Addio altoforni di Taranto,
Meloni in un angolo

Finisce l’era di Taranto. Addio agli altoforni di Taranto. Chiude il cuore del centro siderurgico pugliese, con la medaglia, un tempo, di più grande acciaieria d’Europa. La Corte di cassazione conferma la sospensione dell’attività produttiva a caldo, appunto gli altoforni alimentati a carbone. Respinge il ricorso del gruppo siderurgico contro lo stop sentenziando: «Il diritto al lavoro che lo Stato deve promuovere è un diritto al lavoro salubre e sicuro».

Addio agli altoforni di Taranto, L'acciaieria ex Ilva di Taranto

L’acciaieria ex Ilva di Taranto

Lo stop era arrivato lo scorso 27 luglio. La Corte di appello di Milano dava 90 giorni di tempo all’azienda per rimuovere «l’amianto ancora presente negli impianti» e per adottare «le misure necessarie per ricondurre l’emissione delle polveri sottili entro limiti di sicurezza» pena la sospensione dell’attività a caldo. Non è avvenuto, così addio agli altoforni.
Giorgia Meloni ha tra le mani una grossa patata bollente. Il governo «non può che prendere atto della pronuncia della Cassazione su ex Ilva», precisa un comunicato stampa di Palazzo Chigi. La presidente del Consiglio guarda con preoccupazione al futuro: «È evidente che questa sentenza, il cui contenuto va approfondito, complica ulteriormente un percorso che è stato sempre più difficile e costellato da ogni tipo di ostacoli».

Uno sciopero degli operai ex Ilva di Taranto

Va trovata una soluzione per impedire la chiusura di una delle ultime grandi fabbriche del Mezzogiorno d’Italia. Può scoppiare una bomba sociale con tutta la Puglia in piazza. Il governo Meloni ha tentato inutilmente di vendere l’ex Ilva. Negli ultimi mesi si erano fatti avanti tre possibili acquirenti: il colosso indiano dell’acciaio Jindal, il fondo d’investimento Usa Flacks, una cordata d’imprenditori italiani coordinata da Federacciai. I primi due pretendenti erano intenzionati ad acquisire anche l’area a caldo, la cordata italiana invece puntava all’impianto senza gli altoforni. Ma nessuna delle tre trattative è andata in porto.

Ora il problema, vecchio di decenni, si è ulteriormente complicato. Rischiano il posto quasi 10.000 dipendenti (molti in cassa integrazione) e altrettanti lavoratori dell’indotto. L’ex Ilva, ora Acciaierie d’Italia, rischia di chiudere portando a fondo anche gli impianti liguri e piemontesi: Genova Cornigliano, Novi Ligure e Racconigi.
Il conflitto tra salute, ambiente e lavoro è stato dirompente ed è rimasto irrisolto. Sia il capitalismo privato (dai Riva all’indiana Arcelormittal) sia quello pubblico non sono riusciti ad ammodernare gli impianti ex Ilva per evitare l’inquinamento industriale che ha fatto schizzare a Taranto le morti per tumore o per altre malattie.

Giorgia Meloni

Eppure si sono succeduti i piani di rilancio e di risanamento ambientale discussi in più occasioni con i sindacati dei metalmeccanici negli ultimi dieci anni. Si era parlato di grandi investimenti per sostituire gli altoforni ex Ilva di Taranto molto inquinanti con forni elettrici, di piani d’investimenti e di bonifica ambientale. I lavoratori hanno scioperato a ripetizione. Tutto inutile. Tutti i governi (di centro-destra, centro-sinistra, tecnici) hanno fallito nell’obiettivo di conciliare salute, ambiente, lavoro, produzione.
Anche l’esecutivo Meloni in quattro anni di attività si è mosso per piccoli aggiustamenti senza affrontare il tema centrale di come e quanto investire per rilanciare il centro siderurgico salvaguardando la salute dei lavoratori e dei cittadini di Taranto. Così la produzione si è inabissata mentre il problema salute è rimasto irrisolto. Ora l’Italia rischia di perdere la produzione primaria di acciaio, rimasta solo a Taranto, considerata un valore strategico perché è la base di tutta l’industria nazionale meccanica e automobilistica. Qualcuno parla ora di una nuova mini Ilva, di uno “spezzatino” con le varie fabbriche del nord Italia, di iniziative produttive alternative per dare lavoro ai lavoratori inoccupati. Vedremo. Un fatto è sicuro; l’ex Ilva di Taranto nata nel 1965 come una grande speranza di progresso per la Puglia rischia di morire. Dopo 61 anni di attività addio agli altoforni di Taranto.
Un buio futuro incombe sul quarto centro siderurgico. Giorgia Meloni ha un gigantesco problema da risolvere: i sindacati insistevano sulla salvaguardia dell’intero “perimetro” industriale dell’acciaieria. Certo Meloni, alfiere del Made in Italy e dell’interesse nazionale, subirebbe un durissimo colpo se non dovesse riuscire a trovare una soluzione. E alla fine del 2027 si voterà per le politiche. Anzi, le elezioni anticipate potrebbero scattare in primavera.