Marchionne malato
Manley alla prova

Marchionne malato cambia tutto. La drammatica successione di Mike Manley al timoniere di Fiat Chrysler Automobiles  è stata repentina e imprevista. Quando Sergio Marchionne illustrò il primo giugno a Balocco il piano industriale 2018-2022  tutto era possibile, giravano molti nomi per il cambio della guardia previsto nella primavera del 2019. L’allora amministratore delegato di Fca si era limitato a indicare la probabile provenienza del successore dall’interno della multinazionale italoamericana. Aveva smentito ogni influenza e garantito l’autonomia dell’ignoto erede: «Non esiste copione o istruzioni, siamo nati nelle avversità e operiamo senza spartito».

Marchionne malato, Sergio Marchionne

Sergio Marchionne

Marchionne malato ‘irreversibile’  lo scorso fine settimana ha fatto tagliare il traguardo a Manley: 54 anni, inglese, artefice del boom della Jeep e impegnato a replicare il successo con la Ram. Ha sconfitto tutti. Tra i papabili alla successione c’erano anche altri tre top manager: il responsabile finanza del gruppo Richard Palmer, l’amministratore delegato di Marelli Pietro Gorlier e, soprattutto, il responsabile delle attività europee di Fca Alfredo Altavilla. Sia Manley sia Altavilla sono stati due strettissimi collaboratori di Marchionne nel miracolo di trasformare Fiat e Chrysler, due case automobilistiche sull’orlo del fallimento, in un gruppo globale competitivo e vincente.

Marchionne malato  gravissimo ha determinato decisioni rapidissime, Manley è stato nominato amministratore delegato di Fca al posto del carismatico manager italocanadese ricoverato da un mese a Zurigo. Altavilla, che ambiva alla successione, ha rassegnato le dimissioni. John Elkann, il capo della famiglia Agnelli proprietaria della multinazionale, ha preferito l’inglese all’italiano, l’ingegnere trapiantato negli Stati Uniti protagonista della rinascita e delle trionfali vendite della Jeep. Sono arrivate anche altre nomine. Adesso in tutti i posti chiave del gruppo si parla inglese e non più italiano. È lontana l’epoca di Vittorio Valletta, Cesare Romiti e Sergio Marchionne, i tre potentissimi e carismatici amministratori delegati italiani in oltre un secolo di Fiat italiana.

John Elkann

La globalizzazione detta legge. La scelta è simbolica: Fca parla sempre di più inglese e meno l’italiano, si consolida la supremazia di Detroit e degli Stati Uniti su Torino, l’Italia e l’Europa. È una ulteriore spinta al piano di globalizzazione dei mercati tracciata da Marchionne. Sono simboliche anche le fotografie pubblicate dai giornali: si vedono Marchionne e Manley, sui lati opposti di due modelli di Jeep (una nera prodotta negli Usa e una rossa costruita in Italia), che si scambiano sguardi d’intesa. Jeep, il “marchio globale” scelto da Marchione per sfondare su tutti i mercati: Stati Uniti, Sud America, Europa, Cina. Ha avuto ragione: i fuoristrada americani, prodotti anche a Melfi, hanno trionfato in tutti i continenti.

250 mila dipendenti, 55 mila in Italia. Marchionne lascia un gruppo in salute che fa profitti ed ha azzerato i debiti (quando divenne amministratore delegato nel 2004 l’allora Fiat perdeva due milioni di euro al giorno). Il piano industriale 2018-2022 è impegnativo ed ambizioso: 45 miliardi di dollari di investimenti, 25 nuovi modelli, 9 miliardi destinati ai nuovi motori elettrici ed ibridi. Fca dovrà affrontare una doppia riconversione: tecnologica, verso i motori puliti e l’auto a guida autonoma, e produttiva con il passaggio dalle utilitarie ai modelli di alta gamma.

Fabbrica FCA

Non mancano le incognite. Nella riconversione decisa ed impostata da Marchionne per affrontare con successo le sfide del futuro c’è un problema soprattutto italiano: il Belpaese, dopo aver perso la centralità ideativa e produttiva diventa marginale, rischia perfino il declino delle sue fabbriche. Marchionne aveva assicurato la piena occupazione negli stabilimenti italiani puntando sui modelli premium: le Alfa Romeo (prodotte a Cassino), le Maserati (costruite a Grugliasco e a Mirafiori), le Jeep e alcune 500 (montate a Melfi), le Ferrari (allestite a Modena) che però sono al di fuori del gruppo. Ma servono investimenti e nuovi modelli per sostituire quelli Fiat che o vanno fuori produzione (come la Punto) o  saranno trasferiti in Polonia (come la Panda di Pomigliano d’Arco).

Maserati Levante

Manley, successore di Marchionne, adesso dovrà realizzare il piano industriale. Gran lavoratore a sangue freddo, si è impegnato immediatamente riunendo i top manager del gruppo a Torino. Dovrà convincere i mercati finanziari internazionali orfani di Marchionne malato (le azioni Fca sono scese dopo l’uscita di scena del manager di origine abruzzese per poi recuperare) e dovrà rassicurare i lavoratori italiani in apprensione e con la paura della cassa integrazione. Un passaggio importante per il nuovo capo della Fca è il 25 luglio, l’incontro con gli analisti finanziari internazionali. I mercati vogliono sapere qualcosa di più sulla rotta che intende seguire, se sarà più o meno in continuità con le scelte del manager con il maglioncino nero. I sindacati italiani aspettano il rispetto degli impegni: nove nuovi modelli per non chiudere gli stabilimenti della Penisola e non allargare la deindustrializzazione.

 

R.Ru.