Dal 1990 al 2026 l’Italia ha cambiato governo ben ventidue volte. Il numero fotografa da solo la realtà di un Paese che, per più di trent’anni, ha vissuto nell’instabilità. La caduta della Prima Repubblica, esplosa nel 1992 grazie a Tangentopoli, è solo l’inizio.

L’ingresso di Palazzo Chigi
La nascita della Seconda Repubblica, è del 1994, e coincide con l’avvento di Silvio Berlusconi. Poi avremo il bipolarismo “imperfetto” degli anni Duemila. A seguire, la stagione dei tecnici e l’era del populismo. Fino ai nostri giorni, con la stabilizzazione portata dal governo Meloni, che sta in piedi dall’inizio della legislatura, ma ora a ridosso delle politiche dell’anno prossimo è in fibrillazione per la crescita esponenziale dell’estrema destra di Vannacci segnalata da molti sondaggi.
Negli anni Novanta, i governi duravano in genere meno di due anni: Andreotti, Amato, Ciampi, Dini, Prodi, D’Alema, e di nuovo Amato, che apre al decennio dominato dal bipolarismo Prodi-Berlusconi. Una svolta che prometteva continuità e invece si rivelò un miraggio: con i due contendenti che si alternarono alla guida del Paese senza riuscire a costruire cicli lunghi. La crisi del 2011 aprì la stagione ai “salvataggi istituzionali”: Monti, Letta, Renzi e Gentiloni guidarono quattro governi in sei anni.

Due operai
La frattura del 2018 portò al trionfo elettorale di Cinquestelle, seguito però da un nuovo doppio cambio di premier in meno di tre anni. Conte I, Conte II, Draghi. Il 22 ottobre 2022 Giorgia Meloni, fondatrice di Fratelli d’Italia e ormai leader incontrastata della destra italiana, entra a Palazzo Chigi come capo del governo. Prima donna italiana a ricoprire la carica.
Ma il bilancio finale di questa lunga corsa a ostacoli che ha visto all’opera 22 governi lascia parecchio a desiderare. Ogni esecutivo ha portato con sé grandi promesse, ma se i governi cambiavano continuamente colore i salari restavano fermi e le retribuzioni reali diminuivano. Con il senno del poi possiamo dire che la cosiddetta “moderazione salariale” fu una precisa scelta politica che accomunò i governi della Seconda Repubblica perché faceva comodo un po’ a tutti: primi ministri tecnici e leader politici. Presidenti del Consiglio di destra, di sinistra e di centro.
Naturalmente ognuno escogitava la sua scusa perfetta per giustificare la stagnazione degli stipendi: negli anni ’90 era colpa dell’euro che “imponeva disciplina”, nei 2000 era colpa della globalizzazione; nel 2008 della crisi economica, nel 2011 dell’austerità, nel 2020 della pandemia, nel 2022 dell’inflazione e adesso delle guerre alle porte dell’Ue. Ma la verità è più semplice e molto più scomoda: da almeno trent’anni a questa parte, nessun governo ha messo i salari al centro del suo programma.
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