Silla, la prima
marcia su Roma

Dalla farsa di Nola alla battaglia nell’Urbe: cronaca del colpo di Stato che minò le sorti della Res publica

La guerra drogata
Durante l’assedio di Nola, una farsa va in scena. Trentacinquemila legionari, compresi duemila cavalieri, passano le giornate a fissare i difensori della città assediata, distribuiti sulle torri e sugli spalti, a vigilare che non entrino rifornimenti, ad annoiarsi. Dall’alto delle mura, i difensori sbadigliano a loro volta, ricambiando lo sguardo degli assedianti. Questa “guerra drogata” è l’ultimo strascico di un conflitto ormai archiviato (la Guerra Sociale, 91-88 a.C.), una sacca di resistenza che, nei palazzi del potere romano, è caduta nel dimenticatoio. La partita che conta e che toglie il sonno al Senato e ai consoli è infatti quella che si gioca in Oriente.

Silla, Lucio Cornelio Silla - Catalogo generale di Beni culturali

Lucio Cornelio Silla – Catalogo generale di Beni culturali

Mitridate VI, re del Ponto, ha occupato l’Asia romana (l’ex-regno di Pergamo, lasciato dall’ultimo dinasta in eredità al popolo romano), la Grecia è caduta in mano dei Pontici (un tiranno-fantoccio controlla Atene), e il Senato di Roma ha ordinato a cinque delle sei legioni dislocate a Nola di sbaraccare. Destinazione: il porto di Pozzuoli, e poi via, verso l’Epiro, con un carico sterminato di tende, armi pesanti, macchine d’assedio e bestiame. La macchina della logistica è pronta a scattare, eppure tutto resta clamorosamente bloccato. Manca l’ordine di partenza. Il motivo? Non si conosce ancora chi governerà l’Asia: un titolo che sulla carta vale zero, visto che la provincia è in mano al nemico, ma che nella realtà trascina con sé il premio più ambito: la direzione della guerra, una miniera di gloria e bottino.
Di norma, questo incarico viene assegnato per sorteggio a uno dei pretori in carica. Ma non è questo che avviene.

Il vecchio leone e il megalomane narcisista
Al momento, il sei volte console Gaio Mario non riveste alcuna carica pubblica, ma definirlo un cittadino qualunque sarebbe un errore. Non è uno statista, eppure sposta valanghe di voti; il popolo minuto lo adora per avere aperto le porte dell’esercito ai nullatenenti, garantendo lavoro e paga; il gruppo degli equites, “cavalieri” (l’élite economica e finanziaria e la grande proprietaria terriera non senatoria del mondo romano-italico), in specie le potentissime compagnie di pubblicani, gli garantisce pieno appoggio, vedendo in lui uno scudo a protezione dei suoi investimenti in Asia Minore. Per gli optimates, “ottimati”, la componente ultraconservatrice del Senato, che ha la maggioranza in seno al collegio, Mario è il nemico giurato per ragioni politiche, dettate dalla sua tendenza a conculcare le competenze del collegio. A questo si aggiunge l’ostilità della potente famiglia dei Metelli, punto di riferimento degli optimates, dettata da ragioni personali, legate alla slealtà di Mario. Gli oppositori di Mario gli riconoscono di essere un “monumento nazionale” per aver salvato Roma dai Germani (Guerre Cimbriche, 113-101 a.C.), ma sussurrano velenosi che ha quasi settant’anni, è reduce da un ictus, e la sua mente potrebbe cedere da un momento all’altro. Il loro candidato ideale è un uomo nel pieno delle forze: un uomo come Silla.

