“Non dimenticherò
mai quel 23 maggio, Falcone,
il tritolo mafioso”

Giovanni Falcone

Da Palermo, la notizia che la Cosa Nostra aveva saldato il conto aperto con Giovanni Falcone… Era un pomeriggio pigro, sonnolento, quel sabato di trentaquattro anni fa, in redazione. All’improvviso tutto precipita. La RAI affitta un aereo, non c’è tempo di aspettare i voli di linea; così, con miei colleghi del TG2 Rita Mattei e Ulderico Piernoli, ancora increduli per l’accaduto, con le notizie frammentarie che si accavallano: Falcone è sopravvissuto, è grave, è morto, no respira ancora…
Atterrati, si giunge all’altezza di Capaci: la tremenda esplosione ha reso quel tratto di super strada un luogo spettrale. Non so perché, ma di quei momenti ricordo solo un grande silenzio. Non è possibile, è una mia suggestione, figuriamoci se in quel luogo sventrato dal tritolo mafioso, il dolore, la rabbia, l’incredulità non aveva, oltre che visiva espressione, anche “suono”, “rumore”, “fragore”…
Eppure, fossi chiamato a giurare, consapevole dell’assurdità del mio dire, parlerei di un silenzio, simile a quello evocato in un famoso dipinto.
Quel 23 maggio fa parte dei giorni che mai dimenticherò.

23 maggio, La strage mafiosa del 23 maggio 1992

La strage mafiosa del 23 maggio 1992

Come non dimentico le imprecazioni, anni prima, davanti alla chiesa dove si celebrava il funerale del generale Dalla Chiesa; mentre poco distante, al mercato, le persone sembravano vivere la loro vita, come se la cosa non li riguardasse.
Non dimenticherò mai il balbettare di Giuseppe Ayala, che si scusa se non riesce a esprimersi in modo comprensibile: per annegare il dolore della morte dell’amico, confessa che si è aiutato con abbondanti sorsate di whisky…
Non dimenticherò mai, giorni dopo, a Roma, la stanza di Falcone al ministero di Giustizia, con la fila di paperelle, spero che le abbia conservate una persona a lui cara e devota.
Non dimenticherò mai settimane dopo Capaci, quella domenica in cui ci si ritrova dolenti e sgomenti in via D’Amelio, trasformata in una Beirut da un’esplosione che non ha lasciato scampo.
Non dimenticherò mai gli agenti furibondi dopo che anche Paolo Borsellino è stato ucciso: cercano di aggredire il presidente Scalfaro e il capo della polizia Parisi che gli fa da scudo, si prende lui spinte e cazzotti, all’interno della chiesa dove ha luogo il funerale…

Paolo Borsellino

Non dimenticherò mai i due genitori anziani del giudice Rosario Livatino appena massacrato: il loro singhiozzare, e non c’è stato bisogno neppure di un cenno d’intesa con l’operatore, la telecamera è rimasta spenta, nessuna immagine neppure rubata, di quel dolore, ci siamo limitati a filmare l’esterno della casa…
Non dimenticherò mai lo strazio a Firenze, in quella via dei Georgofili dove un’intera famiglia viene sterminata e con loro uno studente; una delle pagine più misteriose e inquietanti nella lunga storia di Cosa Nostra.
Non dimenticherò mai l’attentato cui scamparono per un soffio Maurizio Costanzo e Maria De Filippi, a Roma, e la via Fauro dove transitavano su cui sembra essere passato un tornado, i capi della polizia di allora, Parisi e Fernando Masone che si aggirano in quella devastazione, in preda a pensieri che s’indovinano più dalle loro espressioni cupe che dalle loro smozzicate parole; concedono al microfono un laconico, enigmatico: «Ci hanno recapitato un messaggio».
No, non dimentico, anche se ormai tanto tempo è trascorso e la cronaca si muta in storia.
È una storia fatta di tante storie, su cui tanto si è scritto e detto; e tuttavia c’è sempre qualcosa che sfugge, non è chiaro: tanti fili che finiscono col formare una matassa inestricabile.
Al pari del Vice del sciasciano “Il cavaliere e la morte” si è tentati di dire: «Che confusione!». Non si capisce; o al contrario, si capisce benissimo. Se “confusione” andasse intesa come: “Con-fusione”?