Mario umiliato e
braccato da Silla
nelle paludi laziali

Dal sangue che bagna Roma alla caccia all’uomo nelle paludi laziali e all’estensione della Guerra Mitridatica alla Grecia.

Riassunto della puntata precedente: La rivalità per ottenere la direzione della guerra contro Mitridate VI, re del Ponto, contrappone Gaio Mario al console Lucio Cornelio Silla. Mario, servendosi del tribuno della plebe Publio Sulpicio Rufo e di una milizia privata, scatena tumulti e riesce a ottenere una legge che priva Silla del comando della forza di spedizione. Per tutta risposta, Silla, superando ogni tabù costituzionale e religioso, marcia su Roma con cinque legioni.

Il sacrilegio delle fiamme e il macello del Foro

Mario, Gaio Mario - Testa di marmo - Musei Vaticani

Gaio Mario – Testa di marmo – Musei Vaticani

Mentre le avanguardie forzano i primi blocchi, le tre legioni comandate da Silla espugnano Porta Capena, violano il pomerio (il confine sacro di Roma), e dilagano per le vie interne, tra il fumo e le urla, riempiendo l’aria con il pesante scalpiccio delle caligae e il clangore delle armi. Mario non si arrende senza lottare: la sua milizia improvvisata intrappola una legione nei quartieri popolari. Silla apprende che alcuni suoi reparti sono bersagliati dai tetti con un fitto lancio di tegole e pietre, si precipita sul posto e ordina di dare le case alle fiamme.
È una scelta di spietata ferocia. Quei rioni a ridosso del Tevere sono un groviglio di legno e fragili insulae protese verso il cielo: appiccarvi il fuoco significa rischiare di incenerire l’intera Roma. Ma il terrore calcolato ha effetto. Le torce volano attraverso le finestre, le fiamme divampano inarrestabili, gli abitati sono costretti a scendere dai tetti nel disperato tentativo di domare l’incendio e salvarsi. Ogni resistenza civile viene così troncata, e la via che conduce al centro-città è finalmente sgombra. Nel Foro, intanto, Gaio Mario e il tribuno Sulpicio Rufo si preparano allo scontro finale. Il vecchio leone ha commesso due passi falsi, fatali: non credeva che Silla avrebbe osato marciare contro Roma e non ha capito che il popolino, ancorché dalla sua parte, non si sarebbe fatto scannare per lui. Il battito cadenzato delle caligae sui basoli annuncia l’arrivo delle legioni nella piazza. Quando i soldati sbucano tra i monumenti, è il massacro. I legionari avanzano compatti dietro i grandi scudi, colpendo dal basso verso l’alto, sventrando i nemici all’addome. È una guerra fratricida: a scontrarsi sono cittadini romani, legati spesso da vincoli di amicizia o di sangue. Travolti dalla furia sillana, i Mariani arretrano e ripiegano fin sul colle Esquilino, presso il Tempio di Tellus, mentre la cavalleria abbatte gli uomini in fuga. Qui Mario tenta l’ultimo, disperato azzardo: lancia un appello agli schiavi di Roma, promettendo la libertà. Per la mentalità romana è l’infamia suprema. Gli schiavi, diffidenti, rifiutano. La notte cala su una città spettrale, con le vie disseminate di corpi inanimati o gementi. Per evitare il saccheggio, Silla impone la pena di morte ai suoi stessi soldati, con l’ordine di giustiziare sul posto i trasgressori. Il padrone diRoma, ormai, è solo lui.
La vendetta del Console e l’urlo di Scevola

