La svolta militare
della Germania

Il timore che potesse rinascere una egemonia tedesca non solo economica ma anche militare era, dopo la fine della Seconda guerra mondiale, molto diffuso. Così come era allora chiaro a tutti che si dovessero anche evitare le ritorsioni contro la Germania che erano state invece assurdamente previste nel Trattato di Versailles dopo la fine della Prima guerra mondiale.

La cadura del Muro di Berlino nel 1989

Il presidente francese René Pleven, per prevenire un eventuale riarmo autonomo della Germania, propose nel 1950 la costituzione della CED, la Comunità Europea di Difesa, che prevedeva la creazione di una forza militare sovranazionale europea con un comando unificato e alla quale avevano aderito nel 1952 Francia, Germania Ovest, Italia, Belgio, Paesi Bassi, Lussemburgo.
Ma, paradossalmente, la costituzione della CED fu bloccata proprio dalla stessa Francia che la aveva proposta. Nel 1954 la Assemblea Nazionale francese decise infatti di rinviare sine die la sua approvazione, bloccando così l’entrata in vigore del Trattato. E poco dopo anche l’Italia, pur sostenitrice della CED, prese atto della situazione e rinunciò alla sua approvazione. In via del tutto teorica, se la Francia e l’Italia approvassero oggi la costituzione della CED, il Trattato di allora potrebbe ancora entrare in vigore.
Quando, dopo la caduta del Muro di Berlino nel 1989, si aprì la possibilità di una riunificazione della Germania, fortemente voluta dal cancelliere Helmut Kolh, la diffidenza e i timori erano ancora forti e diffusi in molti Stati europei. A Giulio Andreotti, ad esempio, fu allora attribuita una frase sintomatica che diceva: «Sono così affezionato alla Germania che ne preferisco due anziché una sola».
Il problema fu risolto con una intesa promossa dalla Francia di Mitterand che accettò la riunificazione tedesca a condizione che essa avvenisse in un quadro di più forte integrazione economica europea. Integrazione che fu poi fondata su strumenti come il Trattato di Maastricht nel 1992 e la decisione del 1999 di istituire una moneta unica europea, l’euro, entrato poi in vigore il 1° gennaio 2002, con la rinuncia della Germania al Marco tedesco.

Giulio Andreotti

Da allora l’Europa, e la Germania in particolare, hanno così potuto sviluppare la propria economia e le proprie strutture sociali sulla base di altri tre fattori fondamentali: energia a basso costo proveniente dalla Russia, esportazioni in forte espansione in particolare verso la Cina e sicurezza geopolitica e militare garantite dalla NATO e dagli USA con oneri finanziari contenuti per gli alleati europei. Una situazione che ha indubbiamente favorito lo sviluppo: il PIL della Germania, ad esempio, è salito dai 2.200 miliardi di euro del 2002 agli oltre 5.000 del 2025.
Ma nel giro di pochi anni, tra l’inizio del 2022 e oggi, si è verificato il collasso di tutti e tre questi fattori. L’invasione russa dell’Ucraina iniziata il 24 febbraio 2022 ha provocato una grave crisi del rifornimento energetico e un brusco aumento dei costi relativi, la sovraproduzione industriale e la tecnologia cinese hanno portato ad una forte aggressività delle esportazioni della Cina verso l’Europa, l’elezione di Trump a presidente USA ha, infine, brutalmente accelerato la velocità del distacco geopolitico americano dai Paesi europei, ponendo in discussione la stessa esistenza della NATO e spingendo, di conseguenza, alla necessità di un maggiore impegno difensivo autonomo dei paesi europei.
In Germania questi tre fattori, nel loro insieme, avevano caratterizzato per molti anni l’indirizzo politico dei governi e, in particolare, dei governi di Angela Merkel dal 2005 al 2021. Si teorizzava, in quegli anni, che gli elevati scambi commerciali avrebbero scoraggiato e anche impedito atteggiamenti aggressivi di altri Stati, e in particolare della Russia: una strategia condensata nel detto tedesco “Wandel durch Handel”, cambiamento attraverso il commercio.
L’invasione russa dell’Ucraina ha però posto l’Europa e la Germania di fronte al crollo rapido e progressivo delle certezze sulle quali era stato costruito lo sviluppo nei decenni precedenti. Il 27 febbraio 2022, dopo soli tre giorni dall’inizio della invasione russa dell’Ucraina, il cancelliere Olaf Scholz disse, parlando ai deputati nel Bundestag: «Wir erleben eine Zeitenwende. Und das bedeutet: Die Welt danach ist nicht mehr dieselbe wie die Welt davor». (Stiamo vivendo un cambio d’epoca. E questo significa: il mondo che verrà dopo non sarà più lo stesso di quello prima). La parola “Zeitenwende”, cambio d’epoca, si usa, in tedesco, solo per eventi eccezionali come, ad esempio, gli effetti della caduta del muro di Berlino nel 1989.

