Titolo suggestivo “Roma anni zero” dove Sandro Medici racconta in vari capitoletti di questo agile libro le storie di fragile umanità che ha dovuto affrontare e risolvere nella sua lunga, lunghissima, esperienza di presidente del Municipio di Cinecittà dal 2001 al 2013.
L’autore è stato anche direttore del quotidiano Il Manifesto che intreccia ancora oggi giornalismo d’autore e militanza politica; e dunque il sottotitolo rende omaggio a questo vissuto aggiungendo un tocco, si fa per dire, rivoluzionario: Cronache di un Municipio ribelle.

“Roma anni zero”, il libro di Sandro Medici
Il passaggio dal giornalismo militante al governo di una vasta fetta dell’Urbe, destreggiandosi tra cavilli giuridici, norme, pastoie burocratiche, interlocuzioni con il Comune, non è stato difficile per Medici che ha potuto toccare con mano quanto possa essere vincente anche la fantasia al potere, senza essere fagocitati dall’odioso sistema, il quale nel microcosmo del Municipio da lui presieduto, era fatto per lo più di funzionari brillanti e partecipi a cui Medici rende con questo libro un doveroso pensiero di buon lavoro fatto.
Lo spirito ribelle covava però sempre sotto le ceneri e dunque non si può non iniziare a raccontare il libro di Medici che con la spedizione oltre Atlantico di una delegazione, con lui alla testa, in Messico, nel Chiapas grazie al contributo di due imprenditori. Dove da anni la rivoluzione gentile del neo movimento zapatista aveva creato regioni autonome autogestite dagli indios; dopo il fallimento degli accordi con lo stato messicano e qualche schioppettata iniziale. Un movimento che ha suscitato la curiosità dei movimenti no global che accorrevano per osservare la realizzazione della democrazia dal basso e autogestita. A San Cristobal tra mercatini zapatisti «per la gioia dei viaggiatori politici» ricorda Medici, l’illusione di un confronto politico con gli zapatisti però svanì rapidamente.
Tutto era rallentato, le riunioni erano semideserte, e il fitto calendario di colloqui svanì rapidamente nonostante la buona volontà dei militanti che si presentavano la mattina ordinati e disciplinati nonostante notti festose. Come non ricordare il Portogallo della rivoluzione dei Capitani a metà degli anni Settanta del Novecento; migliaia di giovani accorsero a Lisbona e quando si capì che non funzionava più nulla della rivoluzione fioccarono fidanzamenti estemporanei, storie d’amore e tradimenti affrontati con civiltà e senza particolari sofferenze. Il sogno di incontrare lo zapatismo riapparve però quando la delegazione fu portata in montagna e apparvero i guerriglieri. Muti i guerriglieri, ma vocianti le famiglie indios di tre comunità riunite in un capannone con palco e stacchi musicali dove si teneva la loro assemblea.

Sandro Medici
Per vivacizzare il noioso raduno le donne della delegazione di Medici ebbero l’idea di preparare le lasagne. Dopo qualche infortunio, comprarono Ketchup invece che salsa di pomodoro, errore rapidamente corretto, dieci enormi teglie di lasagne furono appoggiate sui tavoloni. Ma nessun indio si avvicinava finché una bambina portò la lasagna alla madre che diede l’assenso e dalle colline i vocianti indios furono ben felici di gustare la lasagna in salsa militante. Lo sconforto riapparve quando il sub comandante Marcos, leader del movimento, e icona no global, non apparve, nonostante tre giorni di attesa. Tuttavia la spedizione sortì qualche effetto. Il Municipio mesi dopo ricevette una lettera affettuosa del comando zapatista: l’impianto di elettrificazione finanziato dalla delegazione di Medici, collegava già dodici villaggi indios per aggiungerne a breve altri sette che ebbero dunque l’elettricità.
Dal turismo politico alla dura realtà, il passaggio non scosse l’autore che si trovò di fronte nel territorio del suo municipio l’Acquedotto Felice, di rara bellezza, dove una volta, negli anni Cinquanta, venivano coltivati gli orti di guerra e sorgevano baracche abitate dai migranti meridionali, prima che prendessero altre direzioni; il parco era completamente devastato da decine di baracche ricettacolo della marginalità e della piccola malavita. Un bene sottratto al quartiere che rumorosamente protestava ogni giorno. Medici decise di farla finita e con i funzionari del municipio preparò un piano di battaglia civile.
Una colonna di ruspe e pale meccaniche con gli assessori in tenuta da campagna abbatté le baracche fatiscenti, rendendo il Parco fruibile, e felice, è il caso di dirlo, come è adesso. Un bel regalo alla cittadinanza. L’autore si è preso anche dei rischi personali per permettere ai lavoratori socialmente utili di avere un reddito: sarebbero andati a spasso a breve per l’esaurirsi dei fondi.

Gli studi cinematografici di Cinecittà
Creò una cooperativa a cui veniva assegnata la manutenzione del Municipio. I tre capi dei lavoratori: Cencetti appena uscito da Rebibbia, Samuele mani d’oro per la sua capacità di aprire casseforti e Persichetti, tuttofare, dissero papale «Per noi la cooperativa va bene ma volemo vede’ i soldi sul bilancio e poi er presidente del Municipio deve fa’ pure er presidente della cooperativa».
E così fu. Il servizio era altamente efficiente a costi notevolmente più bassi per l’amministrazione pubblica. I cooperanti poterono fare i regali di Natale per la prima volta ai figli. E Medici quando ricevette ruvidi grazie dagli svantaggiati racconta che si commuove ancora. Il tocco umano che fa la differenza. Come il prete Roberto Sardelli della chiesa di San Policarpo che raccolse i bambini e li istruiva nella baracca 725 dotandoli di penne matite e quaderni. Ancora una volta le comunità cristiane di base sapevano cosa fare prima delle istituzioni.
O come il medico Antonio che creò un ambulatorio dentro un container assistendo quelli che non entravano negli ospedali nonostante le pressioni della Usl per farlo chiudere a cui Medici rispondeva a muso duro. Le guardie non arrivarono ma Antonio si spense per un malanno senza scampo poco tempo dopo un ultimo struggente incontro con l’autore in ospedale. Un libro dunque ricco di microstorie, altre ce ne sarebbero da raccontare, sull’impronta di quella Roma, come ci tiene a dire Medici, ben descritta da Pasolini e rinata, dopo anni cupi con il compianto assessore Nicolini: quella Roma di cui egli si sente in parte figlio come tanti della sua generazione.
