
Tyler Robinson
Certamente sperarlo è disperatissima impresa. Ma bello sarebbe, oltre che cosa buona e giusta, che una Alexandria Ocasio-Cortez, un Gavie Newsom, un Bernie Sanders (ma anche gli “usciti” presidenti Joe Biden, Barack Obama, Bill Clinton, la sconfitta Kamala Harris, un chiunque esponente del Partito Democratico degli Stati Uniti), prendessero posizione in modo forte e chiaro non solo per la necessaria limitazione della vendita di armi, ma anche – soprattutto – per affermare che il presidente Donald Trump, ancora una volta è in errore, quando auspica che l’assassino di Charlie Kirk sia condannato a morte.
Tyler Robinson pur reo confesso, di nulla pentito, perfino pronto a ripetere il delitto ove ne avesse occasione e opportunità, mai e poi mai dovrebbe essere ucciso, sia pure dopo i crismi di una sentenza di colpevolezza emessa da una giuria popolare “illuminata” dal Supremo Creatore.
Sicuro: eccome se capita, nell’apprendere di crimini di particolare efferatezza, di essere tentati di credere che l’unica possibile soluzione sia la pena di morte. È una reazione “umana”, comprensibile. Mille volte al giorno la “cronaca” induce a pensare che la pena di morte sia l’unica possibile risposta all’orrore, alla crudeltà. E tuttavia…
Anni fa, era il 1987, Leonardo Sciascia dà alle stampe “Porte aperte”. È il racconto di un “piccolo giudice” che si rovina la carriera perché si rifiuta di irrogare la pena di morte a un individuo assolutamente spregevole, autore, senza possibilità d’errore, di tre spietati omicidi.

Charlie Kirk
La pena di morte, dunque, in quel caso è pienamente meritata. La legge lo prevede, sono gli anni del fascismo dominante. Il “piccolo giudice” oltretutto è ben consapevole che il Potere quella sentenza di morte vuole sia applicata; non farlo comporterà, per rappresaglia, il rovinarsi la carriera. Tutto insomma congiura perché l’assassino sia “giustiziato”. Perfino la moglie, che mai ha parlato con il giudice del suo lavoro, si sente autorizzata a chiedere: «Lo condannerete?». E la condanna, non c’è necessità di aggiungerlo, comporta la fucilazione.
Acutamente Sciascia pone, a epigrafe del suo racconto, un brano dei “Soliloqui e colloqui di un giurista” di Salvatore Satta: «La realtà è che chi uccide non è il legislatore ma il giudice, non è il provvedimento legislativo ma il provvedimento giurisdizionale. Onde il processo si pone con una sua totale autonomia di fronte alla legge e al comando, un’autonomia nella quale e per la quale il comando, come atto arbitrario di imperio, si dissolve, e imponendosi tanto al comandato quanto a colui che ha formulato il comando trova, al di fuori di ogni contenuto rivoluzionario, il suo ‘momento eterno’…».

Papa Leone XIV
Per questo il “piccolo giudice” si risolve nel rifiutare di condannare a morte un essere umano, per quanto ripugnante appaia ed effettivamente sia. Per il “piccolo giudice” non è solo opporsi a un codice che prevede la pena di morte. È soprattutto una vittoria su sé stesso: la sua ragione sul suo istinto.
Ancora più esplicito, se possibile, Sciascia in uno dei saggi che compongono “Cruciverba”, definisce la pena di morte «la pena del taglione, crimine che completa l’altro crimine, crimine collettivo che risponde a quello individuale…».
Certo: comportarsi come il “piccolo giudice” negli Stati Uniti (e non solo negli Stati Uniti), è più che impopolare, ci si rovina la carriera; ma ci sono momenti e situazioni in cui occorre avere il coraggio di essere impopolari e rischiare la carriera. Questo è uno di quei momenti: il dover fare di tutto perché la ragione prevalga sull’istinto.
Ps.: la Chiesa cattolica, nel paragrafo 2266 del suo Catechismo ancora ammetteva la pena di morte, intesa come forma di difesa della società. Pena che viene poi formalmente abolita da papa Giovanni Paolo II nel 2001; nel paragrafo 2266 si parla ora di “correzione del colpevole”. A qualcuno potrà sembrare un voler tirare il mantello pontificio. E sia. Bello, sarebbe, e cosa buona e giusta, se quel Papa “venuto” da Chicago che ha scelto di chiamarsi Leone XIV, levasse la sua voce per invocare che a Robinson la vita sia risparmiata.
