Intelligenza artificiale?
Affascinante e terrificante

Lo sviluppo dei modelli di intelligenza artificiale (AI) è entrato in una fase di espansione esponenziale. Gli investimenti mondiali annunciati per i prossimi cinque anni sono di dimensioni straordinarie, misurabili in trilioni (migliaia di miliardi) di dollari nei molti settori coinvolti, a partire dalla realizzazione di nuovi grandi impianti di energia.

Modelli di intelligenza artificiale, Robot dotato di intelligenza artificiale

Robot dotato di intelligenza artificiale

Più si approfondisce, sulla base dei dati disponibili, la conoscenza del processo di sviluppo in atto dei modelli di intelligenza artificiale e delle loro potenzialità, e più ci si rende conto che le prospettive davanti a noi sono, al tempo stesso, affascinanti e terrificanti.
Salute e medicina, ricerca scientifica, settore militare, cybersicurezza, attività produttive, sistemi educativi, comunicazione e trasporti. Lo sviluppo futuro dei modelli di AI finirà per incidere profondamente in moltissimi campi della attività umana e, come dobbiamo valorizzare gli aspetti positivi di questi cambiamenti, per esempio in campo sanitario e nella ricerca scientifica, dobbiamo anche cercare di evitare o comunque porre sotto controllo gli aspetti più negativi e pericolosi che tale trasformazione può determinare nella società e nel nostro modo di vivere.
La tecnologia non è, in sé, un pericolo. Il problema siamo noi, quando il nostro modo di costruirla e di usarla diventa aggressivo e incontrollato.
Finora, nel mondo della AI, le strade emergenti sono state due, quella americana e quella cinese, e corrispondono alle due realtà: la prevalenza del controllo capillare e centralizzato in quella cinese e l’anarchia senza controlli della Silicon Valley, i cui motori finanziari sono il commercio e il militare. India e Europa, per ragioni diverse, sono per ora rimaste indietro.
L’India è in ritardo per problemi finanziari, strutturali, e anche linguistici, che sta cercando faticosamente di superare con il piano “India AI Mission” del 2024, mentre l’Europa è in ritardo anzitutto a causa della persistente frammentazione del suo mercato digitale e del sistema finanziario europeo. Ha finora prodotto un apprezzabile sistema di regole con l’AI Act del giugno 2024. Ma con le sole regole non si può governare l’accelerazione tecnologica se vengono lasciate ad altri la ricerca e l’innovazione. La conseguenza è la attuale dipendenza europea dalla supremazia americana fondata, peraltro, sul monopolio di poche aziende che detengono la gran parte dei dati mondiali, il vero patrimonio su cui si formano i modelli di AI.

Modelli di intelligenza artificiale, Sam Altman

Sam Altman

Per ora in Europa si annunciano importanti investimenti futuri e qualche iniziativa concreta come, ad esempio, la francese Mistral AI, già da qualche anno operativa e, per l’autunno 2025, il modello preannunciato dalla Svizzera. Si tratta di un modello AI pubblico, multilingue, gratuito, e con regole a tutela della privacy e della trasparenza sui dati di addestramento.
In questa potente accelerazione tecnodigitale vengono spesso travolti o minimizzati i problemi che essa determina e che, in estrema sintesi, vanno dall’enorme fabbisogno energetico, alla incidenza sulla occupazione nelle imprese, al condizionamento di comportamenti individuali e sociali, alla comunicazione e ai trasporti, all’uso militare, ai nuovi rapporti di potere a livello internazionale e infine, ma non certo ultimo, al problema della reale affidabilità dei modelli AI.
Goldman Sachs prevede, in un rapporto del febbraio 2025, che la domanda di elettricità dei “Data Center” della AI crescerà del 165% entro il 2030, raggiungendo una potenza di circa 945 Terawattora (TWh), l’intero consumo elettrico del Giappone di oggi. Più del doppio dei 415 TWh consumati nel 2024. Ed è facile immaginare che gran parte di questo immediato e grande fabbisogno di energia non potrà essere coperto da fonti rinnovabili, ma da gas e petrolio.
Sulla occupazione si iniziano a intravedere prospettive critiche, a cominciare proprio da alcune delle principali imprese tecnodigitali. Microsoft, ad esempio, già oggi produce il 30% dei suoi algoritmi con modelli di AI, e nel primo semestre 2025 ha ridotto di 15.000 unità (il 7% del totale) i propri addetti. Le previsioni correnti sono che il problema della occupazione riguarderà anzitutto i casi nei quali l’attività del lavoro è prevedibile, ripetitiva o comunque basata su regole prestabilite. Un numero di casi potenzialmente sterminato.

