I “franchi tiratori” colpiscono Meloni. Ora la presidente del Consiglio trema. Chissà se il governo Meloni arriverà indenne al 4 settembre, la fatidica data per battere il primato dell’esecutivo più longevo nella storia della Repubblica italiana. Per ora oscillano le chances perché l’ambito primato resti al secondo esecutivo Berlusconi.

Giorgia Meloni con il governo alla Camera
Sembrava quasi fatta. Lo scorso 2 maggio Meloni ha portato a casa la “medaglia d’argento” del secondo ministero più longevo della storia repubblicana. Ma ora è tutto più complicato. Martedì 14 luglio c’è la brutta novità di una pesantissima batosta a Montecitorio. L’assemblea della Camera boccia a scrutinio segreto il cosiddetto emendamento sulle preferenze presentato dalla maggioranza alla nuova legge elettorale. Circa 30 “franchi tiratori” affondano nel segreto dell’urna la novità. Così l’esecutivo di destra-centro è battuto per appena un voto di differenza: 188 no e 187 sì.
Il governo sbanda. Le opposizioni, in testa Elly Schlein e Giuseppe Conte esplodono di gioia nell’aula della Camera: chiedono le dimissioni di Meloni, la crisi di governo e le elezioni politiche anticipate. La presidente del Consiglio commenta: «Ha vinto di nuovo la palude». È un pesante atto di accusa alla sua maggioranza. Potrebbe anche pensare all’ipotesi del voto anticipato.

Giorgia Meloni
Nella coalizione di destra-centro scatta la caccia ai “franchi tiratori”. I deputati vannacciani si professano innocenti, dalla loro hanno i video girati con il telefonino durante il voto segreto. I sospetti si appuntano sui parlamentari di Forza Italia e della Lega all’inizio contrari all’emendamento voluto fortemente da Fratelli d’Italia, il partito di Meloni. Ma sia i deputati di Antonio Tajani sia quelli di Matteo Salvini si professano innocenti. Certo circa 30 “franchi tiratori” sono tanti ed è improbabile che la polpetta avvelenata sia arrivata dalle fila di Fratelli d’Italia.
La sconfitta è bruciante per Giorgia Meloni. Il governo rischia. La presidente del Consiglio e leader della maggioranza di destra-centro era abituata a una lunga cavalcata di vittorie e sperava di concludere regolarmente e trionfalmente la legislatura nel 2027, con le impegnative elezioni politiche. Ma così non è andata. I problemi seri sono cominciati con la sconfitta al referendum sulla giustizia dello scorso marzo.

Antonio Tajani, Giorgia Meloni, Matteo Salvini
E da allora i problemi si sono moltiplicati non per iniziativa delle opposizioni, ma per i forti contrasti interni nella maggioranza (in particolare sulla prosecuzione degli aiuti militari all’Ucraina e sull’aumento delle spese per la difesa concordate in sede Nato).
I franchi tiratori colpiscono Meloni. I dissensi interni alla coalizione hanno bloccato le ambiziose riforme promesse all’inizio della legislatura. Oltre alla riforma della giustizia, è svanito il premierato (obiettivo caro a Meloni) e l’autonomia differenziata regionale (questione al centro dell’agenda di Salvini).
È in bilico ora anche la nuova legge elettorale, basata su un premio di maggioranza agganciato al raggiungimento del 42% dei voti alle consultazioni politiche. Ma anche se dovesse essere approvata dal Parlamento, il rapporto tra gli alleati di governo è fortemente logorato. Anche l’irruzione sulla scena di Futuro nazionale, il nuovo partito di destra radicale di Vannacci, provoca un terremoto. I sondaggi gli attribuiscono circa il 6% dei voti e l’ex generale spera di superare il 10%. Si tratterebbe di voti sottratti in particolare alla Lega e a Forza Italia, ma anche a Fratelli d’Italia. Non solo. È in allarme pure Giuseppe Conte: teme “incursioni” nell’elettorato grillino.
