Il Terrore mariano
schiaccia la Roma di Silla

Una cronaca dei giorni più bui della res publica

Riassunto delle puntate precedenti: Silla conquista Roma con la forza, dichiara Mario e undici suoi amici nemici pubblici e impone le proprie riforme prima di partire per la guerra contro Mitridate VI. Nel frattempo, l’esercito pontico, sotto il comando di Archelao, scaccia i romani dall’Asia Minore e invade la Grecia, saccheggiando Delo e occupando Atene, l’Attica, la Beozia e l’Eubea. Intanto, a Roma, il console Cinna propone una legge per riabilitare Mario ed estendere in concreto gli italici la piena cittadinanza romana, scontrandosi con il console Ottavio. La lotta di fazione vede la sconfitta e la fuga precipitosa di Cinna. Mario, sfuggito alla morte a Minturno, si rifugia a Ischia, viene respinto dalla Sicilia e dall’Africa romana e trova infine asilo in un’isoletta nel Golfo della Piccola Sirte (Tunisia), dove si ricongiungerà con il figlio e preparerà la vendetta.

L’assedio di Roma

Ritorno di Mario, Il Senato nel Foro romano

Il Senato nel Foro romano

I Claudii sono un clan familiare aristocratico e di origine sabina, trasferitosi a Roma nei primi anni della Repubblica. Discendenti da Appio Claudio Cieco che ha aperto la strada all’ellenizzazione culturale della società romana, essi dominano il Senato, intrecciando alleanze con i Fabii e i Servilii, altri nobili lignaggi. Non godono affatto di buona fame: è comunemente ritenuto tra i loro concittadini che siano egoisti, arroganti e sfruttatori del prossimo. Nel 143 a.C., Appio Claudio Pulcro, dopo che il Senato aveva respinto la sua richiesta di poter celebrare il trionfo, aveva trionfato privatamente, a proprie spese.
Nell’inverno tra l’88 e l’87 a.C., il figlio omonimo di Appio Claudio Pulcro comanda una legione romana, supportata da ausiliari gallici e accampata sotto le mura della città assediata di Nola, una sacca dei sanniti che ancora resiste nonostante che la Guerra Sociale si sia ormai conclusa. La legione è quella che Silla ha mantenuto sul posto prima di marciare su Roma con altre sei legioni (per un totale di 35.000 uomini), anch’esse già dislocate a Nola.
Claudio Pulcro è un uomo dispotico, tetro e distaccato dalla realtà, detestato dai suoi stessi soldati. Cinna si presenta nel suo accampamento, inaspettatamente, accompagnato da Quinto Sertorio e da Gneo Papirio Carbone. Sertorio è uno stimato comandante militare, eroe di guerra. È colui che, alla vigilia dello scoppio della Guerra Sociale, ha reclutato nella Gallia Cisalpina la legione ora comandata da Pulcro. Il secondo è attualmente un privato cittadino; nel 92 a.C., quando era tribuno della plebe, ha fomentato gravi disordini sociali nell’Urbe.
Cinna disdegna di trattare con Pulcro: si rivolge direttamente ai suoi soldati dicendo di essere stato dichiarato nemico pubblico ingiustamente e promettendo loro un premio se accetteranno di porsi agli ordini di Sertorio. I legionari e gli ausiliarii, poiché non vedono l’ora di liberarsi di Pulcro, si ammutinano all’istante e passano in blocco sotto le insegne di Sertorio. Rimasto da solo, Pulcro capisce che è inutile opporsi e fugge verso Isernia, dove si unirà a Quinto Cecilio Metello Pio, fedelissimo di Silla, impegnato anche lui a estinguere gli ultimi focolai della Guerra Sociale.
Per i populares, è il segnale della riscossa. Gli ex-tribuni della plebe Carbone Arvina, Minucio Magio, Gaio Milonio e Marco Vergilio, che sono stati dichiarati nemici pubblici assieme a Cinna, percorrono a tappe la Via Latina. Il loro passaggio infiamma i municipi con una violenta propaganda filo-mariana. I tre accusano apertamente il console Ottavio di avere trucidato diecimila cittadini al solo scopo di bloccare la naturalizzazione degli Italici; raccolgono fondi, arruolano giovani ansiosi di battersi, saccheggiano i magazzini dell’esercito, prelevando armi, armature, provviste, tende, e altro materiale logistico. Quando si ricongiungono a Cinna e a Sertorio a Labico, una località a 22 chilometri da Roma, i mariani pronti a combattere sono ormai trentamila, tra legionari, ausiliari, gladiatori, proletari, e nullatenenti, e un contingente di guerrieri sanniti, temibili e spietati. Cinna organizza questo esercito in tre legioni, riservandosi il comando di una legione e mettendo un’altra legione sotto il comando di Carbone (la terza legione è quella di Sertorio). Si comporta da console nonostante che, sia per la legge sia per i sillani, non lo sia più.
Tra i mesi di luglio e agosto dell’87 a.C., Cinna manda Sertorio ad accogliere Mario, di cui pè stato annunciato lo sbarco clandestino in Etruria, assieme a 250 seguaci, tra cui numerosi suoi veterani di guerra, provenienti dalla provincia d’Africa.