Campus della Microsoft a Silicon Valley

Naturalmente il cambiamento determinerà anche nuove attività, ma si tratterà di vedere se e quanto saranno sostitutive delle perdite, anche tenuto conto delle prevedibili difficoltà di riconversione degli addetti. La rivoluzione tecnologica iniziata più di un secolo fa aveva sostituito o trasformato una buona parte del lavoro manuale. La prossima potrebbe invece sostituire o trasformare soprattutto una parte rilevante del lavoro intellettuale.
L’incidenza della diffusione della AI sta anche determinando interrogativi su possibili problemi di controllo sociale e di modalità di utilizzo da parte di noi utenti. Su questo ultimo punto Sam Altman, leader della società OpenAI, ha spiegato come il loro modello ChatGPT è già oggi utilizzato dai più giovani come un sistema operativo, e che molti di loro ormai non prendono decisioni importanti senza prima chiedere un parere al loro “Chatbot”.
L’uso di questi “Chatbot” si sta diffondendo con grande rapidità. Tra questi vi sono anche i “Chatbot Companion”, nati apposta per fornire compagnia ai loro utenti e che prevedono la possibilità di sviluppare con essi una vera e propria relazione di amicizia e anche affettiva. “Replika” e “Nomi.AI” sono due di questi Chatbot attualmente più frequentati.
Per non parlare poi delle cosiddette “Sycophantic AI”, un modello nato per dare sempre ragione ai suoi interlocutori, anche quando sostengano tesi aberranti. Casi gravi, terminati con suicidi, nei quali è coinvolto il Chatbot “Character.AI”, sono già avvenuti in Texas e California. Sulla rivista “The Atlantic”, Mike Caulfield ha scritto che questi Chatbot rischiano ormai di essere «più convincenti, più efficienti e quindi ancora più pericolosi dei social media».

L’intelligenza artificiale

Il delicatissimo sistema della comunicazione e della sicurezza informatica rischia, in particolare, di essere sconvolto in modo preoccupante. La possibilità di distinguere il vero dal falso sta infatti diventando sempre più problematica per la capacità della AI di produrre o manipolare voci, immagini, situazioni, e algoritmi con una precisione fino a poco tempo fa impensabile e gestibile, inoltre, con facilità da parte degli utenti. E anche nelle nostre strade i modelli AI sono già arrivati. In città americane come San Francisco e Phoenix o in quelle cinesi come Wuhan e Shenzhen, la mobilità senza conducente è ormai una realtà, in questo caso con risultati per ora incoraggianti sul piano della sicurezza.
I rischi sul piano militare sono molti e gravi. Ad esempio, nei conflitti in corso in Ucraina e Medio Oriente, gli obiettivi possono già ora essere individuati e decisi da modelli AI, compresi quelli per colpire le singole persone. E l’accoppiamento della AI con i droni ha fortemente accelerato questa tendenza. Lorenzo Cremonesi sul Corriere della Sera del 24 agosto 2025, scrive, ad esempio, che la produzione di droni in Ucraina, in tre anni e mezzo, è passata «da produrne meno di 5.000 ogni 12 mesi a oltre due milioni e mezzo». E vi sono ormai piccoli droni, che costano come un cellulare e quindi alla portata di chiunque, che potrebbero essere facilmente dotati di potenzialità AI intrusive e distruttive molto pericolose.

Algoritmi per intelligenza artificiale

«L’intelligenza artificiale è una tecnologia rivoluzionaria con il potenziale di trasformare l’economia globale e alterare gli equilibri di potere nel mondo». Sono parole dette da David Sacks, recentemente nominato dal presidente Usa, Donald Trump, “Zar dell’AI e delle Criptovalute”. Il dominio della tecnologia AI è dunque considerato dagli Usa un fattore geopolitico decisivo. La Cina, pur senza dichiarazioni altisonanti, è sulla stessa strada, considerando anch’essa la AI come un fattore di competizione geopolitica. Lo si deduce, ad esempio, dal suo nuovo modello di AI denominato “DeepSeek”, dal valore degli investimenti e dalle molteplici esibizioni di Robot nel corso del WAIC (World AI Conference) di Shanghai del luglio 2025. E l’Arabia Saudita, seguendo questo indirizzo, ha già annunciato il lancio di “HumainChat”, il suo modello AI destinato alle 400 milioni di persone che parlano arabo.
Noi europei siamo certo in grave ritardo. Ma, come sostiene Mario Draghi, abbiamo tuttora le capacità, se uniamo le forze, per recuperare il ritardo, divenire competitivi sul piano tecnologico e costruire un modello democratico sul piano regolamentare.

Modelli di intelligenza artificiale, Dario Amodei

Dario Amodei

L’esempio straordinario e positivo della nascita del CERN di Ginevra, nel 1954, è un importante precedente da non dimenticare.
Questo sguardo ai problemi posti dallo sviluppo dei modelli AI non si può concludere senza citare il problema dei problemi: i modelli AI che stiamo sviluppando sono davvero affidabili e i loro errori, chiamati spesso “allucinazioni”, possono essere individuati e rettificati?
Ascoltiamo la risposta a queste domande di Dario Amodei, leader della società tecnodigitale californiana Anthropic, scritta sul suo sito internet “claudioamodei.com” nello scorso mese di aprile: «Se un normale programma software fa qualcosa – ad esempio, un personaggio di un videogioco dice una battuta o la mia app di consegna di cibo mi permette di dare la mancia al mio fattorino – lo fa perché un essere umano lo ha programmato appositamente. L’intelligenza artificiale generativa non è affatto così. Quando un sistema di intelligenza artificiale generativa fa qualcosa, come riassumere un documento finanziario, non abbiamo idea, a un livello specifico e preciso, del perché faccia le scelte che fa o perché scelga certe parole rispetto ad altre».
Per poter correggere un errore di un sistema occorre anzitutto essere in grado di individuare il punto nel quale si è verificato e le procedure coinvolte. Questo problema – conosciuto come “interpretabilità” del modello AI – è tuttora irrisolto: registriamo l’errore del modello AI ma, attualmente, non siamo in grado di dire né dove né perché si è verificato. «I modelli oggi operativi sono ancora opachi e mostrano talvolta comportamenti emergenti inaspettati» è la problematica conclusione di Dario Amodei.