Lucio Cornelio Silla – Monaco Antikensammlungen

Il giorno dopo, dinanzi a un Senato terrorizzato, Silla detta le sue condizioni. Definisce la legge che gli ha tolto il comando una “inaudita illegalità” e bolla Sulpicio e Mario come «un delinquente associato a un vecchio pazzo». Poi, cala la scure: fa dichiarare Mario e undici suoi seguaci publici hostes, “nemici dello Stato”, da uccidere a vista, spogliati di ogni diritto e bene. Tra i proscritti vi sono Mario Il Giovane, figlio di Mario; Sulpicio Rufo, e il pretore Bruto. Silla ha dimenticato che, solo pochi giorni prima, Mario gli aveva salvato la vita accogliendolo in casa.
In un silenzio raggelante, una sola voce si leva ed esprime dissenso: quella del vecchio Quinto Muzio Scevola l’Augure, un patrizio, un ottimate che sfida la morte in nome della coerenza: «Non accetterò mai che un uomo come Mario, Salvatore della Patria, subisca un disonore così grande». Una lezione di dignità che dimostra come a Roma la coscienza individuale valga ancora più dei legami di fazione. Nonostante Scevola, la mozione passa, blindata dal senatus consultum ultimum. Nelle ore successive, si scatena una spietata caccia all’uomo: i sicari di Silla setacciano ogni angolo della città, e molti amici di Mario vengono intercettati e trucidati. Quella notte stessa, alcuni dei dodici condannati si incontrano nel buio, presso il Tempio di Giove Statore, senza sapere degli altri. Decidono di dividersi e fuggire verso Ischia; da lì raggiungeranno la Sicilia per chiedere rifugio e protezione al governatore Norbano, con l’intento di tornare a Roma non appena Silla sarà partito per l’Oriente. Infine, si abbracciano e si allontanano per vie diverse.
Nonostante la condanna, Silla ha deciso per il momento di non confiscare il patrimonio di Mario e di non dare loro una caccia spietata. Questo atteggiamento risponde a precisi motivi di calcolo politico, opportunità strategica e mantenimento dell’ordine pubblico. Il sei volte console Gaio Mario è un eroe nazionale: è stato osannato dal Senato e dal popolo come il “terzo fondatore di Roma” (dopo Romolo e Furio Camillo), per aver salvato la Repubblica dai Germani. Accanirsi contro di lui significherebbe esasperare la plebe di basso ceto e i veterani delle sue guerre, innescando una rivolta popolare che sarebbe difficile sedare. Inoltre, Silla viene dall’avere compiuto un colpo di Stato e la sua posizione è tutt’altro che solida.
Prima di agire senza curarsi delle conseguenze deve legittimare la svolta autoritaria che ha impresso alla politica interna della Repubblica. Inoltre, il suo obiettivo primario è quello di raggiungere il teatro della guerra mitridatica con le sue legioni. Rimanere invischiato in una guerriglia urbana o in una caccia all’uomo capillare in tutta Italia logorerebbe il suo esercito e ritarderebbe l’avvio delle operazioni belliche. L’avere messo in fuga Mario e i suoi compagni, privandoli della cittadinanza romana sembra a Silla una misura sufficiente a neutralizzarli senza farli apparire come dei martiri. Non transige però su uno dei fuggitivi: Sulpicio deve morire. Il tribuno fugge in barca lungo il Tevere, superando le paludi e i boschi selvaggi, esce in mare a Ostia e costeggia il litorale verso sud, fino a Lavinio, dove si nasconde in una sua proprietà. Ma l’ombra dei sicari lo sovrasta: tradito da un suo schiavo, Sulpicio viene stanato e giustiziato sul posto. La sua testa dagli occhi sbarrati viene esposta sui Rostri nel Foro. Silla concede la libertà al delatore, per farlo scaraventare subito dopo dalla Rupe Tarpea: il tradimento del padrone non si perdona mai.
Il Cimbro e lo spettro dei Campi Raudii

La colonna rostrata di Gaio Duilio – Roma Musei Capitolini

Mentre la testa mozzata di Sulpicio viene esposta come un macabro trofeo, Mario s’imbarca a Ostia, ma la violenza della natura e una ragione di opportunismo si coalizzano contro di lui. Lo Scirocco autunnale investe la nave con raffiche furiose, trasformando il Tirreno in un inferno liquido e rendendo la navigazione impossibile. A decidere le sorti del vecchio generale è il cinico calcolo del comandante.
Timoroso di essere accusato di favoreggiamento, sceglie di disfarsi del suo scomodo passeggero: convince Mario a sbarcare e, non appena il fuggiasco tocca terra, su una spiaggia a sud di Gaeta, vicino a Minturno, riprende subito il mare, abbandonandolo al proprio destino.
Stremato, malato e privato di ogni protezione, Mario cerca un rifugio in una palude, ma alcuni sicari sono sulle sue tracce. Sono stati assoldati da Sesto Lucilio, un candidato alle elezioni, che ha pensato di dare la caccia a Mario per rendersi benemerito con la cattura di un nemico pubblico. Il “Salvatore di Roma” vaga per ore nell’acqua e tra le canne, febbricitante e fradicio, coperto solo da una misera tunica di lino, intrisa di melma. È tutto inutile: i sicari lo scovano e lo catturano. Trascinato a Minturno con le mani legate, Mario viene preso in consegna dai duoviri, i quali incaricano uno schiavo pubblico di sopprimerlo.
Il germano, un giovane cimbro di statura gigantesca, entra nella cella buia reggendo una lanterna e impugnando una spadasguainata. Nel buio del fondo, due occhi giallognoli e raccapriccianti, simili a quelli di un lupo, brillano, intercettando il fascio di luce. Dal fondo della cella si alza una voce tonante: «Oseresti tu uccidere Gaio Mario?». Lo schiavo si blocca, paralizzato dal terrore. Davanti a lui c’è l’uomo che, tredici anni prima, ha sterminato il suo popolo nella Battaglia dei Campi Raudii. Non è sete di vendetta quella che prova, ma una venerazione sacrale, una paura folle davanti a un semidio. Il cimbro fugge all’aperto, piangendo e urlando, e a chi gli chiede il perché, risponde: «Non posso uccidere Gaio Mario!». Il miracolo scuote Minturno. La folla si ribella, i cittadini abbattono le porte della prigione e scortano il generale fino al porto. Un comandante di nome Beleo gli offre di prenderlo a bordo e condurlo dove desidera: Mario è salvo. La nave volge la prua verso Ischia, dove, una volta giunto, Mario si ricongiunge con i suoi compagni di disgrazia.
La resistenza di Rodi e il tradimento di Atene

