Elagabalo l’imperatore
autocrate col sogno
di diventare donna

La costa dell’Africa settentrionale, dominata dal golfo della Grande Sirte, era tristemente nota nell’antichità per le sue insidiose secche sabbiose che minacciavano costantemente la navigazione.

Il Teatro romano di Leptis Magna

In questo scenario geografico sorgeva Leptis Magna, una monumentale metropoli di 80.000 abitanti protetta da difese naturali ed eccezionali interventi di ingegneria portuale. La città visse la sua massima fioritura edilizia grazie al suo cittadino più illustre, Lucio Settimio Severo. Il generale, di origini puniche e berbere, aveva conquistato il potere imperiale dopo aver prevalso in una sanguinosa guerra civile durata quattro anni, scoppiata in seguito all’assassinio di Commodo, figlio e successore di Marco Aurelio.
Settimio Severo (r. 193-211) inaugurò una gestione autocratica dello Stato fondata sul totale appoggio dell’esercito. Dal matrimonio con Giulia Domna, nobildonna di Emesa – regno cliente situato nella provincia romana di Syria e governato dalla dinastia dei Sampsigerami – nacquero due figli, associati progressivamente al trono. Alla morte del padre nel 211, il primogenito Caracalla assassinò il fratello per governare da solo. In seguito, estese la cittadinanza a tutti gli abitanti liberi dell’impero, edificò un colossale complesso termale a Roma, e intraprese diverse campagne militari, l’ultima contro i Parti. L’8 aprile 217 Caracalla fu tradito e assassinato a Carre in Mesopotamia dal prefetto del pretorio Macrino.
Il regno di Macrino durò appena quindici mesi. La potente Giulia Mesa, sorella di Giulia Domna, corruppe infatti le legioni siriane affinché acclamassero imperatore il quattordicenne Vario Avito Bassiano, facendolo passare per figlio illegittimo di Caracalla. Il ragazzo era in realtà figlio di Giulia Soemia (a sua volta, figlia di Giulia Mesa) e del senatore romano Sesto Vario Marcello, e aveva ereditato dal bisnonno materno il titolo di sommo sacerdote della divinità solare El-Gabal. Sconfitto Macrino l’8 giugno 218 nei pressi di Antiochia, il giovane sacerdote ascese al trono imperiale.
L’ingresso a Roma e il disorientamento del Senato
L’ingresso ufficiale (adventus) del nuovo sovrano a Roma, nell’autunno del 219, segnò una rottura profonda con le tradizioni occidentali, che scioccò i Romani. Una spettacolare processione di sacerdoti siriani attraversò la Via Sacra eseguendo danze estatiche al ritmo di tamburi e flauti. Il baricentro del corteo non era l’imperatore, ma un enorme meteorite nero di forma conica, simulacro del dio El-Gabal, trasportato su una quadriga d’oro massiccio trainata da sei cavalli bianchi lasciati liberi da briglie, poiché, secondo la dottrina mistica siriana, era la divinità stessa a guidare il carro.

L’imperatore romano Lucio Settimio Severo – Parigi Louvre

Il giovane imperatore camminava all’indietro davanti al carro per non voltare mai le spalle al sacro betilo. Aveva le sopracciglia depilate e il viso pesantemente truccato, indossava una sfarzosa tunica di pura seta color porpora e ricamata in oro, e portava in testa l’alta tiara conica dei sacerdoti di Emesa, avente alla base la corona d’oro, simbolo della regalità della dinastia di Emesa. Per impedirgli di cadere, la strada era cosparsa di polvere d’oro e i Pretoriani lo sorreggevano discretamente ai lati. Dietro al sovrano sfilavano le donne della famiglia imperiale e i senatori, questi ultimi visibilmente a disagio per un rituale percepito come un’umiliazione dei culti patri a favore di un monoteismo solare straniero. Sul Palatino l’imperatore depositò il meteorite, annunciò la costruzione di un grande tempio (Helagabalium) e assunse il nome di Marco Aurelio Antonino Augusto, sebbene sarebbe passato alla storia come Elagabalo.
Fin da principio, la condotta di Elagabalo esasperò la società romana. Il sovrano appariva in pubblico truccato e vestito di seta pura, un tessuto giudicato scandaloso e femmineo dai tradizionalisti. Offriva banchetti bizzarri in cui gli ospiti venivano derisi o soffocati sotto piogge di petali di rosa, gareggiava come auriga, non si curava che il suo carro trainato da elefanti o cammelli distruggesse tombe al suo passaggio, e organizzava battaglie navali in bacini riempiti di vino.
La sfera intima: un imperatore transgender?
Le cronache coeve, in particolare quelle dello storico Cassio Dione, descrivono una condotta sessuale del tutto anticonvenzionale per i canoni romani. Elagabalo usava parrucche, si depilava l’intero corpo e si prostituiva all’interno del palazzo imperiale. Nel corso del suo breve regno contrasse cinque matrimoni con donne e due con uomini: lo schiavo e auriga Ierocle e l’atleta Zotico di Smirne. La storiografia evidenzia una costante ricerca dell’androginia: l’imperatore rifiutava i titoli maschili, pretendendo l’appellativo di “Signora” o “Regina” e arrivò a offrire metà dell’impero al medico che lo avesse dotato di una vagina.

