nell’economia, favorendo il più possibile la libertà dei privati.
Anche la scuola austriaca con il suo più importante rappresentante, il premio Nobel Friedrich Hayek, aveva continuato a teorizzare il massimo livello di libertà per l’economia privata. Appare chiaro che fino agli inizi del Novecento i pensatori del liberismo avessero soprattutto l’obiettivo di limitare la presenza dello Stato nell’economia.
Finalmente però il grande economista inglese John Maynard Keynes, con il suo famosissimo saggio The General Theory of Employment, Interest and Money, (1936), ha sostenuto la necessità dell’intervento pubblico statale nell’economia per il governo della moneta ma anche per sopperire a eventuali gravi problemi di occupazione.

Romano Prodi

In Italia nel 1933, durante il regime fascista, era stato creato l’Istituto per la Ricostruzione Industriale (Iri), anche perché tutti i governi autoritari non rinunciano mai a un controllo sull’economia. L’IRI è stato poi dissolto nel 2000, ad opera del governo Prodi. Non si può negare che molte delle società industriali e di servizi partecipate dall’ri, presentassero gravi perdite che appesantivano il bilancio dello Stato impedendo all’Italia di allinearsi ai parametri richiesti dall’Europa.
Però, invece di liquidare le strutture in perdita, Romano Prodi decise di chiudere l’Iri, privando il paese anche di alcune punte di diamante, soprattutto del settore dei servizi, che avevano dato un contributo importante per la presenza italiana sui mercati internazionali. Ebbi l’occasione di lavorare con la società IFAGRARIA (allora Iri) che vantava un nucleo di professionisti qualificatissimi, capaci di vincere le gare della Banca Mondiale, come del resto avveniva per Condotte D’Acqua, un’altra società del gruppo.
Romano Prodi, a differenza dei grandi politici della Prima Repubblica, non fece distinzioni e, liquidando l’Iri, finì per gettare il bambino con l’acqua sporca.
I disastri dell’assenza dello Stato nell’economia sono stati resi ancora più evidenti a livello mondiale con la globalizzazione selvaggia che ha fatto seguito alla caduta del muro di Berlino. Constatiamo tutti i giorni gli effetti di un capitalismo-liberismo, senza regole, che ha creato enormi potentati economici e una insostenibile diseguaglianza fra ricchi e poveri, indebolendo fra l’altro, la media borghesia, spina dorsale di un sistema economico democratico.
Scusandomi per la semplificazione non si deve dimenticare che le principali imprese energetiche italiane erano state giustamente istituite come Enti pubblici (l’Eni nel 1953 e l’Enel nel 1962). Ambedue sono state privatizzate nel 1992 divenendo Società per Azioni e anche se lo Stato mantiene una partecipazione molto rilevante in ambedue, una società è soggetta alla quotazione in borsa, cosa che rende molto difficile effettuare manovre sulla distribuzione degli utili.

Una agenzia Unicredit

Ecco perché si è inventato il concetto di extra-profitti, che fa letteralmente ridere e non servirà a molto. Lo stesso percorso è stato adottato per alcune importanti banche come il Credito Italiano, la Banca Nazionale del Lavoro (BNL), l’Istituto Mobiliare Italiano (IMI) che erano enti creditizi pubblici poi trasformati in Società per Azioni negli anni 1990. È bene infine ricordare che l’altro miope privatizzatore è stato Giuliano Amato.
In sostanza in Italia le principali fonti energetiche e alcuni importanti istituti bancari erano enti pubblici e cioè strutture direttamente appartenenti all’amministrazione dello Stato, ciò che potrebbe essere ancora oggi ampiamente giustificato data l’importanza di questi servizi come del resto anche l’acqua, anch’essa soggetta a una indiscriminata privatizzazione. Inutile dire poi che quest’ultima ha anche comportato un allineamento totale all’economia di mercato con straordinari emolumenti per i manager, che certamente non sarebbero stati possibili in strutture pubbliche.
La più grande giustificazione per le privatizzazioni è sempre stata che lo Stato non riesce a gestire correttamente una impresa evitando ingerenze politiche e clientelismo. Tuttavia la Francia, con tutti i suoi problemi, mostra ampiamente che l’amministrazione pubblica può essere qualificata e ampiamente capace di gestire strutture produttive e di servizi. Si sarebbe dovuto quindi optare per un forte impulso alla preparazione e all’indipendenza dei pubblici amministratori destinati alla gestione di imprese di servizi, mantenendo il controllo dello Stato su tali strutture e oggi constatiamo che il disastro cui stiamo assistendo ha radici antiche, e si deve, come al solito, a politici miopi e senza visione.
L’ultima triste considerazione è che in Italia e in molti paesi del mondo, la privatizzazione ha creato una ulteriore e gravissima perversione: per un lungo tempo la politica ha controllato i servizi pubblici, mentre oggi sono i manager e gli azionisti di tali servizi a controllare la politica!