Lo scontro verbale tra Meloni e Trump non è stato solo un incidente diplomatico, ma ha anche un gigantesco stress test per il sistema mediatico italiano. Il risultato non è stato incoraggiante: la stampa nazionale ha reagito dividendosi secondo l’orientamento politico delle testate, mostrandosi incapace di una lettura autonoma e di una spiegazione seria della vicenda.

Donald Trump e Giorgia Meloni
La prima reazione è stata la più facile: drammatizzare. Agenzie, all-news e siti hanno trasformato lo scontro in “crisi senza precedenti”, “attacco personale”, “colpo basso al G7”. Il tutto secondo la logica del ciclo continuo. Quindi in un’amplificazione senza fine. Ma amplificare non significa spiegare. E infatti, per ore, il racconto si è risolto in un flusso di dichiarazioni, virgolettati, reazioni, senza alcun tentativo di capire che cosa stesse accadendo davvero.
La seconda reazione è stata: minimizzare. Con una parte della stampa di destra che ha scelto la linea del “non è successo niente”, accusando gli altri media di gonfiare il caso. Una negazione dell’evidenza che va considerata semplice propaganda travestita da giornalismo.
Infine, la terza categoria: la “critica strutturale”, quella che avrebbe dovuto mettere in discussione le logiche e i meccanismi di fondo della vicenda politica, ma alla fine è sembrata interessata soprattutto a colpire il governo Meloni. Qui lo scontro tra il presidente Usa e la nostra premier è diventato secondo i giornali di sinistra la “dimostrazione evidente dell’isolamento italiano” nel mondo.

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Il problema è che schierandosi in questa maniera, a seconda del proprio orientamento politico, quasi nessuno ha fatto il lavoro più difficile: quello di spiegare perché Trump abbia scelto questo momento, come si inserisce il suo attacco a Giorgia Meloni nel quadro geopolitico, quali conseguenze reali può avere per l’Italia, che cosa significa per il G7 e per i rapporti transatlantici. Eccetera, eccetera.
Infatti pochi giornali hanno provato a distinguere tra il livello personale, quello politico e quello istituzionale. E pochissimi hanno contestualizzato la crisi nella strategia comunicativa di Trump, che da anni usa lo scontro diretto come strumento di potere. Alla fine i nostri media sono usciti a pezzi dallo stress-test offerto dallo scontro Trump-Meloni. Mettendo in mostra un intero sistema informativo che non interpreta ma reagisce, non analizza ma amplifica, non costruisce ma rincorre. Per dirla in poche e semplici parole, siamo davanti a giornali e notiziari che hanno smesso di fare informazione.
E così la crisi Meloni–Trump si è trasformata anche in una grande occasione mancata dalla stampa italiana per dimostrare che il giornalismo può ancora essere uno strumento di lettura del mondo. La triste conferma di un “suicidio assistito”. In un Paese dove nel 2010 si vendevano ancora 4,5 milioni di copie di quotidiani al giorno e oggi ne vendono poco più di un milione.