Il ritorno di Mario e l’assedio di Roma

Ritorno di Mario, Gaio Mario

Gaio Mario

Mario è sulla spiaggia di Talamone, incorniciata dalle dune della Maremma, circa 20 chilometri a nord dell’Argentario, quando riceve da Sertorio le insegne proconsolari, inviategli da Cinna. Sertorio ha davanti un uomo spaventoso, deformato nell’anima e nel corpo. Un ictus ha lasciato una smorfia perenne sul volto di Mario, l’esilio lo ha reso iracondo, paranoico, accecato da un egocentrismo feroce. Il vecchio leone vuole fare strage dei traditori, a partire da Silla. Sertorio capisce che l’uomo è impazzito e allunga il passo. Giunge da Cinna prima di Mario e gli consiglia di non accoglierlo tra le sue file: «Il suo estremismo – ammonisce – ci farà perdere il favore dei moderati». Ma Cinna non ascolta.
Durante la marcia, Mario, sfrutta abilmente il prestigio che gli deriva dalla propria, alta reputazione di comandante militare per presentarsi alle popolazioni rurali dell’Etruria e del Lazio come un vecchio generale che è stato danneggiato ingiustamente dai suoi avversari politici, i sillani. Per aumentare l’effetto drammatico, mantiene un aspetto trasandato, con i capelli e la barba incolti. Questa immagine di “grande vecchio”, tradito dallo Stato, colpisce profondamente i suoi interlocutori i quali fanno a gara per dargli aiuto. Mario potrà aumentare la sua forza armata mediante l’arruolamento di molti uomini.
Mario, Cinna, Sertorio e le loro truppe rispettive si incontrano a Fregene, in un tratto di costa paludoso e malsano.
L’armata di Mario è formata da cittadini romani di infimo ceto: contadini poveri, braccianti e pastori della Maremma, individui già condannati ai lavori forzati, schiavi fuggitivi, gladiatori evasi. Si tratta di una forza eterogenea, raccogliticcia e poco disciplinata, ma estremamente motivata.
Tra gli schiavi fuggitivi e i condannati, vi sono molti illiri. Per la maggior parte, si tratta di prigionieri di guerra che sono stati deportati in Italia dopo la cattura e sono stati adibiti al lavoro dei campi o impiegati come pastori o guardiani. Il loro nome collettivo – Bardiei – è forse una corruzione di Ardiei, o Vardiei, che è il modo in cui si chiama una tribù della costa orientale adriatica (regioni oggi corrispondenti alla Dalmazia in Croazia, al Montenegro e all’Albania), famigerata perché dedita alla pirateria. Mario fa dei Bardiei la propria guardia del corpo, selvaggia e brutale.

L’inerzia di Pompeo Strabone
Ciò che Mario, Cinna e Sertorio preparano assieme a Carbone non è un colpo di stato, né una rivoluzione sociale, ma una sedizione armata, che mira ad assicurare alla fazione dei popolari, capeggiata da Mario, il controllo dello Stato. La loro strategia è semplice, ma efficace: mentre Cinna e Sertorio si dirigeranno verso Roma con una parte dell’esercito, Mario, con la restante parte, marcerà su Ostia, alla foce del Tevere.

