
La copertina del libro “La gang delle 3B”
L’ultimo, ma non sarà di certo l’ultimo romanzo sulla malavita. La gang delle 3B per Newton Compton Editori del prolifico Massimo Lugli, cronista di nera; dopo quarant’anni di carta stampata, esordi a Paese Sera, l’autore è approdato felicemente negli studi televisivi a commentare i grandi casi di cronaca, quelli che piacciono tanto al grande pubblico. E con questo romanzo ritorna nella suburra romana degli anni 70 che questa volta parla francese.
La Banda dei Marsigliesi: i loro nomi, Albert Bergamelli, Jacques Berenguer, Maffeo Bellicini sono per anni tra quelli dei ricercati più imprendibili d’Italia. I Marsigliesi – dicono gli inquirenti di allora – furono un clan che cambiò il modo di fare crimine in Italia. Il loro alto tenore di vita e l’aspetto elegante nascondevano sfrontatezza e ferocia.
Il sequestro di persona è il business criminale; ma soprattutto il denaro arriva nelle tasche dei marsigliesi con l’importazione sciagurata di eroina nelle piazze romane, dedite fino ad allora al consumo prevalente di hashish medio orientale. L’eroina portò alla tossicodipendenza migliaia di sventurati consumatori di droghe leggere. Sparì il fumo dalle piazze e a chi voleva sballarsi veniva offerta eroina, prima da fumare e poi da iniettarsi. L’autore descrive la parabola dei marsigliesi partendo da un fattarello di cronaca spicciola, la storia di due fratelli di borgata nel loro apprendistato fino all’incontro fatale per uno di loro con la banda.

Massimo Lugli
E qui l’autore regala al lettore uno spaccato di vita quotidiana del piccolo criminale smanioso, vergato in un dialetto romano da antica tradizione. Belli nell’Ottocento e Trilussa nel Novecento con i loro sonetti fotografavano la plebe e il potere, e Lugli rompe bonariamente, ma essendone ben influenzato per i suoi studi classici con così tanta tradizione, nobile tradizione, per approdare ad un verismo metropolitano che permette al lettore di comprendere immediatamente la psicologia e l’appartenenza dei due piccoli “barabba”. Le pagine scritte in dialetto, tra le migliori del romanzo, fanno sentire l’odore della strada, e della Questura, ci sono pur di lato e marginalmente anche gli sbirri; tutto appare sporco, fumoso, frenetico.
Un uso sapiente del dialetto ben lontano da quello di Trilussa dove tutte le parti in scena avevano una maschera. Qui non c’è maschera. Le pagine scorrono veloci quasi visive e mostrano la faccia sgradevole e violentissima di quella Roma. L’esecuzione finale da parte dei marsigliesi di uno dei fratelli aspiranti criminali, reo di averli quasi ricattati per entrare nella banda, si legge tutta di un fiato. Un accenno: «No giuro, giorosudio, non volevo… io pensavo solo…nun m’ammazate. Non v’ho fatto niente… Per favore, che vi costa lasciatemi vivere per favore e c’ho pure la moglie incinta. Poi un rumore tremendo dentro la testa».
È proprio questo delitto, porterà nel romanzo alla fine della banda, con la delazione della malavita romana – non si uccidono i ragazzini – fonte primaria di ogni indagine della vecchia polizia di un tempo. Sepolti da ergastoli, due dei tre marsigliesi furono ammazzati in galera anni dopo. Restò vivo solo uno. L’autore con questo romanzo incassa l’elogio di Giancarlo De Cataldo, anche lui attratto dal dialetto della Capitale. In fondo cronisti e giudici scrittori anche questa volta dopo aver annusato bene bene l’odore della suburra capitolina sembrano dirci una cosa sola: la fine è nota.
