Paolo Mieli, che la politica la studia fin da quando indossava i calzoni corti, sconsiglia vivamente Elly Schlein di incaponirsi sulle primarie e di affidare a quel marchingegno la decisione su chi dovrà candidarsi ad alternativa a Giorgia Meloni per Palazzo Chigi.

Elly Schlein
Ha ragione. Schlein, che pure è approdata alla segreteria del Partito Democratico grazie a primarie tra le più bislacche di tutti i tempi, ha tutto da perdere e nulla da guadagnare. Viene in mente il geniale Renato Carosone: “Tu vuò fa l’americano! / mmericano! Mmericano / siente a me, chi t’ho fa fa?”.
Quell’araba fenice che chiamano “campo largo” in queste ore vive ennesime, logoranti fibrillazioni. Le cronache politiche riferiscono che la segretaria del PD stoppa le velleità e le aspirazioni, peraltro mai celate, di Giuseppe Conte: «Prima il programma condiviso, poi le primarie. Chi vince deve guidare la coalizione, non il suo partito».
La segretaria dem avrà pure, tra i suoi tre passaporti, quello a stelle e strisce, ma le “sue” primarie non hanno nulla a che spartire con chi le primarie le ha inventate e praticate.
Là, negli Stati Uniti, i candidati che aspirano a qualsivoglia carica elettiva, scendono in campo indossando le loro specifiche magliette, e prima non concordano un fico secco: si presentano agli elettori con i loro programmi, pronti a ricevere e dare colpi anche molto al di sotto della cintura; spiegano come e perché intendono attuarli; si sottopongono a logoranti tour elettorali; si “sfidano” in pubblici contraddittori dove ognuno ha la possibilità di valutare e “pesarli”. Infine, vengono scelti, votati.

Giuseppe Conte e Elly Schlein
Non concordano prima, tra loro, un programma e una volta trovato un compromesso, chiedono all’elettore di scegliere chi dovrà cercare di attuarlo. Offrono sé stessi, le loro soluzioni e proposte all’elettore, che poi decide o rifiuta sia il candidato sia il suo programma. Così funziona. Vale per le presidenziali, per Governatore, Senato e Camera; per sindaco, per sceriffo…
Schlein la “testarda” vuole invece prima concordare con gli altri componenti della coalizione il programma; una volta raggiunto un accordo (frutto di loro reciproche concessioni e compromessi) buttano la palla in campo e chiedono all’elettore di scegliere chi deve cercare di attuare quello che loro hanno preventivamente deciso. Ma scherziamo? Se vogliono ulteriormente alimentare la disaffezione elettorale, hanno trovato il modo. Per inciso: non è chiaro neppure a chi si chiede di scegliere il candidato: agli iscritti? A tutti quanti indistintamente, e dunque si consentirà anche agli avversari di votare? Si intende ripetere il pasticcio di primarie primo e secondo tempo, che videro eletto prima Stefano Bonaccini e poi Schlein la “testarda”?
Una volta che i componenti dell’araba fenice “campo largo” dovessero mai raggiungere un compromesso (su questioni cruciali come sicurezza, politica estera, economia e tasse, Ucraina, le proposte sono pirandellianamente una, nessuna e centomila), davvero si crede che l’elettore si appassionerà per indicare se debba essere Schlein la “testarda”, “Giuseppi” Conte, o chi, a capo di quel guazzabuglio che inevitabilmente verrà fuori?
Si torna così a Carosone: “Tu vuò fa l’americano! / mmericano! Mmericano / siente a me, chi t’ho fa fa?”.
