Falcone. Quanti “ricordi”, quante amnesie

Si può cominciare con il “Buongiorno”, rubrica quotidiana di Mattia Feltri, sulla prima pagina de “La Stampa”. Un “Buongiorno”, lo si dice subito, che trovo sottoscrivibile in ogni parola.  

ricordare Falcone, Giovanni Falcone

Giovanni Falcone

Feltri scrive di non sapere che cosa direbbe Giovanni Falcone dell’ergastolo ostativo, quell’ergastolo fino alla morte, senza speranza di rimedio. Non lo può sapere nessuno: questo istituto non c’era, quando Falcone era vivo; lo introducono “dopo”. «Eppure», annota Feltri, «sembra saperlo un sacco di gente, specialmente dopo che la Consulta lo ha dichiarato contrario alla Costituzione e ha incaricato il Parlamento di metterci mano. Così si tradisce Falcone, dicono i cinque stelle ben affiancati da magistrati alla Nino Di Matteo, pubblico ministero antimafia ora al Csm.

Avrò letto una decina di articoli: così si tradisce Falcone, nell’idea che se un mafioso non si pente nelle mani del magistrato non potrà mai e poi mai ambire al ravvedimento. Io non so che cosa direbbe Falcone, ma so che a differenza degli onesti di cui siamo circondati non amava mettere l’invalicabile muro dell’etica fra sé e i mafiosi, non ne aveva bisogno: era onesto, lui sì, al punto da confessare a Marcelle Padovani (per Cose di Cosa Nostra, libro uscito un anno prima della carneficina di Capaci) che talvolta «la mafia mi ha impartito una lezione di moralità». Le confessò di avere sempre cercato di immedesimarsi nel «dramma umano» dei mafiosi. Di avere imparato «a riconoscere l’umanità anche nell’essere apparentemente peggiore», e di aver capito che «gli uomini d’onore non sono né diabolici né schizofrenici: sono uomini come noi». Concluse con la più ovvia e dunque la più grande delle verità: «Se vogliamo combattere efficacemente la mafia, non dobbiamo trasformarla né in un mostro né pensare che sia una piovra o un cancro. Dobbiamo riconoscere che ci rassomiglia. E parecchio, ultimamente».

ricordare Falcone, Leonardo Sciascia

Leonardo Sciascia

Per singolare coincidenza (ma le coincidenze, ci insegna Leonardo Sciascia sono incidenze), lunedì scorso la RAI ha fatto una delle poche cose buone che per fortuna accadono ancora: trasmette, in prima serata, nella rete ammiraglia, Il traditore, il film di Marco Bellocchio su Tommaso Buscetta, interpretato da un superbo Pierfrancesco Favino.

Nel film c’è una scena chiave: quando Falcone conquista la fiducia di Buscetta mettendo in comune le sue sigarette: «Le ho fumate solo perché perché il pacchetto era già aperto», dice Buscetta. Vuol dire che anche Buscetta, come Falcone, ha una morale, un’etica da rispettare. Fausto Russo che interpreta Falcone dà al suo personaggio un’impronta molto minimale, e per questo efficace: Falcone è un eroe che non si vede. Buscetta combatte la mafia per sopravvivere ai corleonesi; Falcone combatte la mafia perché crede che sia giusto, perché crede nelle istituzioni. Rischia la vita in modo più che ammirevole, senza retorica, inconsapevole che ne pagherà dolorose ed estreme conseguenze. Anche da parte di chi ora, a parole, dice di sostenerlo e lo esalta.

Si arriva così, per quanto riguarda la parabola di Falcone, a cose che andrebbero ricordate (e invece si rischia di smarrirne la memoria):

a) È il Consiglio Superiore della Magistratura a maggioranza (compresi due su tre aderenti a Magistratura Democratica) a preferire Antonino Meli a Falcone.

b) Sono i suoi colleghi magistrati, a non votarlo quando si candida al Consiglio Superiore della Magistratura.

Leoluca Orlando

c) Sono Leoluca Orlando, Carmine Mancuso e Alfredo Galasso, rappresentanti dell’allora “Rete”, a denunciarlo al CSM, accusandolo di tener chiusi nei suoi cassetti le verità sui delitti eccellenti a Palermo. A costringere Falcone a un’avvilente “difesa” dinanzi al CSM che, ovviamente, non darà alcun seguito a quell’assurda accusa.

d) È Alfredo Galasso ad accusare Falcone di essere “fuggito” da Palermo e “disertare” la lotta alla mafia andando a dirigere l’ufficio Affari Penali del ministero di Giustizia a Roma durante una “storica” trasmissione televisiva congiunta condotta da Maurizio Costanzo e Michele Santoro.

e) Sono i suoi colleghi magistrati a sostenere in un pubblico documento che la Direzione Nazionale Antimafia, ideata e proposta da Falcone (e che Falcone avrebbe dovuto guidare, se nel frattempo non fosse stato ucciso) era un pericoloso strumento con il quale il governo intendeva interferire e controllare le inchieste contro la delinquenza organizzata e limitare i poteri dei pubblici ministeri. Il CSM, contro il volere dell’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli, nega ripetutamente il placet perché quel posto – come Martelli voleva – fosse affidato a Falcone.

f) È Alessandro Pizzorusso (membro “laico” del CSM designato dall’allora PCI) a scrivere nella seconda pagina de l’Unità (quella degli editoriali), che Falcone era inaffidabile in quanto aveva accettato l’incarico di responsabile degli Affari Penali che gli aveva offerto l’allora ministro della Giustizia Claudio Martelli;

g) È il CSM a preferire Agostino Cordova a Falcone per la Direzione Nazionale Antimafia, e solo la caparbietà di Claudio Martelli impedisce che Cordova, tra i firmatari del documento contro la Procura Antimafia, si possa insediare.

Claudio Martelli

h) Falcone si dichiara, esplicitamente, per la separazione delle carriere del giudice e del pubblico ministero; per l’abolizione dell’obbligatorietà dell’azione penale; per la responsabilità anche civile del magistrato per dolo o colpa grave; e questo lo rende inviso a tanti suoi colleghi;

i) che Falcone al giornalista Luca Rossi, che poi lo pubblica nel libro I disarmati (mai smentito), dice: «…Il fatto è che il sedere di Falcone ha fatto comodo a tutti. Anche a quelli che volevano cavalcare la lotta antimafia. In questo condivido una critica dei conservatori. L’antimafia è stata più parlata che agita. Per me, invece, meno si parla, meglio è. Ne ho i coglioni pieni di gente che giostra con il mio culo. La molla che comprime, la differenza: lo dicono loro, non io. Non siamo un’epopea, non siamo superuomini e altri lo sono molto meno di me. Sciascia aveva perfettamente ragione: non mi riferisco agli esempi che faceva in concreto, ma più in generale. Questi personaggi, prima si lamentano perché ho fatto carriera, poi se mi presento per il posto di procuratore, cominciano a vedere chissà quali manovre. Gente che occupa i quattro quinti del suo tempo a discutere in corridoio; se lavorassero, sarebbe meglio. Nel momento in cui non t’impegni, hai il tempo di criticare: guarda che cazzate fa quello, guarda quello che è passato al PCI e via dicendo. Basta, questo non è serio. Lo so di essere estremamente impopolare, ma la verità è questa…».

Sono davvero tante le cose che andrebbero ricordate per ricordare Falcone. Si capisce, vero, perché non le si ricordano?