Indagare, analizzare e interpretare il passato, attraverso lo studio e la ricerca, utilizzando varie fonti, scritte o (e) archeologiche, nelle università, nei musei e negli enti pubblici, o (e) attraverso queste istituzioni, o (e) recandosi personalmente nei luoghi d’interesse storico-culturale.
Fornire informazioni dettagliate su argomenti d’interesse storico a quanti le richiedono. Scrivere libri e articoli su argomenti d’interesse storico, con l’indicazione di date, la descrizione di personaggi e luoghi, l’indicazione delle fonti e di una bibliografia. Uno storico fa questo. Di solito, ha una laurea in Lettere e Filosofia, o in Scienze Politiche, e qualcosa in più.

L’Università La Sapienza a Roma
Il valore del lavoro di uno storico sta nel fatto di generare un progresso culturale, perché trasforma il passato in una bussola per il presente. Analizzando le fonti, demolisce i falsi miti, promuove il pensiero critico contro le manipolazioni e permette di comprendere l’evoluzione delle identità culturali e sociali, aiutando a non ripetere gli errori del passato e a costruire una società più consapevole. Questi elementi migliorano direttamente la convivenza democratica e la cittadinanza attiva, permettono di comprendere l’evoluzione delle identità e delle disuguaglianze, favorendo l’inclusione e la coesione all’interno della comunità, arricchiscono direttamente il patrimonio di conoscenze e la forma mentis di una società.
L’impegno dello storico non viene sempre riconosciuto come un utile contributo al progresso civile, all’avanzamento sociale e all’evoluzione culturale. Questo avviene per esempio quando certe élite sostengono – certo, non apertis verbis – che chiunque non insegni Storia non possa essere considerato come uno storico e non debba pubblicare libri in questa materia per «non intromettersi in uno spazio non suo», a dispetto del fatto che l’essere uno storico, in Italia, non è una professione, regolata dalla legge.
In Italia, non è una novità, può infatti avvenire di non essere giudicati in base al merito che si esprime (e che è il risultato dell’applicazione del talento attraverso l’impegno) ma alla posizione sociale, lavorativa/professionale, ideologica/politica, economica/finanziaria rivestita, al nome di famiglia, ai protettori di cui ci si può servire come passepartout, e finalmente alla reputazione, riportata senza accertare se si basi su conoscenza diretta o su prove concrete, oppure su opinioni preconcette, dicerie/voci di corridoio, pettegolezzi, insinuazioni, diffamazioni, calunnie.

Una orchestrina di ragazzi suona in un bar di Roma
La mia generazione pensava questo sistema di rapporti sarebbe cambiato con il passar del tempo: invece, è sempre lì, immutato, apparentemente immutabile, granitico, inscalfibile. In altri Paesi è diverso. Parlo di quei Paesi dove la cultura non consiste solo nel conservare e custodire un patrimonio ereditato, dove ci si presenta da sé stessi, con le proprie conoscenze ed esperienze, e con i propri progetti; dove, se dimostri di valere, allora sei preso in considerazione, rispettato e sostenuto; dove chi raccomanda qualcuno, per aiutarlo a portarsi avanti, o ritiene di avere motivo di esprimere una valutazione negativa su qualcuno, che possa influire sulla sua carriera, lo fa mettendo in gioco la propria credibilità e autorevolezza.
Certe élite, in Italia, sono così chiuse in sé stesse che non si curano di ciò che avviene al di fuori del loro orticello, che curano gelosamente. Non si confrontano che “tra pari”, quando lo fanno; presidiano il territorio, pronti a difenderlo a spada tratta; prendono di mira colui che, “intromettendosi”, pretende di fare cultura al di fuori del loro ambiente, delle loro regole, e delle loro gerarchie, perché questo appare ai loro occhi come una minaccia: potrebbe creare un termine di paragone e perfino rivelare insufficienze. E sono così altezzose, così superbe che, se gli si dice la verità riguardo a ciò che sono, che sono cioè arretrate culturalmente, rispondono con un’alzata di spalle, che non è noncuranza, ma un atto snobistico, significa “Io sono il Marchese del Grillo, e tu non sei un c…”.
In un ambiente civile, le opere d’ingegno vengono discusse, criticate, ed eventualmente stroncate, con la pubblicazione di articoli di stampa, recensioni su riviste qualificate, commenti seri (non sono seri i commenti che si fanno al Bar dello Sport). Certe élite non seguono questa strada; non perché non ne siano capaci, ma perché significherebbe entrare nel merito, e, in un ambiente omertoso e connivente come quello in cui vivono, è sufficiente un bisbiglio per “colpire e affondare”.