Le Terme di Caracalla a Roma

Negli ultimi decenni, parte della letteratura e degli studiosi dei Queer Classical Reception hanno ravvisato in questi comportamenti una delle prime testimonianze documentate di una persona transessuale della storia. Tuttavia, storici del mondo antico come Mary Beard, Shushma Malik, Paul Veyne e Gerrit H. Halsberghe invitano alla massima cautela interpretativa, considerando quella lettura come un errore metodologico.
I racconti di Cassio Dione e dell’Historia Augusta ricalcano infatti precisi stereotipi letterari romani volti a “femminilizzare” e screditare i sovrani orientali per giustificarne la destituzione. È inoltre probabile che molti dei comportamenti descritti come depravazioni fossero la trasposizione dei complessi riti androginici e delle pratiche sacerdotali tipiche del culto solare di Emesa, dove la fluidità di genere possedeva un profondo significato teologico e mistico.
Politica religiosa e tensioni nel Cristianesimo
Del tutto disinteressato agli affari militari e amministrativi, Elagabalo delegò la gestione istituzionale dello Stato alla nonna Giulia Mesa e alla madre Giulia Soemia. Le due donne arrivarono a istituire un senato parallelo sul Quirinale per discutere gli affari pubblici, sovvertendo il tradizionale ruolo marginale della figura femminile a Roma.
L’imperatore concentrò i propri sforzi sul tentativo di imporre il monoteismo solare, con l’intento di sostituire Giove con El-Gabal. Nell’Helagabalium sul Palatino ordinò di trasferire, oltre al meteorite, anche i sette talismani sacri che garantivano la salvezza e l’eternità di Roma, custoditi nel Tempio di Vesta. L’atto che suscitò il massimo sdegno fu il suo matrimonio sacrilego con la Vergine Vestale Aquilia Severa, celebrato per simboleggiare l’unione mistica tra il Sole e Vesta. Per il Senato, questa profanazione minacciava direttamente la pax deorum.

Elagabalo, L’imperatore romano Elagabalo – Napoli Museo Archeologico Nazionale

L’imperatore romano Elagabalo – Napoli Museo Archeologico Nazionale

Tuttavia, interpretazioni moderne (come quelle di Gaston H. Halsberghe e Cristian Bissattini) suggeriscono che tale unione potesse celare un significato sincretico influenzato dalla cultura cristiana presente a corte. Sotto Elagabalo non si registrarono persecuzioni anticristiane (a differenza di quanto era accaduto sotto Nerone, Domiziano, Traiano, Marco Aurelio e Settimio Severo) e l’atteggiamento verso questa confessione rimase favorevole, supportato dai contatti tra la famiglia imperiale e Papa Callisto I.
Parallelamente, il Cristianesimo romano visse una stagione di aspri conflitti dottrinali interni. Sotto i pontificati di Vittore I e Zefirino la Chiesa dovette affrontare lo scisma di Teodoto di Bisanzio e la controversia sulla datazione della Pasqua. Lo scontro si inasprì sotto Callisto I (r. 217-222), accusato dal teologo Ippolito di Roma di modalismo e di eccessiva indulgenza nel perdonare peccati gravi, oltre che di aver legittimato i matrimoni tra donne patrizie e schiavi. La frattura portò all’elezione irregolare di Ippolito, ricordato come il primo antipapa della storia.
L’insurrezione militare e la fine della dinastia
Le continue provocazioni alienarono rapidamente a Elagabalo l’appoggio dell’esercito e del popolo. Per salvare la dinastia dal malcontento dei militari, Giulia Mesa e Giulia Mamea spinsero l’imperatore ad adottare, nel giugno del 221 d.C., il cugino quattordicenne Marco Bassiano Alessiano, associandolo al trono. Alessiano, dai costumi sobri e marziali, divenne subito l’idolo dei soldati. Divorato dall’invidia, Elagabalo tentò più volte di farlo assassinare, ma i complotti furono sistematicamente sventati.
L’11 marzo 222 d.C., nel tentativo di sedare le voci sulla presunta morte di Alessiano, i due co-imperatori si recarono ai Castra Praetoria. Di fronte alle acclamazioni dei soldati rivolte solo al cugino, Elagabalo ebbe una crisi isterica e ordinò l’arresto immediato dei contestatori. La reazione dei Pretoriani fu immediata: i soldati si scagliarono contro l’imperatore e sua madre, massacrandoli brutalmente all’interno di una latrina dove avevano cercato rifugio. I loro corpi furono decapitati, trascinati per la città e gettati nel Tevere.
La purga colpì anche i collaboratori più stretti del sovrano, tra cui il marito Ierocle e lo stesso Papa Callisto I, defenestrato e lapidato per la sua vicinanza politica alla cerchia siriana. Il Senato decretò la damnatio memoriae per Elagabalo, ordinando la distruzione delle sue statue e la cancellazione del suo nome dai documenti. Alessiano fu proclamato imperatore con il nome di Marco Aurelio Alessandro Severo: sarebbe stato l’ultimo Augusto della dinastia ed è oggi ricordato dalla storiografia come uno dei migliori sovrani di Roma.