Pioviggina sulla lapide che ricorda Serena Mollicone (18/11/82-1/06/2001) al chilometro 68 della strada regionale Sr 82 a pochi chilometri da Arce in provincia di Frosinone.
Lapide in ricordo di Serena Mollicone
Tra pochi giorni sarebbe stato il suo compleanno. Ai piedi della foto di una diciottenne sorridente che sovrasta il cippo, tre pupazzetti di peluche, abbelliti da qualche fiore di plastica colorato, che ostinatamente montano di sentinella al bosco, distante pochi metri. Lì nascosta agli occhi fu rinvenuta, il 3 giugno del 2001 due giorni dopo la sua scomparsa, Serena imbavagliata con un nastro adesivo di sette metri sul capo ricoperto da una busta di plastica con mani e piedi legati anche con del filo di ferro.
Morì, stabilirono le autopsie, non a causa di un trauma cranico accertato e visibile sul lobo temporale destro ma alcune ore dopo essere stata imbavagliata per un soffocamento meccanico. Serena era ancora in vita, dunque, quando fu avvolta dal lungo nastro di colore bianco. Ma non in quel luogo dal nome sinistro Fonte Cupa oggi Fonte Serena. Secondo la Procura nell’alloggio di servizio in uso al comandante della stazione dei carabinieri di Arce Franco Mottola, della moglie Annamaria e di suo figlio Marco, i quali oggi sono ancora alla sbarra davanti alla terza corte di Assise di Roma per il processo di appello bis stabilito dalla Cassazione dopo le assoluzioni dei tre imputati nei precedenti gradi di giudizio.
Un processo per l’omicidio di Serena Mollicone
L’udienza del 29 ottobre (la prossima sarà il 18 novembre) ha visto la lunga relazione tecnica del luogotenente dei Ris (Reparto investigazioni scientifiche) Rosario Casamassima che ha calato un asso alla tesi dell’accusa, in una aula sorpresa e attenta che ha accolto le parole del tecnico con un brusio carico di tensione. Casamassima, rivolgendosi alla Corte per sottolineare il massimo impegno del reparto vista la posta in gioco, a conclusione ha detto: «Non ci sono altre ipotesi. Le indagini tecnico-scientifiche, tutte quelle che abbiamo condotto, supportano l’ipotesi che la testa di Serena abbia impattato con la porta degli alloggi della caserma».
Il consulente ha fatto riferimento a 25 frammenti lignei ritrovati sul nastro adesivo che avvolgeva la testa e i capelli di Serena, oltre a tracce di resina e colla. L’esperto del Ris, in particolare, ha escluso contaminazioni dovute alla permanenza del corpo della ragazza nel bosco fino al ritrovamento dopo circa 48 ore dalla scomparsa.
Casamassima ha sottolineato che «cinque frammenti lignei sono stati ritrovati esattamente fra i nastri adesivi e i capelli di Mollicone e che fra gli altri elementi repertati sui nastri c’è anche un residuo di vernice della caldaia dell’alloggio». La caldaia sul terrazzino dove sarebbe stata collocata Serena Mollicone imbavagliata e lasciata morire soffocata dopo essere stata scagliata contro la porta dopo una lite con Marco Mottola e trasportata tramite la scala interna al garage che conduceva alla porta carraia della stazione e abbandonata nella notte nel boschetto.

La Corte di Cassazione
L’accusa dunque riceve un formidabile assist dalla perizia dei Ris che si coniuga con la perizia della dottoressa Cattaneo dell’istituto Labanof di Milano, che aveva notato come la frattura della porta fosse compatibile, “probabile” con la testa, di Serena e della lesione riscontrata in fase di autopsia. In conclusione per i Ris Serena Mollicone era sicuramente nell’alloggio di servizio dei Mottola.
Tra l’altro una ragazza somigliante era stata vista entrare dal carabiniere Santino Tuzi di piantone la mattina del 1° giugno dall’ingresso pedonale della stazione. Tuzi aveva dichiarato così ai magistrati della Procura di Cassino dopo una iniziale ritrattazione e appena prima del suo suicido, forse per una delusione sentimentale. E c’è da dire che a favore della difesa la relazione di servizio collocava il carabiniere fuori della stazione e non fu dimostrata che fosse stata falsificata. La difesa dei Mottola inoltre ha sempre sostenuto che la frattura sulla porta fosse di natura piatta a causa di un pugno alla porta di Franco Mottola durante un litigio con il figlio per problemi di droga in paese. «Abbiamo assistito all’ennesimo tentativo di adattare i fatti alla teoria e non la teoria ai fatti. Il consulente si è contraddetto rispetto a quanto detto precedentemente. Serena non ha impattato sulla porta, che non è il mezzo lesivo», ha detto l’avvocato della difesa Fabio Quadrini.
Per chi volesse saperne di più sulla vicenda può consultare un podcast di Stefano Nazzi (https://www.ilpost.it/podcasts/indagini/arce-1-giugno-2001-prima-parte e seconda parte).
