Autonomia delle Regioni senza limiti e controlli

Se volessimo dare un titolo forte e concreto a quell’intuizione sacrosanta messa nero su bianco dai padri costituenti per la nascita delle Regioni, potremmo facilmente declinare in questo modo: «Come un progetto semplice e lineare di decentramento si trasforma in una deriva disarticolata e scoordinata».

Regioni, Alcide De Gasperi

Alcide De Gasperi

E il buongiorno si è visto fin dagli albori, dai tentativi parlamentari quasi tutti abortiti, iniziati dal 1948, così nonostante la disposizione transitoria della Costituzione prevedesse che entro un anno si dovesse procedere «per ogni ramo della pubblica amministrazione al passaggio delle funzioni statali attribuite alle Regioni», per 22 anni non se ne fece nulla.

Ironia della sorte, alla base della politica del rinvio degli anni ’50 c’era una preoccupazione esattamente contraria a quella che invece, negli anni ’60, portò alla nascita delle Regioni, una preoccupazione chiaramente espressa dal ministro dell’Interno Mario Scelba in Senato: «La preoccupazione per il futuro dell’ordine democratico mi sembra talmente legittima che se avessi la convinzione che l’attuazione delle regioni potrebbe compromettere seriamente lo sviluppo democratico del nostro Paese, non avrei nessuna difficoltà a manifestarla al Senato e a chiedere che l’attuazione dell’ordinamento regionale venisse rinviata a data più tranquilla e sicura. (.) La questione fu già posta dinanzi all’altro ramo del Parlamento, ove si domandò cosa avverrebbe il giorno in cui alcune regioni d’Italia avessero un’amministrazione dominata da partiti a carattere totalitario. Risposi allora che la conquista dell’amministrazione di una intera regione da parte di forze totalitarie non andava trascurata, il pericolo esisteva, ma aggiunsi che finché lo Stato sarà retto da uomini di sicura ispirazione democratica e finché essi avranno la forza e il coraggio di far valere la legge nei confronti di coloro che tentassero di mettersi contro di essa, il pericolo, pur reale e positivo, non poteva di per sé solo giustificare il rigetto delle autonomie regionali».

Regioni, Mario Scelba

Mario Scelba

Convinzione democratica e legittima, ma preoccupazione aderente all’epoca, e, forse non proprio corrispondente al reale pensiero di Scelba, tant’è che per la nascita delle Regioni ci vollero ancora quasi 20 anni!

Solo verso la fine degli anni Sessanta si fa strada un’esigenza politica che poco aveva a che fare con le intenzioni e i concetti espressi nella Costituzione, esigenza chiaramente espressa da Francesco Cossiga nelle sue memorie: «Il cammino verso l’alleanza tra Dc e Pci fu lento ma inarrestabile. Fu d’aiuto la convinzione che non si poteva tenere la sinistra parlamentare, un movimento così potente, fuori dalle sfere del potere. Per questa stessa ragione, in effetti, Mariano Rumor aveva avuto, anni prima, l’idea di sbloccare l’istituzione delle Regioni, le quali furono dunque varate per motivi eminentemente di equilibrio politico, non perché le si ritenesse necessarie per una migliore organizzazione dello Stato. Insomma, bisognava dare un po’ di potere ai comunisti lì ove erano più forti: in Toscana, in Emilia Romagna, in Umbria».

Regioni, Pietro Nenni

Pietro Nenni

La scelta puramente politica viene spiegata con le seguenti motivazioni: attuare la Costituzione; decentrare lo Stato; risparmiare sulla spesa pubblica; ridurre la burocrazia, impiegati e apparati. A nulla servì la feroce opposizione e l’ostruzionismo di liberali, missini e monarchici; democristiani, socialisti, socialdemocratici e repubblicani ebbero la meglio.

