Come ogni anno, a fine ottobre, i voli diretti tra la Sardegna e il resto d’Europa vanno in letargo. Taglio dei collegamenti, con un crollo delle rotte che sfiora l’’80%. Anche se molte compagnie aeree non hanno ancora messo a punto tutto il loro quadro invernale, si dà quindi già per scontato che fino ad aprile dell’anno prossimo i tre aeroporti sardi (Cagliari, Olbia e Alghero) resteranno semivuoti. A peggiorare la situazione c’è poi l’aumento spropositato del costo del jet fuel, che spingerà a mantenere a terra più aerei del solito.

Passeggeri all’aeroporto di Olbia
Questo massiccio taglio dei voli da e per la Sardegna, non va però addebitato soltanto alle guerre e ai prezzi dei combustibili. Il vuoto invernale dell’isola è un dato strutturale, una realtà consolidata da anni. Cosa che alla fine non ha mai consentito l’allungamento della stagione turistica ai mesi “non balneari”. Adesso la domanda ci sarebbe pure, e forte, come confermano le indagini di mercato. Ma, visto il taglio dei collegamenti aerei, pianificare un prolungamento del turismo isolano sarebbe un’utopia.
Per rendere finalmente possibile la “destagionalizzazione”, alla fine è stato deciso di affrontare il problema alla radice, cioè partendo dagli aeroporti. Ed ecco il progetto di creare una nuova holding per unire gli scali di Cagliari, Olbia e Alghero sotto una sola regia. Con un gestore unico forte e finalmente in grado di trattare da pari a pari con le grandi compagnie aeree.
Il 16 marzo scorso la Giunta Todde (Campo largo) approva una delibera di “integrazione industriale degli aeroporti sardi” e quindi la creazione della nuova holding con due forti azionisti privati. Due fondi di investimento che, messi insieme, superano di poco il 50% del capitale. Si tratta di Ligantia-F2i (Fondo italiano per le infrastrutture) e di un braccio operativo dell’americana Black Rock, ossia la maggiore società di gestione del mondo.
Il 29 aprile arriva il compromesso, con un termine di cinque mesi per la trasformazione in contratto definitivo. Ma alla scadenza del 30 settembre scorso il rappresentante della Regione non si è presentato alla firma degli accordi vincolanti e la nascita dell’holding aeroportuale sarda è stata rinviata.

Alessandra Todde
L’assessora al Turismo Barbara Manca, rispondendo a un’interrogazione di un consigliere regionale sulla mancata firma del contratto, qualche giorno dopo dirà che «non si è trattato di un fallimento ma di un cambio di binario». Nel «rispetto – aggiunge – dei rilievi della Corte dei conti». Il riferimento è alle osservazioni fatte dai magistrati contabili su una operazione che violerebbe l’interesse collettivo. Insomma, per una “privatizzazione senza gara pubblica” attraverso cui si stava cedendo il controllo degli aeroporti sardi a due Fondi privati.
Detta in parole più semplici e crude, il vero nodo politico della fusione aeroportuale sarda è la “consegna” delle chiavi dell’isola a due giganti della Finanza. I fondi d’investimento F2i e BlackRock, appunto, che con il 50,25% delle loro quote unite, avrebbero la maggioranza della nuova holding, esprimerebbero l’amministratore delegato che deciderebbe su tutto: budget, assunzioni, strategie industriali, voli, collegamenti, eccetera. Loro in cabina di pilotaggio con le mani sulla cloche e la Regione Sardegna sul sedile accanto a fare da navigatore, con la sua piccola quota (9,25 per cento) che non le ha dato alcun potere decisionale.
La mancata firma decisa all’ultimo minuto dalla Governatrice Todde non blocca però l’operazione. Se la Regione non sottoscriverà il 9,25% che le era stato riservato, quella quota se la potrebbe prendere F2i e nel 2027 la holding nascerebbe lo stesso. Più privata che mai. Con la possibilità, già prevista negli accordi, di rivendere a chiunque nel 2029, una volta scaduto il lock-up, cioè il divieto di cedere le quote. Fissato in soli 2 anni.