Gaio Mario – Testa di marmo – Musei Vaticani

Ma il vecchio leone non ci sta. Con una forza d’animo impressionante, si allena ogni giorno al Campo Marzio sotto gli occhi di tutti per dimostrare di essere ancora un titano. C’è una sete di riscatto in lui, il bisogno disperato di ripulire la propria immagine di capo dei populares, infangata dallo scandalo di Lucio Apuleio Saturnino. Il tribuno della plebe, nato politicamente sotto l’ala protettrice di Mario, era da ultimo sfuggito al suo controllo. In combutta con il pretore Gaio Servilio Glaucia, Saturnino era infatti ricorso alla violenza di piazza e all’assassinio politico per garantirsi la rielezione. Ciò aveva costretto il Senato a dichiarare lo stato di emergenza e a incaricare lo stesso Mario, console in carica, di ristabilire l’ordine.
Alla fine, Saturnino era stato arrestato e lapidato da una folla istigata dai Metelli, mentre Glaucia era stato ucciso a bastonate. Ma c’è anche qualcosa di più profondo e oscuro, radicato nella sua psiche. Mario è affetto da un disturbo narcisistico della personalità. È prigioniero di fantasie di onnipotenza. Vuole essere il Primo di Roma a ogni costo. Non gli importa se l’Italia dovrà bruciare o se il sangue dei suoi concittadini dovrà scorrere a fiumi: il suo ego deve essere saziato. Incapace di empatia, divorato dall’invidia e dall’arroganza, considera le leggi e gli altri esseri umani come meri strumenti al proprio servizio.
Inizialmente, il Senato tira dritto. Sottrae l’Asia al normale sorteggio annuale tra i pretori in carica elevandone il rango a provincia consolare, destinata quindi a uno dei due consoli dell’anno. Grazie al sostegno compatto della fazione aristocratica degli optimates e alla rinuncia del suo collega, Quinto Pompeo Rufo, si è tirato fuori perché punta piuttosto al governo della Gallia Cisalpina, Lucio Cornelio Silla diventa il governatore dell’Asia e il direttore delle operazioni belliche contro Mitridate per l’anno 87 a.C. Mario mastica amaro, rimane a bocca asciutta, ma non demorde. Come un ragno tesse la tela, egli ordisce una trama servendosi del tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo.

Silla, Il Foro Romano

Il Foro Romano

Sulpicio e la violenza dell’Antisenato
Sulpicio entra in carica il 10 dicembre 89 e sa che per sopravvivere deve colpire duro. Il suo primo atto è un fallimento: tenta di trascinare in tribunale Norbano Balbo per compiacere l’amico Cepione il Giovane, ma il formidabile Antonio l’Oratore smonta l’accusa. Il vero terreno di scontro, però, è un altro: la naturalizzazione degli Italici. Sulpicio promette di iscrivere i nuovi cittadini in tutte le trentacinque tribù storiche, e non in una manciata di esse estratte a sorte. Questa è una bomba politica. Per gli optimates, darebbe la maggioranza assoluta ai nuovi cittadini. La tensione è talmente alta che le operazioni di censimento si bloccano.
Sulpicio sa di camminare sul filo del rasoio. I fantasmi dei Gracchi, di Saturnino e di Druso – tutti tribuni assassinati nonostante fossero sacrosanti e inviolabili – gli tolgono il sonno. Chiede aiuto a Mario, e questi risponde mettendogli a disposizione una forza paramilitare, l’“Antisenato”: seicento giovani di rango equestre, colti e fanatici, e tremila tra ex gladiatori, liberti e avanzi di galera pronti a tutto. È la nascita del primo esercito privato della storia romana. Queste bande d’azione aggrediscono gli avversari, incendiano case, intralciano le votazioni cantando inni di morte e terrore, forti della connivenza di magistrati corrotti da Mario che forniscono armi sottobanco.
Facendosi forte di questo esercito privato, Sulpicio presenta quattro plebisciti shock direttamente al popolo, scavalcando il Senato: stop ai senatori con debiti superiori a 8.000 sesterzi (se questa proposta passasse significherebbe azzerare e paralizzare il Senato), iscrizione degli italici in tutte le tribù, cittadinanza ai liberti e richiamo degli esiliati dalla lex Variana.

La trappola del tempo e la rissa del Foro
Il Senato è alle corde, ma Silla ha un asso nella manica. Consultati Scevola e Merula, i massimi esponenti religiosi, i consoli proclamano le feriae imperativae attraverso un decreto d’urgenza: lo iustitium. Dalla metà ottobre a metà dicembre, ogni attività pubblica, civile e giudiziaria è sospesa d’autorità.

