Il crollo delle nostre retribuzioni reali in Italia nell’ultimo trentennio, con punte del 40 per cento nei servizi, rappresenta la cartina di tornasole del fallimento politico della Seconda Repubblica.

Silvio Berlusconi, Giorgia Meloni, Matteo Salvini
Un ciclo aperto dal governo tecnico di transizione guidato da Carlo Azeglio Ciampi (1993-1994) e impostato al rigore, come era logico aspettarsi da un ex governatore della Banca d’Italia. L’arrivo di Berlusconi alla guida del primo governo della Seconda Repubblica non portò alcuna modifica alla stagnazione salariale. Poi toccherà a un altro tecnico ex Bankitalia, Lamberto Dini (1995-1996), fare la propria parte. La sua riforma delle pensioni segna il passaggio al sistema contributivo per tutti quelli che cominceranno a lavorare dal 1 gennaio 1996. Uscito di scena l’ex numero due della Banca d’Italia a Palazzo Chigi si apre la fase dell’Ulivo con la nuova coalizione progressista di Romano Prodi 1 (1996-98) che però dura poco per lasciare il passo al biennio del postcomunista Massimo D’Alema sbarcato che lo sostituisce dopo un regolamento di conti tutto interno al centrosinistra.
Gli anni 90 si chiudono con il secondo governo guidato da Giuliano Amato, che accompagna il Paese al 2000 e a un nuovo millennio. Il vecchio decennio ha però lasciato in eredità salari reali compressi per l’intera decade. Intanto i nuovi vincoli imposti dall’Ue e l’introduzione dell’Euro stanno per rendere strutturale la stagnazione salariale e la perdita del valore reale dei nostri stipendi.
Secondo una recente analisi dell’Ufficio Parlamentare di Bilancio, in Italia, le retribuzioni reali dal 1990 ad oggi sono scese del 6,6%. Ma si tratta di una media, perché nelle fasce più basse, quelle della flessibilità generalizzata, si arriva perfino al 40 per cento. Nello stesso periodo la crescita salariale nell’area OCSE è stata del 35%.
Un abisso che misura tutta la distanza tra l’Italia e il resto dell’Occidente industriale, dove, senza considerare la locomotiva Usa, troviamo Paesi dell’Ue come Francia e Germania con salari reali che nello stesso arco di tempo sono cresciuti più o meno del 33 per cento. È la prova inconfutabile del fallimento del modello economico italiano sostenuto da tutti i governi della Seconda Repubblica. Dove politici e imprenditori hanno utilizzato i bassi salari come strumento competitivo al posto dell’innovazione. Una scelta miope, che non solo non è riuscita a generare crescita economica e ha ridotto i salari reali dei lavoratori dipendenti, tagliando il potere d’acquisto di milioni di italiani.
Terzo articolo – Fine
