Il burqa e le donne
con i capelli ribelli

Dal momento che la buona fede è sempre presunta, il fatto che la nostra presidente del Consiglio voglia proibire oltre al burqa, anche il niqab per le ragazze a scuola, do per scontato che sia stata informata della differenza tra il niqab e l’hijab: mentre il secondo è un fazzoletto che copre soltanto i capelli e il collo, il niqab copre tutto il viso e la testa, lasciando scoperti solo gli occhi.

Corteo di donne talebane in Afghanistan a favore del burqa

Il burqa non merita commento perché anche gli occhi delle donne sono coperti da una retina per permettere loro almeno di vedere. Io mi sono chiesto, come molti altri, se qualcuno abbia mai visto, nelle nostre scuole, ragazze coperte dal burqa o dal niqab. Si tratta quindi soltanto di chiacchiere alle quali molti politici, non soltanto della destra ci hanno ormai abituati!
Però già la legge n. 152 del 1975 prescriveva all’art. 5 «il divieto dell’uso di caschi protettivi, o di qualunque altro mezzo atto a rendere difficoltoso il riconoscimento della persona, in luogo pubblico o aperto al pubblico, senza giustificato motivo». La giurisprudenza si era già divisa sul se motivazioni religiose potessero costituire un “giustificato motivo”. Eravamo però nel 1975 quando la presenza di mussulmani, almeno in Italia, era praticamente irrilevante e anzi molti di quei pochi che c’erano, sembravano essersi facilmente uniformati alle pratiche e tradizioni del nostro paese: infatti molte loro mogli o figlie andavano in giro con i capelli scoperti come le italiane.
Il problema però va considerato, secondo me, da una prospettiva molto più generale che è quella del rispetto della legge. Nessuna persona che viva in Italia può sottrarsi alle leggi del nostro paese coprendosi completamente il viso, in modo che essa non sia riconoscibile, e questo non soltanto per ragioni di pubblica sicurezza ma perché a scuola un insegnante deve poter non solo ascoltare quello che dicono gli studenti, ma anche vedere i loro visi. Il docente ha una funzione educativa e quindi l’espressione del viso di una ragazza può far capire sensazioni di ogni tipo come approvazione, disapprovazione, disagio, incomprensione di un concetto, ecc.

Giorgia Meloni

Dal momento che la scuola è il più importante luogo di incontro fra i giovani, di conoscenza reciproca, di scambio e di convivenza, essa resta uno strumento fondamentale per la costruzione della società del nostro paese e deve essere libera e uguale per tutti, come ha recentemente affermato il nostro Presidente. Tutti i ragazzi e ragazze, in età scolare, devono frequentare la scuola, pubblica o privata che sia, e questo riguarda anche le comunità rom che sembrano essere state affrancate da questo basilare principio. Una istruzione privata in casa propria può essere ammessa soltanto in circostanze eccezionali e concrete: i miei oculisti avevano consigliato ai miei genitori di farmi stare in montagna per tre mesi durante l’inverno. Avevo un insegnante privato tutti i giorni e alla fine dell’anno facevo un esame particolare per accertare che avessi seguito il normale programma didattico.
Conosciamo tutti l’orrenda vicenda di Saman, la piccola pachistana uccisa dai genitori e dai cugini perché rifiutava un matrimonio combinato. Ma questa è soltanto la conclusione di una vicenda che doveva essere ampiamente prevenuta. I genitori di Saman vivevano e lavoravano in Italia, quindi Saman avrebbe dovuto frequentare la scuola con gli altri ragazzi, fare la ginnastica con i pantaloncini corti e partecipare alle gite e alle attività scolastiche. Se i genitori non lo avessero permesso avrebbero dovuto subito perdere la tutela della figlia che avrebbe dovuto essere posta in speciali comunità di protezione. Nessuno, per nessuna ragione può sottrarsi alle leggi dello Stato, ma molto spesso il problema è che lo Stato non ha personale e strumenti di controllo sufficienti per far rispettare la legge.
Il rumore e le polemiche suscitate dalla famosa famiglia nel bosco, hanno, come al solito, creato soltanto confusione. Dovrebbe essere ovvio che i servizi sociali si muovano a tutela di bambini che vivono senza un bagno in casa o il cui cibo non sia adeguato alla loro crescita, e che, mandarli alla scuola come gli altri, sia assolutamente obbligatorio, ma è presumibile che i genitori sapessero benissimo che mandarli a scuola avrebbe significato che si sarebbero potuti ribellare all’assurda vita che facevano nel bosco.

Sergio Mattarella

Come tutti sappiamo, le leggi non sono certo le uniche regole dei comportamenti umani. Ad esse si affiancano abitudini e tradizioni, che, guarda caso, si concentrano spessissimo sulle donne per discriminarle e limitarle.
Ho lavorato per una vita nei paesi islamici, che certamente non sono tutti uguali se in Tunisia, in Marocco e in Siria, prima dell’orrore seguito alla cacciata di Bashar al-Assad, moltissime donne e ragazze andavano in giro con i capelli scoperti, e talvolta anche con le gonne non molto lunghe. Però non so darmi una risposta a questo particolare interesse per i loro capelli. Certo che essi fanno parte del viso di una donna, e quindi del suo fascino, ma siamo sicuri che coprirli impedisca davvero gli sguardi e il desiderio degli uomini?
Sappiamo quanto siano importanti e costosi i parrucchieri ma il marketing che serve a vendere vestiti e ogni tipo di prodotto, ha grandemente alimentato la standardizzazione non solo del vestiario, ma anche dei capelli, e persino dei corpi visto che ormai sembra che ragazze e donne debbano tutte avere lo stesso seno, lo stesso fondoschiena inclusi naso e labbra.

Burqa, Whitney Houston

Whitney Houston

Siccome amo incondizionatamente la diversità, la standardizzazione mi fa orrore. Tra l’altro essa raggiunge spesso l’assurdo. Nel bellissimo e divertente libro Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie (2013), l’autrice, non solo analizza i più seri temi della razza, come la differenza tra un africano nigeriano ed un afroamericano, ma dedica molto spazio al grave problema dei capelli delle donne nere. La gran parte di loro sono ormai convinte, o così condizionate dalla standardizzazione, che i loro capelli ricci naturali siano brutti e inaccettabili.
Finora i metodi per renderli lisci sono pericolosi e nocivi perché comportano il loro stiramento con un calore che viene da strumenti tipo ferri da stiro, oppure l’uso di prodotti contrari alla salute del cuoio capelluto. L’unica soluzione alternativa sono le famose treccine che fra l’altro richiedono di stare dal parrucchiere per più di tre ore. Ma una professionista nera può andare a lavorare in una banca o in uno studio legale con le treccine? Perché le treccine potrebbero non essere considerate adatte a luoghi di lavoro esclusivi e importanti? Una professionista non dovrebbe essere considerata e valutata secondo la sua preparazione e capacità di lavoro, invece che sulla sua capigliatura?
Dopo aver lavorato in tutto il mondo continuo a chiedermi perché i capelli delle donne siano così importanti: non ho certo una risposta ma forse ognuno potrebbe dire la sua. Quello che invece odio è una standardizzazione che viene dal cinema, dalle riviste e dal concetto stesso di uno stile e di una eleganza che sono stabiliti da altri e dovrebbero essere uguali per tutti.
Ragazzi e ragazze dovrebbero mostrare il loro corpo come sentono, senza tentare di assomigliare a nessuno anche se la società dei social media non li aiuta certo a farlo.