
Giorgio Armani
Ho aspettato la fine della saga a Rivalta, perché la morte è l’unica realtà in grado di paralizzarmi. Che sia lieve la terra anche per te, sperando -come ha felicemente raffigurato il vignettista Hosho- «che ci sia un sarto in Paradiso», pronto ad accoglierti.
Si perché stiamo parlando di un sarto talentuoso, geniale, ipercreativo, fantasioso, brillante, di un artigiano d’eccezione, ma pur sempre un sarto: Giorgio Armani. E invece siamo stati letteralmente rimbambiti dalle celebrazioni di un Maestro, di un Gigante che ha reso celebre l’Italia nel mondo (?!), di un “re Giorgio” (epperò l’ultimo, Giorgio VI, era balbuziente come Mosè, Manzoni, Marilyn Monroe, Churchill, Newton…, condizione sconosciuta al nostro, alieno da ogni forma di composizione spuria, assemblaggio, plissettatura, pleated direbbe l’anglocentrico del Tacco Caprarica (che pensa un po’, ha cenato con lui!).
Gruber confessa di dovergli il successo e si spinge ad affermare che «grazie a questo straordinario artista molti uomini hanno imparato, loro malgrado, che andavamo prese sul serio». Ma non basta: «Alle ragazze che mi chiedono un consiglio sui primi passi da fare per la loro carriera non mi stanco mai di dire comprati una giacca», destrutturata, natuerlich. La professionalità appesa ad una gruccia!

L’azienda Giorgio Armani
È tutta l’informazione che si inchina nonostante le belle parole sulla correttezza, sulla deontologia, la notizia, ecc. Sei giorni (e chissà se è veramente finita). Sei giorni di funerea orgia con intensità che scema con lentezza disarmante, dall’inizio demenziale all’epilogo. Non c’è carta stampata o notiziario che si salva. Non c’è guerra in Ucraina o in Palestina, sconvolgimento geopolitico, difficoltà economica, carrello della spesa che ci distolga. Nemmeno De Luca e Baldecchi riescono a prendersi la scena! È cascato il mondo, non ve ne siete accorti? Repubblica batte tutti (ca va sans dire, quando puoi svicolare): 15 pagine fitte e tante firme sprecate; Il Corriere a ruota con 13 (Cairo svegliati) e via seguendo. Velo pietoso per i telegiornali.
E il Paese, pardon, la Nazione partecipa, del resto «era un vero patriota, il suo impero da 13 miliardi è solo italiano»! Tutti hanno qualcosa da dire, da pensare, anche solo da immaginare o millantare.

Guido Crosetto
Paginate di necrologi, alcuni addirittura replicati (non esistono più le segretarie serie di una volta? Oppure repetita iuvant?). Non badiamo a spese. Parole in libertà, vuote più sono ridondanti. Alcune dovute, alcune scontate, un’accozzaglia di prestampati pronti alla bisogna. Insomma, tutto all’insegna della sobrietà, dicono. Sobrietà? Ha commentato un lettore, «allora i miei vocabolari mentono»! Il ministro Crosetto ha fatto bingo con la dedica delle celebrazioni del 65° anniversario delle Frecce tricolori «all’eleganza e all’innovazione dello stilista», del quale non ha mai potuto indossare un capo, essendo… extralarge.
E vai con il “red carpet” anche qui. Eppure potrebbe essere risparmiato visto che the stylist non conosceva una parola di inglese! Ma tant’è, tappeto rosso -usato dai romani per primi- è provinciale. Può però andare bene per chi, come Gianni Riotta, ricorda solo “il sorriso”, o per Carlo e Giulia Verdone che piangono «un uomo amabile e gentile», o per la partecipazione al dolore «dei condomini e dell’amministratore di condominio di via Borgonovo 18 per la scomparsa del sig. Giorgio Armani». Esagerare stanca anche la memoria, ha chiosato Giuliano Ferrara. No caro Brecht, siamo ancora ai primordi. Non «beato il popolo che non ha bisogno di eroi», ma «beato il popolo che non ha bisogno di miti farlocchi».
