In pochi credevano nel varo della riforma delle Case di comunità. Lo scetticismo soffiava forte sulla puntuale apertura dei nuovi maxi ambulatori territoriali. Il flop invece è scongiurato. I nuovi poliambulatori di quartiere saranno operativi come previsto entro il 30 giugno.

Un medico di famiglia misura la pressione del sangue
Settimane di trattative ad oltranza, incontri, contatti e alla fine il 23 giugno arriva in extremis l’accordo, la riforma è salvata dai medici di base. È superata la rottura dei negoziati tra il governo Meloni e i sindacati dei primi di giugno, quando i medici di famiglia decidevano un’agitazione e minacciavano uno sciopero. Una alzata di scudi che aveva provocato lo stop temporaneo alla riforma delle Case di comunità su iniziativa di una parte dell’esecutivo e della maggioranza di destra-centro.
Adesso invece va in porto la travagliata mediazione. Ogni Casa di comunità avrà perlomeno un dottore: saranno i medici di famiglia ad assicurare l’assistenza sanitaria. I medici di base oltre a lavorare nei propri studi privati dovranno operare nei nuovi poliambulatori della sanità pubblica territoriale (non è più prevista come in un primo tempo la volontarietà dell’impegno). L’accordo prevede l’introduzione di un obbligo per i medici di famiglia di almeno 6 ore settimanali d’impegno per 48 settimane annue nelle Case di Comunità. Il lavoro è fissato tra le 8 del mattino e le 20 di sera, con un turno di almeno 3 ore continue. È stabilito un compenso di circa 40 euro l’ora.

Una Casa di comunità a Roma
Il contratto di lavoro è sottoscritto dalla Sisac (la struttura delle regioni sui sanitari convenzionati), e i sindacati Fimmg (Federazione Italiana Medici di Medicina Generale) e Fmt (Federazione Medici Territoriali). L’accordo entrerà in vigore entro il prossimo 30 giugno, nel rispetto dei tempi previsti dal Pnrr (Piano nazionale di ripresa e di resilienza) per l’entrata in funzione delle 1.038 nuove strutture per la sanità pubblica territoriale. L’Unione europea contribuisce con due miliardi di euro per i costi. Il ministro della Salute Orazio Schillaci per il futuro punta ad impegnare nella riforma della Case di comunità pure i medici ospedalieri, eliminando alcune incompatibilità. L’impegno sarebbe su base volontaria e al di fuori dell’orario di lavoro dell’ospedale.
Schillaci spiega di volere i medici di base all’interno delle Case di comunità «perché sono quelli che meglio conoscono i pazienti». L’obiettivo è costruire «una sanità più moderna e più di prossimità e vicina ai cittadini e spero che ciò porti anche a decongestionare i pronto soccorso».
I sindacati dei medici si dividono. La Fimmg approva il nuovo contratto per senso di responsabilità. È prioritaria la tutela «dei pazienti, della categoria e dell’intero Servizio sanitario nazionale». Invece per ora non firma l’intesa lo Snami (Sindacato Nazionale Autonomo Medici Italiani). Lo Smi (Sindacato dei Medici Italiani) non firma perché «l’imposizione» ai dottori di famiglia dell’obbligo fino a sei ore settimanali di lavoro «trasforma l’attività della medicina generale a mera copertura di fabbisogno orario» delle Case di comunità. La critica è d’introdurre per i medici di famiglia degli elementi di lavoro subordinato accanto alla figura classica di liberi professionisti in un regime di convenzione.
Ora le Case di comunità hanno scongiurato il rischio di restare delle costose “scatole vuote” grazie ai medici di famiglia. Tuttavia i problemi restano tanti: non si sa se i dottori di base saranno sufficienti, aleggia l’enigma sugli specialisti, scarseggiano gli infermieri e i tecnici addetti ai macchinari per gli esami come le Tac.