Studenti universitari a Roma
Questo è uno degli ostacoli alla realizzazione di sé della cui esistenza ti accorgi quando non riesci a uscire da una impasse qualsiasi sforzo tu faccia, e non capisci che cosa c’è, in definitiva, che ti impedisce di proseguire nella direzione che hai preso, nonostante che tu abbia tutte le carte in regola, la capacità, e la determinazione di giungere alla mèta.
Tutto quanto precede è una esemplificazione dei blocchi del sistema Paese Italia. Mi riferisco alle ostruzioni che nascono dalla persistenza di un sistema corporativo e che fanno sì che tanti giovani ben preparati e volenterosi preferiscano espatriare piuttosto che rimanere nel Paese dove sono nati e cresciuti, dove si sono formati, dove hanno i loro affetti e amicizie, dove vorrebbero rimanere, ma non possono, proprio non possono.
Appena terminato il percorso di studi, i neolaureati si scontrano con barriere sistemiche—mancanza di meritocrazia, precariato diffuso e scarse prospettive—che impediscono loro di rendersi indipendenti e di realizzarsi professionalmente, spingendoli a emigrare. Affrontano ostacoli strutturali e un contesto lavorativo chiuso, che di fatto impediscono la crescita professionale e la costruzione di un futuro solido e autonomo. Si scontrano con barriere e chiusure culturali e lavorative, che li spingono a costruirsi all’estero l’avvenire che è stato loro negato in patria. I dati e le analisi sul fenomeno confermano che queste barriere e chiusure si traducono concretamente in salari meno competitivi e in una cronica assenza di valorizzazione del talento.

Università della California Los Angeles
La “fuga dei cervelli” è perciò la conseguenza di un sistema immobile. Le cifre che quantificano questo fenomeno fanno rabbrividire: i giovani che hanno lasciato il Paese negli ultimi cinque anni sono centinaia di migliaia, e metà di essi ha un titolo accademico, conseguito con impegno e sacrificio da parte dello studente, e con una spesa media a carico dello Stato di 150mila euro. Eppure, se ne parla poco. Principalmente, si fa poco o niente per arrestare l’emorragia, che continua da ben più di cinque anni. Si preferisce concentrarsi sull’immigrazione e sulla remigration, perché questo, a differenza di quello, è un tema che ha ritorno elettorale.
Ricordo di avere condotto ricerca non superficiale a questo proposito, prospettai i risultati definendoli “terrificanti” (lo erano). Ricevetti tanti complimenti: lo studio era eccellente e forniva un quadro insospettato e altamente preoccupante; ma – ecco la conclusione – «è meglio rimandare di renderlo noto, al momento non è opportuno». Di quel lavoro non seppi più nulla, nel mio ambiente di lavoro non se ne parlò mai più, come se non fosse mai stato prodotto. Quando si dice “insabbiare”…
Già allora avevo capito che la molla che spinge tanti giovani a emigrare non è tanto la ricerca di compensi più alti (come di solito si dice, banalizzando e lasciando trasparire un recondito giudizio morale, come per dire “chi espatria diserta, non é un patriota, ma un mercenario”), quanto soprattutto il desiderio, la voglia, il bisogno di avere delle opportunità, per potere competere, misurarsi, farsi valere per quelli che si è.
In Italia, é tutto chiuso, dove ti giri ti giri.
