Dopo i dieci miliardi di dollari chiesti al Wall Street Journal, per aver pubblicato una lettera a sfondo sessuale al miliardario pedofilo Jeff Epstein, Donald Trump adesso ne pretende 15 dal New York Times, che – a suo dire – è un “giornale degenerato” abituato a pubblicare menzogne e fake news su di lui.

Vladimir Putin e Donald Trump
Ma se il presidente Usa fa causa alla stampa americana, perché lo avrebbe danneggiato, i nostri giornali cartacei potrebbero tranquillamente imputargli gran parte del loro attuale declino. Per avere un’idea della situazione, basta osservare le vendite dei quotidiani italiani a partire dallo scorso gennaio, ossia da quando il Tycoon è tornato alla Casa Bianca dando il via a un’interminabile serie di promesse, minacce e annunci roboanti. In primis sull’Ucraina e su Gaza. Le due guerre che avrebbe dovuto fermare in “poche ore”. La prima con un ultimatum a Putin, la seconda con la proposta di un accordo globale e toni ultimativi nei confronti di Hamas.
La copertura mediatica assicurata dalla stampa alle promesse, alle minacce e alle dichiarazioni sopra le righe del presidente Usa è stata ovviamente ovunque ampia. Ma in un Paese come il nostro è accaduto di peggio. Perché l’informazione si è subito polarizzata tra le posizioni filo-Trump dei giornali vicini alla premier Giorgia Meloni schierata a fianco dell’inquilino della Casa Bianca e quelle antipatizzanti di sinistra, Dem e Cinquestelle.

Copie di quotidiani
Con il risultato di dar vita a un’informazione su temi globali costantemente piegata alle necessità propagandistiche di questo o quel partito politico. E addirittura di singolo candidato nel corso di campagne elettorali amministrative. Ma con questo tipo di copertura assicurata dai quotidiani italiani i toni sempre sopra le righe del presidente americano hanno generato in molti lettori una sorta di “Trump fatigue”. Cioè una saturazione che si è presto trasformata in disinteresse e accelerando quel calo strutturale delle vendite dei giornali che in Italia durava da anni.
Le testate si sono così divise nel tono e nell’approccio. Alcune hanno adottato una linea più istituzionale e moderata (esempio il Corriere della Sera), altre più emotiva e militante (esempio Il Fatto quotidiano). La guerra a Gaza ha poi generato molto “opinionismo”, con editoriali che spesso riflettevano la politica interna italiana, e che nei casi peggiori si trasformavano in strumenti di posizionamento ideologico.
Alla fine, l’impatto di questo mix sulla diffusione dei giornali è risultato devastante. Secondo gli ultimi dati disponibili, la maggior parte dei quotidiani cartacei, nel primo semestre 2025, ha perduto copie a ritmo più sostenuto del previsto, registrando per tutte le maggiori testate cali superiori al 10% rispetto alla stesso periodo dell’anno precedente. Una flessione che a fine 2025 potrebbe far scendere le vendite quotidiani italiani sotto la soglia del milione di copie. Il peggior risultato di sempre.
