Katherine Johnson,
la “ragazza” Nasa
delle equazioni impossibili

Accade, nel fare uno schizofrenico zapping televisivo, di “inciampare” in un film che merita d’essere visto dalla prima all’ultima sequenza. Il film in questione è del 2016, Hidden Figures, nella versione italiana Il diritto di contare, del regista Theodore Melfi, candidato tre volte al premio Oscar, due ai Golden Globe. Nel cast Taraj Penda, Octavia Spencer, Janelle Monàe, Kevin Costner, Kirsten Dunst e Jim Parsons. Racconta una storia vera, quella di una matematica e fisica americana, Katherine G. Johnson.

Katherine Johnson, Katherine Johnson

Katherine Johnson

In Virginia, nella cittadina di Hampton, sorge il Langley Research Center, un complesso di ricerca della NASA, specializzato in tecnologia aeronautica e spaziale. All’ingresso, il visitatore è accolto da un grosso blocco di pietra color blu con barre bianche. Sulla sinistra il simbolo della NASA. A destra una cifra: 2103. Più in basso un nome inciso: “Katherine G. Johnson, computational Research Facility”; poi l’indirizzo: “1 Lindbergh Way”. Si può davvero dire che Katherine ha ben meritato quel riconoscimento e “ricordo”.
Boscaiolo e contadino, il padre; maestra la madre; Katherine è la più piccola di quattro figli; nasce il 26 agosto 1918, a White Sulphur Springs, nella contea di Greenbrier, Virginia Occidentale. Una famiglia come tante. A renderla diversa il colore della pelle; in quegli anni, negli Stati Uniti vuole dire più qualcosa. Oltre le donne non possono votare; ci si sposta ancora in calesse. La nonna era stata schiava, il “padrone” l’aveva resa incinta sei volte; una delle figlie era la mamma di Katherine (ma questo lei lo seppe molto dopo).
Quella di Katherine sembra una di quelle storie americane raccontate da Frank Capra. La matematica, il calcolo, il suo ineluttabile destino. Genitori e sorelle ricordano che fin da piccola la sua grande passione era quella di contare: «Contava tutto. I piatti e le posate, i passi per andare alla chiesa. Le stelle che vedeva. Un talento ereditato dal padre, capace di guardare un albero e valutare con precisione quanta legna ne avrebbe potuto ricavare». Precoce: a cinque anni impara a leggere per conto suo. Dalla seconda passa direttamente alla quinta elementare. A dieci anni il liceo, a quindici l’università; a diciotto la laurea in matematica e francese, con lode. Nel 1939, a 21 anni, è l’unica donna di colore ad essere ammessa al dottorato nell’università per bianchi West Virginia University.
Potrebbe dedicarsi alla carriera accademica; ma si innamora di un insegnante di Chimica, James Goble; si sposano, hanno tre figlie: Joylette, Connie, Kathie. Il “mestiere” di moglie e madre non le lascia molto tempo.

Equazioni di Katherine Johnson

Ha solo 38 anni quando al marito viene diagnosticato un tumore al cervello che non concede speranza. Lascia il lavoro, è distrutta: «Il diluvio di lacrime», ricorda, «arrivava prima che raggiungessi la mia camera».
Il tempo anche se non cancella, mitiga. A una festicciola dopo una funzione religiosa conosce un ufficiale della Guardia Nazionale, veterano della guerra di Corea, Jim Johnson. Incontro burrascoso, all’inizio gli è antipatico, i due litigano perfino, lui la ferisce: dubita delle sue capacità matematiche perché donna. Nel 1959 si sposano.
Nel frattempo, Stati Uniti e Unione Sovietica sono in piena competizione per chi vola per primo nello spazio con un astronauta su una navicella dove a bordo appena si respira. Vince l’URSS, dopo non sapremo mai quanti tentativi tragicamente falliti: il 12 aprile alle 10.02 ora di Mosca l’agenzia “Tass” comunica che Jurij Gagarin sta girando attorno alla Terra. Uno schiaffo per gli Stati Uniti, che accelerano in modo spasmodico la “corsa”, per lanciare prima possibile la loro navicella.
Per quel che riguarda Katherine, la svolta viene da un barbecue. Lo racconta in Il mio viaggio spaziale: tra un hamburger e un’ala di pollo fritto, un parente butta lì: «Alla NACA (la futura NASA) cercano matematiche anche se di colore».
Viene assunta. Il suo compito è calcolare i dati emersi dalle scatole nere degli aerei dopo un incidente. «Entro in ufficio e resto a bocca aperta; non avevo mai visto tante professioniste nere in un solo posto, tutte matematiche! Ci chiamavano “computatrici”, facevamo calcoli ripetitivi che servivano a ingegneri e scienziati di tutta l’organizzazione».