Lucio Cornelio Silla – Moneta della prima metà del I secolo avanti Cristo

Ostia è una città fedele a Silla, ma la sua difesa ha un punto debole: il questore marittimo è un mariano. Questo fa sì che cada nelle mani di Mario come una pera matura. Nonostante che la città non abbia opposto resistenza, Mario l’abbandona al saccheggio. Egli sequestra i carichi di grano destinati all’Urbe e si serve di una quarantina di imbarcazioni requisite di cui si è impadronito per, bloccare la navigazione fluviale da e per Roma, principalmente allo scopo di tagliare i rifornimenti di cibo alla Capitale. Inoltre, fa terra bruciata attorno all’Urbe, lanciando incursioni ca scopo di rapina contro le città vicine: Anzio, Ariccia, Lavinio.
Il Senato di Roma, il console Ottavio, e il console Merula (che supplisce Cinna) preparano la difesa. Migliaia di operai lavorano giorno e notte per consolidare le Mura Serviane e piazzare catapulte e baliste sugli spalti. Intanto, tre legioni complete, armate ed equipaggiate di tutto punto, sono giunte a Roma e si sono accampate in Campo Marzio, vicino a Porta Collina. Si tratta dell’esercito privato di Gneo Pompeo Strabone, grande proprietario terriero. Strabone significa “occhi storti” e questo lascia supporre che un avo dei Pompei fosse strabico (in un secondo momento, questo soprannome sarebbe diventato un nome di famiglia). Pompeo Strabone ha portato a termine con successo l’assedio di Ascoli Piceno durante la Guerra Sociale. In quelle circostanze, ha messo a morte 5.000 persone dopo che si erano arrese. Questo gli è valso il soprannome di “il macellaio di Ascoli”. È venuto a Roma dal Piceno, dove ha una parte delle sue terre (la restante parte giace in Umbria), in compagnia di suo figlio Gneo.
Gneo Pompeo Il Giovane è un giovane uomo che ama la guerra e mostra di possedere un vero talento per la tattica e la strategia. Nell’81 a.C., sarà chiamato magnus da Silla. In seguito, anche il Senato di Roma lo chiamerà in questo modo. Intorno al 76 a.C., inizierà a firmarsi regolarmente Cnaeus Pompeius Magnus. Nel 55 a.C., l’anziano oratore Elio Mancia lo definirà un adulescentulus mortifer, “angelo sterminatore dal viso di fanciullo”. Pompeo Magno diverrà uno dei generali di maggior successo della storia romana, dotato di una visione strategica globale e di una capacità tattica e logistica senza pari. Combatterà nella guerra civile a fianco di Silla (83-82 a.C.), sconfiggendo i mariani in Italia; pacificherà la Sicilia e l’Africa romana (82-81 a.C.): vincerà la Guerra Sertoriana in Spagna (76-71 a.C.); al suo ritorno in Italia, distruggerà le ultime bande degli schiavi fuggitivi che si erano resi protagonsti della Rivolta di Spartaco; ripulirà il Mediterraneo dai dai pirati cilici in appena tre mesi, catturando centinaia di navi e ristabilendo i traffici commerciali. e conquisterà vaste regioni del Vicino Oriente; sconfiggerà definitivamente Mitridate VI, riorganizzando l’intera area asiatica e annettendo territori chiave come la Siria e la Cilicia. Nella guerra civile del 49-45 a.C., infliggerà a Gaio Giulio Cesare una memorabile sconfitta nella Battaglia di Durazzo, prima del successivo epilogo a Farsalo.
Scoppia un’epidemia

