Grazia Deledda donna
dell’emancipazione

«Sogno un giorno di poter diradare con un mite raggio le foschie ombrose dei nostri boschi, narrare intera la vita e le passioni del mio popolo, così diverso dagli altri, così vilipeso e dimenticato e perciò più misero nella sua fiera primitiva ignoranza» (Grazia Deledda, lettera a Stanis Manca).

Grazia Deledda, Grazia Deledda riceve il Premio Nobel per la Letteratura

Grazia Deledda riceve il Premio Nobel per la Letteratura

La scrittrice nuorese fu la prima italiana e seconda donna al mondo a vincere, nel 1926, il Premio Nobel per la Letteratura.
Grazia Deledda nasce a Nuoro nel 1871, quarta di sette figli di una famiglia benestante. Il padre, Giovanni Antonio Deledda, laureato in legge, era un imprenditore e possidente, si occupava di commercio e agricoltura, aveva fondato una tipografia e stampava una rivista. Si interessava di poesia e componeva egli stesso versi in sardo. Fu sindaco di Nuoro nel 1863. La madre, Francesca Cambosu, donna di severi costumi e dedita alla casa, si occupava dell’educazione della figlia che, come le altre donne di quei tempi, avrebbe dovuto dedicarsi ai lavori domestici. A causa di una serie di disgrazie e per la morte del padre nel 1892 per una crisi cardiaca, la famiglia dovette affrontare difficoltà economiche.
Era una bimba curiosa, che da ragazzina correva insieme al fratello per le campagne della Barbagia, ma sempre attenta ai discorsi dei grandi. Le piaceva leggere e iniziò nella biblioteca paterna. Frequentate le scuole elementari, ebbe la possibilità di usufruire di lezioni private direttamente a casa, dove fu seguita dal professor Pietro Ganga, docente di lettere italiane, latine e greche e che le diede lezioni di base di italiano, latino e francese. Nacque una profonda amicizia, come testimoniano le lettere che si scambiavano. Proseguì la sua formazione da autodidatta e apprezzava la letteratura greca. Importante per la sua formazione letteraria, fu l’amicizia con lo scrittore archivista sassarese Enrico Costa, che per primo ne comprese il talento. Per un lungo periodo scambiò delle lettere con lo scrittore calabrese Giovanni De Nava, che ammirava il suo talento e, quando divennero lettere d’amore, si scambiavano dolci poesie.
Iniziò a scrivere quando ancora era una bambina. Nel 1887 inviò a Roma alcuni racconti (Sangue sardo e Remigia Helder), pubblicati dall’editore Edoardo Perino sulla rivista L’ultima moda, diretta da Epaminonda Provaglio, che poi pubblicò a puntate il romanzo Memorie di Fernanda.

Francobollo commemorativo di Grazia Deledda

Quando il suo primo racconto venne pubblicato, a soli tredici anni, i suoi vicini si infuriarono. Sangue sardo racconta la storia di una giovane donna che uccide il fidanzato della sorella, gettandolo da una rupe. La rivista, che aveva pubblicato il racconto, fu bruciata pubblicamente e anche i genitori di Grazia furono criticati.
Nel 1890, con lo pseudonimo Ilia de Saint Ismail, il suo romanzo Stella d’Oriente fu pubblicato a puntate sul quotidiano L’avvenire della Sardegna; seguì un libro di novelle per l’infanzia, Nell’azzurro, edito dall’editore Trevisini. Collaborò inoltre con riviste sarde e continentali e il suo lavoro fu apprezzato anche da Ruggiero Bonghi, letterato, deputato e ministro della Pubblica Istruzione, che nel 1895 scrisse una prefazione all’uscita del romanzo Anime oneste.

Fra il 1891 e il 1896, sulla Rivista delle tradizioni popolari italiane, diretta da Angelo de Gubernatis, venne pubblicato a puntate il saggio Tradizioni popolari di Nuoro in Sardegna, introdotto da una citazione di Tolstoj. La scrittrice era interessata alla letteratura russa. Seguirono romanzi e racconti sulla Sardegna. Nel 1896 il romanzo La via del male fu recensito favorevolmente da Luigi Capuana, che ne scrisse la prefazione. Nel 1897 uscì una raccolta di poesie, Paesaggi sardi, edita da Speirani.
Nel 1899 la Deledda si trasferì a Cagliari, dove sposò Palmiro Madesani, funzionario del ministero delle Finanze, che lasciò il lavoro per diventare l’agente letterario della moglie.
Nel 1900 sulla Nuova Antologia fu pubblicato il romanzo Elias Portolu, rivisto e edito nel 1903 da Roux e Viarengo, poi nel 1917 dopo una seconda revisione, fu ripubblicato dai Fratelli Treves per essere ristampato prima nel 1920 e poi nel 1928. Secondo la critica nel romanzo ci sono molte affinità con i grandi maestri russi dell’Ottocento, in particolare con il Dostoevskij di Delitto e castigo.
Dal 1903 seguono romanzi e opere teatrali di successo: Cenere, L’edera, Sino al confine, Colombi e sparvieri, Canne al vento, Il Dio dei venti.

Luigi Capuana

Si trasferì poi a Roma e nel marzo del 1909 il suo nome comparve alla presentazione delle liste per le elezioni alla XXIII legislatura del Regno d’Italia, nel collegio di Nuoro della Camera per il Partito Radicale Italiano. Era la prima volta che una donna veniva candidata, e ciò provocò varie polemiche anche perchè in quegli anni si lottava per il voto alle donne. Su La Tribuna Giuseppe Piazza dubitava che la scrittrice potesse avere qualità adatte ad un ruolo politico visto che, fino ad allora, aveva impiegato la sua vita a scriver romanzi e a partorire dei figli.
Nel 1926 arrivò il Nobel, ma un tumore al seno la portò alla morte dieci anni dopo.
Il 15 agosto del 1936 moriva a Roma Grazia Deledda e fu sepolta al Verano a Roma, poi le sue spoglie furono trasferite su richiesta della famiglia a Nuoro, dove la sua casa è oggi un museo.
Grazia Deledda fu una percursora dell’emancipazione femminile, la sua intera vita e la sua produzione letteraria testimoniano, infatti, i suoi atti di ribellione alla società patriarcale. in cui era nata, per affermare la sua libertà. Per questo, soprattutto agli inizi della sua attività letteraria, la Deledda aveva incontrato varie ostilità da parte dei suoi compaesani. Le sue opere trattano le tematiche del peccato, della redenzione, della perdita e dei dilemmi morali ambientati in paesaggi brulli e primitivi.
Grazia Deledda si è identificata a tal punto con la sua isola che, leggendo le pagine dei suoi romanzi, pare vivere di colori, odori, paesaggi di quella terra, dove in una società patriarcale immutabile le donne, pur nel loro ruolo subalterno, ne sono la vera forza. «Talvolta mi avviene di pensare con commozione, che se io conto qualcosa nella letteratura italiana, lo devo tutto alla mia Isola santa. L’ho nel cuore, come si ha nel cuore la casa della madre e del padre».