Decollo di un razzo Apollo

Vivian Mitchell, supervisora di Katherine, si rende conto delle doti e delle qualità della donna, decide di trasferirla allo Space Task Group. Katherine è la prima donna nera che lavora in quel team, tutto composto di bianchi. Anche l’edificio è costruito solo per i bianchi. I bagni, per esempio, sono riservati solo a loro. Per le sue necessità Katherine deve percorrere qualche chilometro, per poter usare l’unica toilette consentita anche ai neri. I colleghi di lavoro la boicottano; per di più lavora con paga ridotta.
Lei, ostinata, stringe i denti, non molla. Si ripete in continuazione quello che le diceva suo padre: «Nessuno è migliore di te». Lentamente i colleghi cominciano ad apprezzare il suo lavoro, li impressiona quando riesce a risolvere equazioni matematiche particolarmente complesse. Le viene consentito di firmare i suoi rapporti, è la prima donna a farlo.
Il capo di Katherine, Al Harrison la rimprovera per le sue numerose assenze. A muso duro risponde che sarebbe più presente se potesse andare in bagno come tutti. Di malavoglia Harrison decide: abolisce il regime di segregazione all’interno del centro, rimuove personalmente il cartello che indica il bagno riservato solo ai bianchi. Si convince che la donna sa il fatto suo, e l’autorizza a seguire le riunioni riservate. Qualcuno protesta: non solo donna, anche nera… Katherine li gela: «C’è forse una legge che mi vieta di partecipare?».
Una decisione provvidenziale, quella di Harrison: è grazie a Katherine che si riesce a elaborare una complicatissima equazione che consente il rientro della capsula spaziale con la quale l’astronauta John Glenn realizza sette orbite complete intorno alla Terra.
Il computer a cui avevano affidato i calcoli per le coordinate necessarie per il rientro, ha fornito dati imprecisi, si rischia un tragico fallimento. È lo stesso Glenn a imporre che i calcoli siano affidati al talento di Katherine: l’astronauta si fida più di lei che di una macchina che, durante i voli attorno alla Terra, non si è “accorta” di un guasto allo scudo termico. Perentorio, ordina: «Fate ricontrollare alla ragazza i numeri. Se lei dice che sono esatti, si parte».

Il presidente degli Stati Uniti Barack Obama premia Katherine Johnson

Katherine suggerisce di usare i razzi posteriori attaccati allo scudo. Glenn esegue, la manovra riesce, la navicella ammara al largo delle Bahamas. Grazie al successo della missione, nessuno osa più contestare il diritto di Katherine di lavorare per la NASA, in seguito le vengono affidati i calcoli per le traiettorie delle missioni “Apollo 11” e “Apollo 13”.
Katherine resta in servizio NASA fino al 1986, l’anno della pensione. Collabora al lancio di altre cinque missioni Apollo. Racconterà: «In molti mi hanno chiesto se Glenn avesse mai saputo il mio nome. Chi lo sa? Per me non aveva importanza allora, e neanche adesso. Mi sentii fortunata di essere quella ragazza».
E ancora: «Non ho fatto nulla di eccezionale. Ho svolto i compiti per cui mi hanno assunta, tutto qui. Tutto ciò che si poteva contare l’ho contato. I numeri erano il mio linguaggio naturale».
Il 16 novembre 2015 il presidente Barack Obama la include in un elenco di 17 americani premiati con una delle più alte onorificenze statunitensi, la Medaglia presidenziale della libertà. L’anno dopo le viene dedicato, al Langley Research Center di Hampton, il nuovo impianto, Katherine G. Johnson Computational Research. Katherine viene inoltre inclusa nella lista della serie televisiva “100 Women”, le cento donne ispiratrici e influenti di tutto il mondo. Nel 2019 la NASA le intitola la Verification and Validation, una struttura a Fairmont, in Virginia; è un complesso sorto per garantire la sicurezza delle missioni di più alto profilo.
Katherine si spegne a 101 anni, il 24 febbraio 2020, in una casa di riposo a Newport News. Alla NASA una targa la ricorda come «una eroina statunitense», la cui «eredità pionieristica non sarà mai dimenticata».