Il Partenone ad Atene

Intanto, Mitridate VI, dopo avere preso il controllo dell’Asia romana con una travolgente controffensiva, ha cinto d’assedio la città di Rodi. Verso la fine di novembre dell’88, il re del Ponto schiera una gigantesca piattaforma mobile montata su due navi affiancate, progettata per colpire le fortificazioni da uno specchio o corso d’acqua (sambuca). L’assalto scatta in una notte senza luna. I pontici avanzano nel buio, confidando nel fattore sorpresa, ma i rodiesi li scoprono. L’attacco si trasforma in una rissa colossale sotto le mura. Le catapulte e le baliste bombardano la città con massi, pece e palle di resina incendiate; gli arieti coperti di pelli fresche martellano le porte urbiche. I difensori resistono eroicamente sui camminamenti, rovesciando olio bollente e giavellotti. La svolta arriva quando la sambuca crolla sotto il suo stesso peso. Mitridate, sconfitto, si ritira sulla terraferma.
Poco dopo, una flotta pontica, che trasporta una forza d’invasione, salpa verso Delo, l’isola sacra nata secondo il mito dal tridente di Poseidone per far partorire Latona all’ombra della Palma Sacra. Delo non è solo il santuario di Apollo e del suo celebre oracolo, ma è il cuore finanziario e commerciale del Mediterraneo orientale. Un porto franco senza tasse, dove ogni giorno diecimila schiavi vengono compravenduti al mercato; un crogiolo di banchieri romani, fenici, siriani e greci. A dirigere l’offensiva è il generale Archelao, cugino di Mitridate. con lui un personaggio ambiguo: Aristione, un filosofo ateniese, consigliere di Mitridate e suo uomo di fiducia.
Delo è rimasta fedele a Roma, ribellandosi ad Atene. Con l’obiettivo di depredare il tesoro del santuario di Apollo, Archelao vi scatena l’inferno. Ventimila persone, in stragrande maggioranza cittadini romani e italici, vengono trucidate, la città – compreso il Santuario di Apollo – viene saccheggiata e incendiata. In poche ore, il gioiello dell’Egeo si trasforma in un campo di rovine: una ferita che non si rimarginerà mai.
Poco dopo, Aristione giunge al Pireo, scortato da duemila soldati pontici. Vede da lontano brillare al sole la punta della lancia e l’elmo di Athena Promachos sull’Acropoli, e porta in dono agli Ateniesi il tesoro depredato ad Apollo. Consegna l’oro e chiede e ottiene di essere nominato comandante in capo dell’esercito. Poi getta la maschera. Con un colpo di mano brutale, si autoproclama tiranno. Chiude le porte della città, fa torturare e uccidere gli oppositori, razziando i beni di cittadini e stranieri. Le gloriose scuole di filosofia tremano: lo scettico Filone di Larissa fugge verso Roma, mentre l’Accademia fondata da Platone chiude i battenti (che non riapriranno più), soffocata dalla cieca brutalità. Il Partenone e il Teatro di Dioniso sono ora lo sfondo di un’autocrazia spietata. Archelao divide l’esercito per invadere il resto dell’Attica e l’Eubea. Il guanto di sfida è scagliato contro Roma. Il conflitto dilaga così sul suolo della Grecia: è solo il preludio a una devastazione ancora più spietata.

Secondo articolo – Segue