Un nuovo capo di abbigliamento può cambiare la società. Accade con Giorgio Armani e con Mary Quant. Nel 1983 lo stilista italiano inventa la “giacca destrutturata”, nel 1963 la britannica Mary Quant la “minigonna”. Sono due rivoluzioni nella moda e nella società, sfondano in nome della libertà di vestire fuori dai vecchi schemi. Cambiano perfino i costumi e le relazioni sociali.

Fila di persone alla camera ardente di Armani a Milano
Così si spiega il dolore per la morte di Armani. Fiumi di persone gli rendono omaggio a Milano. Giornali, televisioni e reti sociali su Internet di tutto il mondo sono inondati dalla notizia della morte del grande stilista. A Milano una lunghissima fila di donne e uomini attende paziente di entrare nella camera ardente per rendergli l’estremo saluto. Ci sono anche personaggi potenti come il presidente di Stellantis John Elkann e il sindaco di Milano Giuseppe Sala.
Ci sono gli amici, i dipendenti, i grandi protagonisti della moda, suoi colleghi e concorrenti. C’è gran parte del mondo della cultura, dello spettacolo, del cinema, dello sport. Gabriele Salvatores ricorda: «Amava molto il cinema e il teatro». Il regista rileva: «La cosa fantastica è che preferiva le persone alla moda: voleva dare loro qualcosa con cui si sentissero liberi. Ho delle cose di Armani di 20 anni fa ancora perfette».

Giorgio Armani
Armani è stato un geniale inventore. Riesce a conquistare con i suoi vestiti donne e uomini perché realizza i loro desideri di libertà e di praticità. E lo fa con una mano elegante e sobria. La “giacca destrutturata”, la sua grande invenzione, è destinata alle donne e agli uomini. Alle giacche delle donne inserisce le spalline dando autorevolezza al mondo femminile nei rapporti di lavoro. Mentre le giacche degli uomini diventano morbide dando spazio alla gentilezza della figura maschile. Conquista la moda e i mercati mondiali perché permette alle persone di andare a lavorare con abiti comodi. È un successo così forte e innovativo che fa scuola: le altre case di moda cercano di imitare al meglio quel modello.
È un rivoluzionario della moda. Inventa perfino un termine linguistico nuovo: “stilista”. Dice di non sentirsi né un sarto né un imprenditore. Spiega: «Mi sento uno che crea uno stile, uno stilista». Nasce a Piacenza, da bambino emigra a Milano con la famiglia. Si sente un milanese a tutti gli effetti. Da zero crea un impero imprenditoriale del valore di 13 miliardi di euro. A Milano comincia lavorando come vetrinista alla Rinascente. Poi, passo dopo passo, idea dopo idea, vestito dopo vestito scoppia il fenomeno Armani sostenuto da una miriade di aziende artigianali disseminate soprattutto nell’Italia del nord.

Una vetrina Armani a Milano
È un vanto di Milano. Non a caso il sindaco Sala proclama il lutto cittadino. Il marchio Armani è diventato un simbolo della metropoli lombarda. Un tempo i simboli gloriosi di Milano erano quelli industriali come l’Alfa Romeo e quelli culturali come La Scala. Il Teatro La Scala esiste ancora ma il Portello e Arese, le fabbriche nelle quali si costruivano le potenti Alfa Romeo, sono scomparse da tempo. Gli impianti Stellantis in Italia sono in coma. Il presidente di Stellantis Elkann non dà risposte convincenti di rilancio. L’Alfa Romeo, uno dei marchi del gruppo automobilistico italo-franco-americano, è in caduta verticale: produce poche auto del Biscione a Cassino, Pomigliano D’Arco e all’estero. Non a Milano.
Armani è una grande realtà economica che c’è. E dovrebbe continuare a prosperare. Giorgio Armani muore il 4 settembre a 91 anni di età, i funerali lunedì 8 settembre a Rivalta, ma lascia le indicazioni perché la sua galassia di imprese possa continuare a macinare successi. Scrive di voler lasciare «un segno» di attenzione e di rispetto verso le persone e la realtà.
Certo gli abiti di Armani, eleganti ed essenziali, sono costosi, non sono alla portata di tutte le tasche soprattutto in un periodo di crisi. Ma il creatore della “giacca destrutturata” non ha colpito il cuore solo delle classi medio alte ma anche quello dei ceti popolari, in particolare, dei suoi dipendenti. Anche sotto i colpi di dure sfide non ha venduto il suo impero ai concorrenti esteri in agguato ma ha investito nel gruppo creando valore e difendendo l’occupazione. Questo è certamente «un segno» di attenzione e di rispetto verso i lavoratori (quasi 9 mila dipendenti), Milano e l’Italia. Forse anche per questo la morte di Armani è un fenomeno sociale ed emoziona Milano.
