Sotto processo per corruzione, indagato da 13 anni e in attesa di una sentenza che non arriva, José Sócrates ha deciso di ribaltare il tavolo, avviando una controffensiva mediatica e giudiziaria senza precedenti. L’ex primo ministro portoghese, che nel 2014 è stato anche arrestato perché coinvolto in uno dei maggiori scandali di corruzione della storia del Paese, si presenta adesso come implacabile accusatore del sistema giudiziario.

Josè Socrates
Partendo dal presupposto che il processo non si vince solo nelle aule ma anche demolendo le aule e chi le presiede, l’ex leader socialista sta facendo ricorso a tutta la sua indiscussa abilità politica per delegittimare un sistema giudiziario burocratizzato, lento e farraginoso. E così mentre la Procura Generale dipinge un sistema di corruzione politica e finanziaria che avrebbe operato durante il suo mandato come primo ministro, l’imputato replica accusando la PRG di persecuzione giudiziaria e di aver costruito un «processo monstre su ipotesi non dimostrabili».
Dal momento che punta a far cadere in prescrizione i reati per i quali viene ancora processato Sócrates fa poi di tutto per allungare i tempi in Tribunale sfruttando le crepe del sistema burocratico. Solo un esempio: ha cambiato sette avvocati in meno di un anno, con questo meccanismo: il nuovo legale chiedeva tempo sufficiente per studiare le migliaia di pagine processuali, il Tribunale concedeva solo 10 giorni invece dei 5 mesi richiesti. Allora l’avvocato rinunciava e si ricominciava con un altro avvocato.
E non è finita: Sócrates da mesi non si presenta più alle sessioni del processo, ma invia memorie molto aggressive contro il Tribunale, sostenendo che il sistema giudiziario sta violando le sue garanzie costituzionali di cittadino. Tale comportamento non blocca formalmente il processo, ma complica la gestione delle testimonianze e delle fasi istruttorie. Risultato: il processo avanza ancora più lentamente del previsto e la prescrizione si avvicina.

Il Parlamento Portoghese
Ormai l’ex leader socialista del Portogallo riesce a trasformare ogni udienza in un tribunale parallelo, dove l’imputato diventa accusatore e la giustizia imputata. Dove l’accusato non risponde alle domande ma le ribalta. Non contesta le prove ma chi le ha raccolte. Non attacca il merito ma il sistema. Così la macchina giudiziaria si inceppa e la giustizia portoghese finisce sotto i riflettori mediatici come un gigante burocratico incapace di arrivare a una sentenza prima che scatti la prescrizione. E quando i reati cadono, non è solo la responsabilità penale a evaporare: è la credibilità dello Stato.
Sócrates questo lo sa e sfrutta la situazione fino in fondo. Per dare più forza alla sua “crociata”, ha quindi avviato una serie di ricorsi. Contro l’Ordine degli Avvocati per la nomina degli avvocati d’ufficio. Contro lo Stato portoghese per la violazione dei tempi massimi dell’inchiesta iniziata nel 2013. E, infine, una causa davanti al Tribunale Europeo dei Diritti dell’Uomo sostenendo la violazione del suo diritto a un processo equo e in tempi ragionevoli. A questo punto la vera chiave del “caso Sócrates” non è più cosa ha fatto l’ex premier per finire sotto processo, ma cosa non riesce a fare la giustizia portoghese per chiudere la vicenda con una sentenza dopo 13 anni. E così, alla fine, l’ex premier anche se non vincerà la sua battaglia legale in un Palazzo di Giustizia, potrebbe vincere quella politica ingaggiata contro la magistratura portoghese.