Gneo Pompeo Magno

Pompeo Strabone è un uomo ambiguo, crudele e calcolatore, che mira ottenere visibilità per potersi candidare con successo alle prossime elezioni per il rinnovo del consolato. Di conseguenza, durante l’assedio, sebbene sia stato incaricato della difesa della città, rimane sostanzialmente inerte sul fronte militare, preferendo porsi come mediatore tra il Senato da un lato e Mario e Cinna dall’altro. La situazione precipita quando Mario risale il Tevere e si ricongiunge a Cinna ai piedi del colle Gianicolo.
Lo scontro decisivo esplode in Campo Marzio e si conclude con un tragico bilancio: seicento caduti per parte. Intanto, nella città assediata, la carne, il grano e il pane sono scomparsi dai banchi di vendita. Comunque, il nemico più temibile non è quello che si presenta alle porte, e non è nemmeno la fame, ma striscia silenzioso nel Tevere e nelle falde acquifere. Pompeo Strabone ha ordinato di scaricare i liquami delle latrine del proprio accampamento direttamente nel fiume e il dilavamento del terreno ha fatto il resto. Quando i soldati e la popolazione civile, inconsapevolmente, hanno cominciato a bere acqua inquinata, è insorta una serie di gravi patologie, con esiti spesso letali.
Il tifo esantematico si manifesta con febbri altissime e macchie cutanee, la dissenteria provoca una gravissima disidratazione, e il colera conduce rapidamente alla morte tra spasmi addominali e vomito. A queste malattie si aggiungono l’epatite virale, che distrugge il fegato, itterando la pelle e gli occhi, e la salmonellosi, che tormenta i contagiati con spasmi e allucinazioni. I medici, ignorando l’esistenza dei microbi, attribuiscono il contagio ai miasmi e all’aria malsana, pertanto lasciano che l’epidemia si diffonda indisturbata. Il devastante contagio costa a Strabone 11.000 uomini (l’equivalente di due intere legioni) e ne costa 6.000 al console Ottavio. L’aria di Roma diventa irrespirabile, satura del fumo dei roghi che bruciano incessantemente cumuli di cadaveri.
Poiché Strabone persiste nell’inerzia, il Senato, furioso, gli ordina di cedere il comando della legione superstite a Quinto Pompeo Rufo, il console dell’anno precedente che ha visto il figlio bastonato a morte nel Foro. Il destino dei Rufo è segnato dai tumulti: non appena Pompeo si presenta al campo per il passaggio di consegne, scoppia una rivolta militare ed egli ne rimane vittima. Sebbene sia sospettato di avere istigato la truppa, Strabone non se ne cura e mantiene il comando.

Cinna riesce a infiltrare una spia in città, che corromperà i soldati di Strabone affinché uccidano nel sonno il giovane Pompeo e poi si rivoltino contro suo padre. Ma la vittima designata, fiuta il pericolo, abbandona di notte la propria tenda e si nasconde presso suo padre nel praetorium, un recinto interno all’accampamento, che ospita la tenda del comandante, il tesoro e gli uffici del comando logistico, e dove sono custodite i vessilli e l’aquila legionaria. Il praetorium è la zona più sacra e sicura dell’intero perimetro. L’attentato va a vuoto, ma tanto basta a fare scattare la rivolta. Quando gli ammutinati, facendosi luce con le torce, stanno per irrompere nel praetorium, il giovane Pompeo si getta per terra sulla soglia del varco d’ingresso, sfidandoli a passare sul suo cadavere. È un gesto disperato, ma ha successo: i rivoltosi si pentono e si riconciliano con Pompeo Strabone.
Strabone muore a fine anno, tra i deliri, vittima del colera. La rabbia dei quartieri del Quirinale e del Viminale esplode durante le esequie: una folla inferocita assalta il catafalco, si appropria della salma e la trascina con un uncino per le vie interne e le piazze, finché i soldati non riescono a recuperarla per inumarla in un luogo segreto.
La resa della città e lo scatenamento di una caccia all’uomo

