Trump attacca l’Iran
ma l’America dissente

Ali Khamenei

Trump cerca di non usare la parola guerra, ma il termine “Furia Epica”. Motiva il nuovo attacco all’Iran con una difesa preventiva degli Stati Uniti, quasi un’operazione di polizia limitata nel tempo (ma non è detto che bastino solo quattro settimane) e nell’ampiezza (missili e bombe sulle strutture militari di Teheran cercando di evitare l’invio di truppe).

“Furia Epica” mette a segno un colpo formidabile già il primo giorno dell’attacco condotto insieme ad Israele, l’alleato strategico in Medio Oriente. Il 28 febbraio è ucciso Khamenei, la guida suprema della Repubblica islamica. Ali Khamenei è individuato da Washington ed eliminato dall’aviazione israeliana a Teheran bombardando una riunione con una parte del vertice iraniano.

Furia Epica, Bombardata Teheran

Bombardata Teheran

Il presidente degli Stati Uniti già lo scorso giugno, sempre in tandem con il premier israeliano Benjamin Netanyahu, bombarda i siti nucleari. Canta vittoria dichiarando eliminata la minaccia della bomba atomica iraniana. Ma ora ritira in ballo la paura dell’atomica degli ayatollah. Bombarda di nuovo e assicura: «Faremo in modo che l’Iran non ottenga mai un’arma nucleare». Teheran replica lanciando missili contro le navi e le basi Usa in Medio Oriente. Piovono missili anche su Israele. Le Borse crollano e il petrolio vola a 80 dollari a barile.
Donald Trump vuole abbattere “la dittatura” degli ayatollah e incita alla rivolta gli iraniani già scesi in piazza nei decenni e negli anni scorsi per la libertà e contro il caro vita (circa 30.000 morti solo nella sanguinosa repressione delle proteste studentesche a gennaio). Punta su un cambio di regime innescato dalla sconfitta militare. Ricorda le trattative di febbraio per evitare la guerra: «Vogliono parlare, e io ho accettato di parlare… Avrebbero dovuto farlo prima… Molti di loro non ci sono più».

Sembra di rivedere il film sull’attacco al Venezuela a gennaio con l’annessa cattura del presidente Nicolas Maduro da parte dei soldati americani. La ragione dell’intervento militare è la stessa: la tutela degli interessi nazionali degli Usa sul piano geopolitico (fa paura la penetrazione russa e cinese), militare (il ruolo di potenze regionali dell’Iran e del Venezuela), ed economico (Teheran e Caracas galleggiano su un mare di petrolio). In Venezuela Trump sembra che sia riuscito a trovare un accordo con i resti dello scompaginato regime di Maduro compresa una intesa sul greggio, ma in Iran non sembra così facile e potrebbe finire in un modo ben diverso. Bruciano ancora le ferite delle lunghe guerre di Washington per abbattere Saddam Hussein in Iraq e i Talebani in Afghanistan.

Donald Trump

Trump si vanta di essere “un pacificatore”, si lamenta perché non gli è stato ancora concesso il Premio Nobel per la Pace. Ma è uno strano “pacificatore”, uno strano sceriffo. Nel primo anno del suo secondo mandato alla Casa Bianca ha messo più volte il dito sul grilletto. Oltre all’Iran e al Venezuela si contano anche le battaglie contro gli Outhy alleati di Teheran, i bombardamenti in Siria e in Nigeria contro postazioni di terroristi islamici.
Negli Stati Uniti cresce la protesta popolare nelle piazze, in particolare contro l’autoritarismo di Trump e contro il caro vita. I democratici all’opposizione e parecchi repubblicani anche filo Trump ora sconfessano la politica imperialistica del magnate di New York. Il senatore democratico Tim Kaine definisce la guerra all’Iran illegale: «Il presidente Trump non ha imparato nulla da decenni di interferenze americane e guerre infinite in Medio Oriente?». Gli consiglia di ascoltare i cittadini: «Gli americani vogliono prezzi più bassi, non più guerre, e specialmente non vogliono guerre non autorizzate dal Congresso, come richiesto dalla Costituzione».
Critiche piovono anche da parecchi parlamentari repubblicani. Il deputato Thomas Massie definisce l’attacco un atto di guerra «non autorizzato dal Congresso» e chiama i membri a riunirsi per votare. Precisa: «Mi oppongo a questa guerra. Questa non è America First». Tucker Carlson, uno dei più importanti sostenitori di Trump nell’ultra-destra Maga, picchia duro: l’attacco contro l’Iran è «disgustoso e malvagio». Marjorie Taylor Greene tempo fa si è dimessa da deputata repubblicana della Georgia dopo essere entrata in rotta di collisione con il presidente. Parla di «tradimento». Sottolinea: «Avevamo votato per America First e ZERO guerre».