Il Senato nel Foro Romano

È il blocco totale. Sulpicio si vede sfilare il terreno sotto i piedi, fiuta l’inganno e si ribella apertamente, convocando una riunione oceanica nel Foro. Il giorno della resa dei conti, Sulpicio prende posto nella Tribuna dei Rostri circondato dai seicento giovani dell’Antisenato (gli altri tremila membri di questa milizia si sono mescolati alla folla), mentre i consoli e i senatori osservano la scena dal podio del Tempio di Saturno. All’improvviso, il colpo di scena che incendia la piazza: mille giovani patrizi armati, guidati dal figlio del console Pompeo Rufo, irrompono lanciando pietre e brandendo torce.
È il panico. I corpi si schiacciano, gli sgherri di Sulpicio tirano fuori i coltelli, l’aria si riempie di grida, lamenti e ordini strozzati. Si combatte corpo a corpo, si sgozza, si creano cumuli di cadaveri. Il giovane Rufo tenta l’assalto ai Rostri per prendere Sulpicio, ma un littore lo disarma e lo scaraventa giù. In un istante, i seicento dell’Antisenato lo circondano e lo bastonano a morte sotto gli occhi impotenti del padre.
Il Foro diventa un inferno liquido che travolge tutto. Consoli e senatori vengono risucchiati dalla folla in fuga.
Silla, trafelato, braccato dagli assassini, corre verso il Campidoglio. Davanti alla casa di Gaio Mario, avviene l’impensabile: Silla bussa furiosamente alla porta del suo peggior nemico. Lo schiavo apre, Silla si infila dentro col cuore in gola. Mario lo riceve nel tablinum. Potrebbe approfittare dell’occasione per sbarazzarsi del rivale una volta per tutte, ma si astiene dal farlo. Silla ha sposato sua cognata, lui e Silla hanno vinto insieme la Guerra Giugurtina (111-105 a.C.) e poi le Guerre Cimbriche, ma soprattutto Silla è un console in carica e nemmeno Mario può spingersi al sacrilegio di ucciderlo a sangue freddo. I due parlamentano, stringono un accordo d’emergenza: Silla esce sotto scorta, revoca lo iustitium nel Foro e, poco dopo, lascia Roma insieme a Pompeo Rufo, spingendo il cavallo al galoppo.

Il Tempio di Saturno e alle spalle il Senato

La mossa di Sulpicio e la scelta delle legioni
Mentre i consoli cavalcano a briglia sciolta sulla via Latina verso Nola, scortati da uno squadrone di cavalieri gallici in cotta di maglia, Silla scruta l’orizzonte. Pensa alle mosse dei suoi nemici, conscio di avere le legioni ma non il controllo politico dell’Urbe. In quelle stesse ore, a Roma, Mario e Sulpicio mettono a segno una contromossa spietata. Convocato d’urgenza il concilium plebis sotto la minaccia delle armi, fanno approvare in blocco i quattro plebisciti più un quinto, micidiale, tenuto nascosto fino all’ultimo: la lex Sulpicia de bello mithridatico. L’intervento priva Silla del comando della guerra; Mario prende il suo posto; Pompeo Rufo perde la Gallia.
È un “vulnus costituzionale”, una legge adottata con l’inosservanza del termine delle tre nundinae (una proposta di legge non può essere messa in votazione prima di tre settimane dalla presentazione), che estromette un console in carica in favore di un privato cittadino di settant’anni. Giunto a Nola, Silla raduna le legioni nello spiazzo centrale del campo. Non chiede di seguirlo, parla al cuore e alla pancia dei soldati. La bassa forza non esita a schierarsi a suo favore: sa che Silla è generoso nella spartizione dei bottini, mentre teme che Mario la congedi per sostituirla con i suoi fedelissimi. Gli ufficiali superiori, vuoi perché spaventati dall’idea di una guerra civile, vuoi perché legati a Mario, abbandonano il campo di propria volontà o vengono cacciati dai subordinati. Tutti tranne uno: il ventinovenne Lucio Licinio Lucullo, un patrizio colto, perspicace, che resta al fianco del console. Lucullo porta con sé il peso di una storia familiare drammatica, segnata dal processo per peculato e dall’esilio del padre, il quale, prima di lasciare la Sicilia al termine della Seconda Guerra Servile (104-100 a.C.), aveva bruciato il proprio accampamento pur di non lasciare nulla che agevolasse il suo successore. Un sangue orgoglioso e vendicativo che ora sposa la causa sillana.