Si arriva così, dopo 22 anni, ad una prima attuazione di quanto previsto nella Costituzione con la pubblicazione della legge n. 281, del 16 maggio 1970: «Provvedimento finanziario per l’attuazione delle Regioni a statuto ordinario», una normativa appoggiata anche dal Pci ma allo stesso tempo ad esso poco gradita, poiché non si consentiva alle Regioni di istituire tributi propri. Compiuto il primo passo si mettono in calendario le prime elezioni per le Regioni a statuto ordinario, che devono avvenire «contemporaneamente alle elezioni comunali e provinciali». Dopo qualche rinvio la data fissata per questa prima tornata elettorale è il 7 e 8 giugno del 1970. Il risultato conferma le aspettative, in Emilia Romagna, Toscana e Umbria vince il Pci.

Enrico Berlinguer

Come spesso avviene, le scelte operate per compromesso politico o per necessità temporale portano sempre con sé i germi di un futuro ricco di incertezze, confusione legislativa e dubbi di attribuzione di poteri.

Per la Corte Costituzionale si apre una sequela di ricorsi da parte delle Regioni e da parte dello Stato centrale. La conferma di un tale stato confusionale trova ulteriore spazio nella riforma del 2001 riguardante il titolo V della Costituzione. Si tratta della più ampia riscrittura della Costituzione dalla sua promulgazione. La riforma, che avviene praticamente nell’ultimo scampolo di legislatura, fortemente voluta dal centrosinistra e osteggiata dal centrodestra, viene approvata con il voto del Senato l’8 marzo del 2001, senza però avere la maggioranza qualificata dei due terzi del Parlamento, di conseguenza viene sottoposta a referendum confermativo. Vota il 34 per cento degli aventi diritto e la vittoria dei “sì” è di oltre il 64 per cento dei votanti.

Regioni, Umberto Bossi

Umberto Bossi

L’autonomia delle Regioni vola senza più limiti né controlli.

I poteri delle Regioni a statuto speciale vengono rafforzati (Friuli Venezia Giulia, Sardegna, Sicilia, Trentino Alto Adige e Valle d’Aosta), mentre quelle a statuto ordinario assieme a Comuni, Province e Città Metropolitane (Milano, Napoli, Palermo, Roma Capitale, più avanti la platea si amplia a Torino, Venezia, Genova, Bologna, Firenze, Bari e Reggio Calabria) potranno godere di risorse autonome, di stabilire e applicare tributi ed entrate propri, «in armonia con la Costituzione e secondo i principi di coordinamento della finanza pubblica e del sistema tributario». Senza che sia mai nominato nella riforma siamo in pratica al federalismo… anche fiscale.

Un’autonomia legislativa che nel corso degli anni non ha fatto altro che allargare il solco tra Regioni, con un’impennata della spesa e degli sperperi come dimostrano gli scandali degli ultimi vent’anni, senza contare il contenzioso aperto di fronte alla Corte Costituzionale, Corte che, prima o poi, sarà chiamata a dirimere la questione dei ruoli tra Stato e Regioni in via definitiva, mettendo fine ad una giungla che la pandemia di questi mesi ha messo, finalmente sotto gli occhi di tutti.

Giuliano Amato

L’assenza quasi totale di uno Stato regolatore, detentore unico di quella cornice entro la quale possono agire e legiferare le Regioni, ha creato una frammentazione di comportamenti con conseguenze spesso devastanti dal punto di vista sociale ed economico tra i diversi enti locali. L’universalità della sanità, quel diritto alla salute, pietra miliare della Costituzione, è sempre più spesso disatteso e la tanto ventilata supremazia del Nord in questo settore, si è rivelata nel frangente della pandemia di estrema fragilità e inconsistenza.

Il risultato è che i cittadini non sono più tutelati come dovrebbero, in questi mesi di Covid-19, tutte le altre patologie sono passate in secondo piano, perfino i malati di tumore sono stati lasciati a se stessi. Insomma quest’Italia “federale” che si fa grande scimmiottando termini roboanti come “governatore” (termine inesistente nella legislazione, nelle norme e nelle leggi), e sovranismo deve ripensare rapidamente il suo assetto costituzionale e istituzionale e restituire quella clausola di supremazia che spetta solo allo Stato centrale, almeno su temi fondamentali come sanità e istruzione.