Un tratto delle Mura serviane di Roma a piazza Albania

Roma è al collasso. I cittadini si sfamano con qualsiasi cosa che possa nutrirli, anche topi, lucertole, erbe e radici; si vocifera di raccapriccianti episodi di cannibalismo. La legione pompeiana, rimasta senza guida, rifiuta di battersi per una causa ormai persa, abbandona il campo e si ritira sui Colli Albani. Giunge notizia che Publio Servilio Vatia, mentre conduceva rinforzi dal Nord Italia verso Roma, è stato sbaragliato a Rimini da Marco Mario Gratidiano, figlio adottivo del fratello di Mario, e che Celio, il vice di Vatia, si è suicidato, gettandosi sulla propria spada, per sottrarsi a una morte indecorosa. Merula, poiché la sacralità della sua carica di flamen dialis non si addice alla carneficina in corso, si dimette dal consolato. Metello Pio, giunto a Roma dal Sud d’Italia e subentrato a Pompeo Strabone nell’incarico di dirigere la difesa della città, tenta inutilmente di negoziare la pace. L’atto di capitolazione – un accordo-capestro in nove punti, che distrugge l’ordine stabilito da Silla dopo il suo colpo di Stato – viene firmato il 5 settembre dell’87 a.C., nel campo di Cinna, da Metello Pio e Qunto Lutazia Catulo.
Cinna viene reintegrato nel consolato; Mario e gli altri undici nemici pubblici vengono riabilitati; le milizie di Mario e Cinna, compresi i Bardiei, ottengono la cittadinanza romana di pieno diritto; quest’ultima viene estesa anche ai sanniti dopo un negoziato portato avanti da Flavio Fimbra nelle Gole della Melfa, un canyon selvaggio nel Lazio meridionale. Silla subisce la nemesi perfetta: viene dichiarato hostis publicus. Di conseguenza, decade dal possesso della cittadinanza romana e dalla direzione della Guerra Mitridatica. I suoi beni vengono confiscati e incamerati dall’Erario. Mentre il Senato ratifica l’atto di capitolazione e Metello Pio si dilegua, Cinna entra in città da Porta Collina, preceduto da dodici littori e seguito da una colonna di rifornimenti. Mario resta fuori dalle mura, dicendo che entrerà solo quando il bando che è stato emesso contro di lui sarà stato ufficialmente revocato.
Senza dubbio, il nuovo padrone della città è più Mario che Cinna, perché ha il comando dell’esercito.
L’uccisione di Ottavio e lo scatenamento del Terrore

Il Foro romano

Ottavio si è ritirato con i suoi littori nell’indifesa fortezza del Gianicolo, rassicurato da falsi oroscopi caldei che stringe tra le mani. Un drappello di cavalleria, guidato dal mariano Marzio Censorino gli si avvicina. Il dramma è inscenato in silenzio e senza fretta. La lama della spada di Censorino si abbatte sul collo di Ottavio, inginocchiato davanti alla propria sella curule. La testa mozzata rotola al suolo e viene presa per i capelli mentre gocciola sangue: sarà portata a Roma ed esposta nei rostra del Foro come macabro trofeo e monito severo. In quel tragico autunno, Gaio Giulio Cesare Il Vecchio viene colpito da infarto mentre si allaccia i calzari prima di uscire di casa per recarsi in Senato. Lascia la moglie Aurelia e diversi figli, tra cui il quattordicenne e precocissimo Gaio, legato da un matrimonio combinato alla ricca Cossuzia. Gaio Giulio Cesare Il Giovane è un nipote acquisito di Mario perché quest’ultimo ha sposato una sua zia paterna, Giulia.
Incurante dell’accordo pace concluso, Mario scatena in città una feroce caccia all’uomo, contro i sillani, e questo è causa di infinite tragedie, tra cui la seguente. Il tribuno della plebe di parte popularis Popilio Lenate ha accusato Quinto Lutazio Catulo e Cornelio Merula di alto tradimento. Lutazio Catulo è colui che, nel 102 a.C., da console, ha vinto la Battaglia dei Campi Raudii, che ha messo fine alla Guerra Cimbrica, assieme a Mario, allora proconsole. È un uomo di grande cultura, un raffinato scrittore e poeta, un amante dell’arte e della filosofia greca.
Informato del verdetto emesso da Mario nei suoi confronti (“Moriatur!”, “Che muoia!”), Catulo mette al sicuro il proprio Commentario, consegnandolo a Mamerco Emilio Lepido Liviano, zio materno di Aurelia Cotta (la madre di Gaio Giulio Cesare Il Giovane), poi si barrica nel suo studio e si lascia morire, soffocato dal monossido di carbonio sprigionatosi da un braciere acceso.
Ancora più tragico è il destino di Merula. Il flamen dialis sale al Tempio di Giove Ottimo Massimo, entra nella cella del dio, si toglie il copricapo di cuoio bianco, si mette in ginocchio e si squarcia il ventre con un coltello d’osso. Crolla in avanti, inondando di sangue la base della statua di culto. Per la cultura romana, suicidarsi in questo modo significa mettere a nudo la purezza della propria anima. Merula muore da innocente, vittima sacrificale di una Repubblica che ha smarrito d‘un tratto i suoi valori e persino il timore degli dèi.

Quarto articolo – Segue