Alitalia
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Da quel che si legge in questi giorni su Alitalia, sembra che la strada del commissariamento non abbia alcuna alternativa. Già si parla di uno o più commissari con il compito di venderla o spacchettarla in uno spezzatino, propedeutico alla dismissione. Gli azionisti, come da prassi d’altra parte, si sono sbrigati ad avviare l’iter. Non è un caso perché con il commissariamento forse qualche soldo riescono ad ottenerlo, con altre strade sarebbe molto difficile.

Aereo Alitalia

Aereo Alitalia

Infatti l’Unicredit, come ha ricordato qualcuno, ha già elaborato il lutto, ovvero ha già rettificato il credito nel suo bilancio segnando un numero: 0, nella consapevolezza, cioè, che non si riuscirà a recuperare nulla. Spera in qualcosa di meglio Banca Intesa, non fosse altro perché nel 2008 l’allora numero uno Passera partecipò al salvataggio berlusconiano solo perché doveva rientrare dell’ingente somma prestata a Carlo Toto – ricordate, il numero uno di Airone – che aveva un debito di oltre 400 milioni.

Ma forse una strada alternativa c’è, non perché si voglia a tutti i costi il salvataggio della compagnia, ma perché se ci si decidesse a tornare ad uno straccio di politica industriale anziché pensare solo agli interessi degli Amici, un qualche futuro Alitalia lo avrebbe eccome.

E questa strada è quella dell’aiuto di Stato così come ha ricordato il ministro Calenda, ed è fissata da una direttiva europea del 2014. Non ci facciamo però illusioni perché la direttiva è molto più severa del passato e dunque per poter uscire dal destino quasi segnato del commissariamento, bisognerà veramente avere idee chiare su quello che è il possibile futuro industriale di Alitalia. La direttiva infatti dice che la liquidità deve essere necessaria per tenere in piedi la eventuale nuova società al massimo per 6 mesi. Ma dice anche che il cammino per i lavoratori non sarà certo indolore.

Il taglio del personale è inevitabile anche se si prevede tutta una serie di ammortizzatori sociali che non saranno certo un costo marginale per lo Stato. Non a caso Calenda ha parlato di un costo non inferiore al miliardo di euro. A questo bisogna aggiungere che l’eventuale prestito alla società che dovesse subentrare sarebbe dato ad un tasso di interesse Ibor maggiorato di 400 puniti base.

Tanto per essere chiari è quello che viene praticato alle società con rating C, spazzatura, ai limiti del default. Ma soprattutto nell’ipotesi di una società che dovesse subentrare, azionisti e possessori di obbligazioni subordinate dovrebbero farsi carico di tutte le perdite, oppure convertire le loro azioni in nuovi titoli della società. Insomma anche nel campo degli aiuti alle aziende sull’orlo del fallimento è stata applicato di fatto il bail in (salvataggio a costi altissimi per i risparmiatori), in questo caso nella sua versione soft anche se comunque severa, come è avvenuto per Mps.

Se questo è l’impervio cammino finanziario e non solo, c’è soprattutto il problema del futuro industriale di Alitalia, ridotta con Etihad ad una sorta di compagnia di corto raggio, quando i veri guadagni sono sul medio ma soprattutto sul lungo raggio. E allora non si può certo pensare che la compagnia abbia un futuro quando gli attuali azionisti hanno solo a cuore il recupero di qualche quattrino. Insomma deve completamente cambiare la compagine azionaria. E dunque per il futuro non servono Capitani coraggiosi, capitani tutt’al più, magari anche tenenti.