
Un gol dell’Italia nella partita con Israele
Ebbene sì, lo confesso: a me del calcio giocato non è mai fregato nulla. Qualche ricordo da bambino quando la radio era quasi sempre accesa e le imprese sportive erano tra le poche fughe dalla realtà concesse.
Ma poi niente chiacchiere al bar, arrabbiature, scommesse, dialoghi impossibili fra tifosi. Un alieno insomma. Ovviamente, per il mestiere di giornalista, non mi è mai mancata l’attenzione per il fenomeno sociale, emotivo, economico, di massa. Per intenderci non so nulla di formazioni e di strategie sul campo ma non mi sfuggono le implicazioni societarie e i condizionamenti politici in senso lato.
In occasione dei grandi appuntamenti -qualificazioni derby, mondiali- la redazione del giornale entrava in fibrillazione e nessuno voleva perdere la diretta. Va da sé che il corteggiamento nei miei confronti diventava quasi osceno.

Rino Gattuso
In fondo si trattava solo, in sostituzione di tutti, di stare sul pezzo a prescindere dalle competenze. Controllo delle telescriventi e poi del computer e delle telefonate visto che il personale addetto partecipava all’avvenimento, e come escluderlo se anche i direttori si fermavano. E io mi prostituivo per un caffè.
E allora? Beh in questi giorni la cronaca mi ha costretto a scendere in campo nel senso proprio di stadio. C’è un nuovo allenatore della nazionale e gli appuntamenti hanno anche un risvolto non sportivo. Si è giocato Italia-Israele in Ungheria con 600 spettatori (300 e 300) e la prossima sarà a Udine. Per ora nulla da segnalare oltre alla fisiologica insopportabile bestialità dei social. Ma si era discusso sull’opportunità di giocare con Israele vista la situazione a Gaza.
Su quell’immane tragedia non c’è molto da dire se si è in buona fede. Il sonno della ragione genera mostri. Ma proprio per non alimentare il rogo bisogna restare con i piedi per terra con tutti i se e tutti i ma. Cosa c’è di più disarmante di una competizione sportiva, di una normalità agonistica (e se mi permettete anche di un concerto in cirillico) per dire che la guerra non può uccidere l’anima.

Nicolò Carosio
Rino Gattuso non c’ha pensato due volte: si gioca. Brusco anche in questo caso. E allora scatta la curiosità su tutti quei gol, e autogol, sulle incertezze sulle assunzioni di responsabilità, dopo tanti giustificazionismi, «sul valore dei ragazzi che devono avere più grinta, ma è loro questo risultato». Inadeguati gli addetti ai lavori: gita scolastica, pranzo al sacco, in scena anche gli attributi. Quanta supponenza, quanto chiacchiericcio invadente anche quando il video è più che esaustivo.
Parlarsi addosso. Ridateci Nicolò Carosio che riusciva a regalare silenzi visivi anche alla radio, che trasformava in immagini le sensazioni, i sospiri, le pause di gioco, i momenti incerti. «Indugia» era un classico quando il possessore di palla cercava uno sbocco, bando ai consigli da allenatore della domenica.
Calcio d’angolo e tu speravi o temevi, e poi rete, e non gol. Ti faceva vedere realmente la porta violata, traversone dava l’idea del percorso lungo del pallone altro che cross. Oggi avrebbe trovato anche il modo di sostituire assist. Io, sempre bambinone, ricordo di aver riso tanto quando indicando i passaggi si trovò con dei nomi scomodi: «Ecco Chiappella che incede, passa a Gratton, scambio, Gratton-Chiappella». E a seguire Ameri, Martellini, Ciotti. Persone.
C’è per fortuna nel mare magnum dei commenti volgari, qualcuno che si avventura con voluta ambiguità a osservare che in questa partita «l’Italia è riuscita nell’impresa di battere Israele senza poter essere accusata di antisemitismo». Comunque la si legga merita una riflessione.
