Antiche, prestigiose e costose, le grandi università inglesi vantano una lunga tradizione di eccellenza. Non a caso hanno formato generazioni e generazioni di leader politici, economici e culturali in tutto il mondo. Ancora adesso, nella top ten della World University Rankings, insieme alle “solite” Cambridge e Oxford, il Regno Unito vanta altre due presenze: Imperial College e UCL.

Westminster sede del Parlamento britannico
Ma non è tutto oro quello che luccica. E se è vero che il sistema educativo inglese gode ancora ovunque di grande reputazione, è altrettanto vero che il livello accademico non è più quello d’un tempo. A questo proposito, ecco quanto ha raccontato recentemente un addetto ai lavori come il professor Tiago Mata, in un commento firmato sul quotidiano portoghese Publico. Incaricato di investigare per un presunto plagio su alcuni studenti della prestigiosa università londinese in cui insegna, il docente ha analizzato i loro comportamenti nel redigere elaborati, superare esami e produrre testi accademici da gennaio ad oggi. E alla fine ha scoperto che due terzi degli indagati, erano colpevoli. Venti su trenta – ha poi spiegato Mata – nel suo commento è «un numero compatibile con quello degli anni precedenti, mentre è radicalmente cambiata la natura dei casi… Nel recente passato ci si limitava a copiare, adesso si fa ricorso all’intelligenza artificiale».
Il problema è che numerose università inglesi «evitano di investigare sull’uso indebito dell’IA» sostenendo che si tratta d’indagini lunghe, difficili e dall’esito incerto. Vero, osserva il docente portoghese, ma dietro questa motivazione spesso si nasconde altro. E la vera ragione di tanto lasciar correre sta nella radicale mutazione del sistema universitario britannico avvenuta dopo la grande crisi finanziaria provocata dalla Brexit.

Il professor Tiago Mata
Vediamo di che si tratta. Con i conti in rosso a causa del grande calo degli studenti europei e in seguito perdita dei finanziamenti UE per la fine del programma Erasmus, molte università inglesi hanno dovuto rivolgere lo sguardo all’Asia. E quindi hanno intensificato la promozione di corsi in paesi come Cina, India e Corea del Sud. La svolta ha portato nuove entrate e ha salvato i bilanci ma ha anche inciso sulla qualità dell’istruzione. L’abbassamento dei criteri di accesso con la crescente commercializzazione dei corsi hanno definitivamente messo a rischio la tenuta dell’eccellenza accademica. E la necessità di mantenere alti numeri di iscrizioni per gonfiare i bilanci ha inesorabilmente portato alla proliferazione di corsi orientati più al mercato che alla ricerca accademica.
Da qui l’impietosa conclusione messa nero su bianco dal professor Mata nel suo commento: «Questo mercato globale è un mercato per la certificazione e non per l’educazione. Ciò che le famiglie e gli studenti comprano è il titolo di una università di alto livello, a volte senza interessarsi nemmeno della disciplina e della valutazione… Perché l’obiettivo di tutti è usare il titolo per una carriera nel paese d’origine…». Un osservatore esterno potrebbe aggiungere che se poi il livello di conoscenze dell’interessato, certificato dal titolo rilasciatogli da una rinomata università inglese, risultasse troppo al di sotto delle competenze professionali richieste da questo o quel lavoro, potrebbe sempre aiutarsi con l’uso indebito dell’Intelligenza artificiale…
