I prezzi di diesel e benzina continuano a salire, il governo italiano rincorre gli aumenti con qualche piccolo sconto temporaneo sulle accise e Bruxelles se ne lava le mani. Alla richiesta di una tassa europea sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere avanzata da sei Paesi UE, tra cui l’Italia, la Commissione di Bruxelles ha risposto che un’imposta del genere sarebbe di esclusiva “competenza nazionale”.

Pompe di carburante diesel e benzina
Intanto nessuno spiega le vere ragioni della tempesta energetica senza fine. Dovrebbero farlo i media, ma anche in questo caso giornali e TG preferiscono i titoli a effetto: sullo Stretto di Hormuz, sulla speculazione, sugli extraprofitti delle compagnie petrolifere e via di questo passo. Certamente IVA, accise e speculazione hanno contribuito e contribuiscono a far aumentare i prezzi alla pompa, ma ci sono anche cause strutturali di cui si parla poco o culla. E così, a furia di spacciare notizie “Prêt-à-porter”, il sistema mediatico dall’inizio di questa crisi si è per lo più astenuto da analisi che permettesse di avere un quadro della situazione reale.
Se lo avessero fatto, avrebbero permesso a milioni di cittadini di capire tante cose che a prima vista sembrano incomprensibili. Per esempio, perché i prezzi dei carburanti alla pompa continuano a salire anche quando il Brent scende sotto i 90 dollari a barile. Oppure perché quest’estate, improvvisamente, il prezzo del gasolio ha superato quello della benzina.
La chiave per comprendere che cosa sta succedendo realmente in Italia e in tutta l’area UE è la crisi delle raffinerie europee. Dal momento che sono sempre meno e continuano a tagliare capacità produttiva siamo costretti a importare gasolio già raffinato e quindi dobbiamo pagarlo di più. Per dirla in parole più semplici, l’aumento della nostra dipendenza da prodotti finiti lavorati all’estero amplifica il problema dei prezzi al dettaglio dei carburanti che continuano a salire anche quando le quotazioni del greggio si muovono al ribasso. Eppure nella loro narrazione sul caro carburanti i media hanno preferito ignorare il fatto che in dieci anni solo in Italia abbiamo chiuso un terzo delle raffinerie. E che nel 2025 gli 11 impianti ancora attivi, controllati ormai all’80 per cento da società straniere, hanno perduto quasi il 5 per cento della loro capacità produttiva. Si tratta comunque di un fenomeno che investe tutta l’Unione europea, dove dal 2009 ad oggi sono state chiuse 28 raffinerie su 120 e la capacità di raffinazione è scesa del 21 per cento, passando da 793 a 625 milioni di tonnellate all’anno.

Una riunione della Commissione Europea a Bruxelles
La verità difficile da digerire è che lo strangolamento delle raffinerie europee è un altro disastro provocato dalla miopia politica dei vertici di Bruxelles, di una scelta ideologica che ha generato norme ambientali e standard impossibili da rispettare perché fuori dall’attuale realtà industriale. Norme scritte in ufficio da euroburocrati che spesso non hanno mai visto una raffineria, “tecnici” che ignorano la realtà industriale del settore petrolifero e – comunque – non valutano le conseguenze dei loro regolamenti e delle norme sempre più stringenti che vanno mettendo a punto.
La prova del nove della “cultura” che domina nei Palazzi di Bruxelles è il regolamento europeo sul metano, l’ormai famoso regolamento numero 1787 che a partire dall’anno prossimo impone obblighi stringenti a petrolio, gas e carbone. Una normativa con una lunga serie di minuziose prescrizioni per misurare, monitorare e sanzionare le emissioni di metano, dentro e fuori l’UE. Bene, il problema è che si tratta di una bomba a orologeria pronta a esplodere con conseguenze catastrofiche per tutti noi. Infatti, salvo modifiche o rinvii dell’ultima ora, a partire dal 2027, questa misura rischia di bloccare l’87 per cento del petrolio importato, perché nessun produttore extra-UE rispetta gli standard richiesti. La conseguenza è che oltre la metà delle raffinerie europee potrebbe fermarsi per mancanza di “greggio conforme” alla nuova normativa.