Vladimir Putin e Donald Trump

L’arrivo di Trump alla presidenza USA nel gennaio 2025 ha poi assestato un altro colpo decisivo alla percezione tedesca della “Zeitenwende”, ampliandone la portata, dai problemi della economia anche a quelli della difesa, incrinando così le basi stesse della politica di sicurezza per decenni garantita dagli USA e dalla NATO e sulle quali, in particolare, si era sviluppata la Germania del dopoguerra, sia prima che dopo la riunificazione tedesca.
Il cambio d’epoca derivante dal venir meno di questi fattori riguarda però tutti gli Stati della Unione europea. E oggi la prima domanda a cui rispondere è se questa crisi epocale sarà affrontata dall’Unione nel suo insieme o dai singoli Stati secondo la propria visione nazionale. La via comunitaria sembra essere, da ogni punto di vista, la via obbligata ma essa si scontra tuttora con forti interessi particolari e con resistenze politiche e ideologiche radicate e diffuse.
Francia e Germania, ad esempio, sono unite nella consapevolezza che l’Europa deve affrontare in modo diverso e più impegnativo il tema della propria sicurezza e difesa e sul fatto che ciò comporti rilevanti investimenti negli anni a venire, ma le modalità da loro indicate per affrontare tale problema sono, almeno per ora, del tutto divergenti sul piano militare e anche su quello finanziario, con la Germania sempre contraria al debito comune europeo.

Riarmo tedesco, Friedrich Merz e Donald Trump

Friedrich Merz e Donald Trump

La Germania, con il governo Merz, ha infatti scelto subito la via nazionale per quanto riguarda la questione militare. La motivazione fondamentale diel riarmo tedesco è che, a differenza della Francia e della Gran Bretagna, la difesa tedesca era stata finora sostanzialmente delegata alla Nato e agli USA e che, di conseguenza, le strutture e le dotazioni della difesa nazionale tedesca appaiono oggi sottodimensionate rispetto alla nuova situazione geopolitica.
Le reazioni a questa decisione di riarmo tedesca sono state, oggi, del tutto diverse da quelle registrate nel passato: il timore una volta forte e diffuso verso il riarmo della Germania sembra ora praticamente svanito. Nessuno ha commentato il dispiegamento, per la prima volta dal 1945, di forze militari tedesche in un altro Paese – la Panzerbrigade 45 in Lituania – e nessuno ha chiesto un coordinamento preventivo a livello comunitario europeo dei piani di rafforzamento delle difese nazionali.
Il piano Merz è impegnativo e si articola su diversi punti: portare il finanziamento militare fino alla quota del 5 per cento del prodotto interno lordo; la riorganizzazione strategica delle forze armate; l’abbandono di progetti intergovernativi considerati non prioritari; il finanziamento statale diretto nel settore della difesa pari a 355 miliardi di euro in 15 anni, anche in deroga al mitico vincolo sul debito pubblico previsto dalla Costituzione tedesca. A ciò si aggiunge, infine, anche il tentativo di supplire, con i grandi investimenti per la difesa, all’attuale grave crisi della industria tedesca concentrata, in particolare, nel settore “automotive”.

Riarmo tedesco, Friedrich Merz

Friedrich Merz

L’obiettivo è chiaro e dichiarato pubblicamente dal Cancelliere Merz già nel suo primo discorso al Bundestag il 14 maggio 2025: trasformare la Bundeswehr, l’esercito tedesco, nella forza armata più potente d’Europa.
Il “Piano Merz” ha come riferimento strategico la conferma e il potenziamento della NATO anche sostituendo, all’interno della NATO stessa, la riduzione della presenza americana. Berlino ritiene comunque che la sicurezza tedesca, ed europea, sia tuttora impossibile senza l’ombrello nucleare e il coordinamento militare e di “intelligence” degli Stati Uniti.
Una logica divergente rispetto alla impostazione francese. La Francia, essendo una potenza nucleare, sia pure di dimensioni minori, ritiene invece di dover essere sostanzialmente autonoma, o comunque non dipendente, dal rapporto con la NATO e, quindi, con gli USA.
E anche la scelta degli armamenti vede ora Francia e Germania su posizioni diverse, come testimonia il recente fallimento della iniziativa FCAS/SCAF (Future Combat Air System): Il sistema aereo di sesta generazione (un caccia madre che coordina sciami di droni) che era stato progettato alcuni anni fa per sostituire i Rafale francesi e gli Eurofighter tedeschi.

Capi di governo e di Stato a una riunione del Consiglio Ue

Finora l’Unione Europea, con il piano “RiArmEurope”, ha solo predisposto una serie di strumenti finanziari per sostenere le spese dei singoli Stati senza intervenire direttamente su strumenti di coordinamento tra le forze nazionali. E senza una soluzione delle divergenze tra Francia e Germania il rischio di un ulteriore e grave indebolimento delle strutture comunitarie e di sperpero di risorse finanziarie e organizzative è non solo probabile ma reale.
L’Italia avrebbe tutto l’interesse a chiedere con forza, e da subito, una politica di difesa comunitaria o almeno un coordinamento europeo preventivo ma ciò risulta, evidentemente, del tutto estraneo alla logica del giorno-per-giorno e alla ondivaga propaganda nazionalistica che caratterizzano i comportamenti del governo italiano attuale, il quale talvolta pensa che uno dei modi per risolvere i problemi sia quello di spostarli, come dimostra il ridicolo (e ovviamente fallito) tentativo di gonfiare artificialmente la quota delle spese militari italiane conteggiando tra queste anche i costi previsti (13,5 miliardi di euro) per il ponte di Messina.
E così, quando nei prossimi mesi e anni arriverà comunque, in Europa, il momento di decidere le modalità del coordinamento militare, o le forme di cooperazione rafforzata, la voce italiana nella discussione finirà per essere cancellata o resa del tutto marginale dalla “force de frappe” francese e dalla nuova e pesante potenza militare della Germania.