Il Rubicone di Silla: il sacrilegio è compiuto
Il punto di non ritorno viene superato nell’estate dell’88, quando due tribuni militari inviati da Mario giungono al campo di Nola per prendere il comando delle truppe. Silla ordina che il passaggio delle consegne avvenga in pubblico. Non appena il tribuno inizia a sventolare il decreto che lo autorizza, una salva di pietre si leva dalle file dei soldati. Un sasso centra in pieno la tempia di un tribuno, l’altro cade esanime a sua volta pochi istanti dopo. È questa la scintilla che innesca lo scoppio della guerra civile.
A Roma, la notizia deflagra come un tuono. Nessuno vuole credere che un console si stia ribellando allo Stato. Silla esita un attimo, conscio della gravità dell’atto, ma i segni divini sono a suo favore. L’aruspice Postumio gli predice la vittoria leggendo le viscere delle vittime del sacrificio; la notte stessa, la dea Ma gli appare in sogno mettendogli in mano un fulmine e mostrandogli i nemici che cadono a uno a uno. Silla rompe gli indugi e cinque legioni e duemila cavalieri – ventiquattromila uomini in totale – lasciano Nola, mentre la sola legione di Appio Claudio Pulcro resta a mantenere l’assedio. La colonna militare, lunga 20 chilometri, avanza come un serpentone a una velocità di 5-6 chilometri all’ora. A chiudere il convoglio, il carro che trasporta le salme dei tribuni assassinati.

Un tratto delle mura serviane di Roma a piazza dei Cinquecento

A Roma, la rappresaglia di Mario e Sulpicio è feroce. Gli amici di Silla vengono scannati, la sua casa viene saccheggiata, demolita e data alle fiamme, smantellata fino all’ultima pietra. Mario è convinto che Silla stia bluffando, ma ordina comunque la mobilitazione generale di tutti gli uomini validi, scavalcando il Senato e proclamando una resistenza casa per casa. È il comportamento di un golpista, ma il suo appello cade nel vuoto. La città non risponde. I nobili stanno con Silla, i plebei non vogliono farsi ammazzare per una faida non loro, e gli equites si nascondono nell’ombra, in attesa di correre in soccorso del vincitore.
Mentre l’armata si avvicina, il Senato disperato manda tre delegazioni. I membri della prima non vengono ricevuti. Quelli della seconda, guidati dai pretori Bruto e Servilio, fanno la voce grossa, ma i legionari strappano loro le toghe, spaccano le selle curuli e li cacciano a sassate. Silla incontra la terza delegazione ad Aequimelium. Finge di voler trattare, promette un incontro al Campo Marzio e ordina di accamparsi. È una menzogna. Non appena i messi si allontanano, Silla ordina ai legati Basilio e Mummio di scattare in avanti, raggiungere le mura di Roma e prendere i ponti e le porte principali.
Il finale è un incubo a occhi aperti. I difensori dell’Urbe vedono le legioni sillane schierarsi sotto le Mura Serviane. La Porta Esquilina viene presa d’assalto e sfondata a colpi d’ariete. Un fuggi fuggi generale svuota le vie interne, gli abitanti si affollano terrorizzati sulle terrazze e alle finestre. Non è un corteo trionfale quello che sfila in città, come tante volte era successo, ma un’invasione. Dai tempi del Sacco Gallico del 390 a.C., nessun nemico aveva mai violato il pomerium di Roma con le armi in pugno. Il tabù è infranto, il sacrilegio è compiuto. La res publica ha marciato su sé stessa, e nulla sarà più come prima.

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