Se il boom di Milano
lo paga il ceto medio

Palazzo Marino, Beppe Sala

Beppe Sala

Manca meno di un anno alle amministrative milanesi e nel centrosinistra già si percepisce una certa preoccupazione. Primo, perché, dopo aver trascorso dieci anni a Palazzo Marino, il sindaco-manager Beppe Sala non potrà correre per un terzo mandato che è vietato dalla legge. Secondo, perché il PD non potrà permettersi il lusso di sbagliare candidato come ha appena fatto a Venezia. Terzo, perché i Cinquestelle hanno ormai preso le distanze dal PD e dal cosiddetto “modello Sala” e, come anticipato dal presidente Conte, «il campo largo potrebbe non concretizzarsi…» nella prossima corsa per Palazzo Marino.
Il problema è che dietro l’immagine della Milano “metropoli europea, dinamica, moderna e accogliente” da un po’ di tempo a questa parte va emergendo una città meno patinata. Dove le bande di latinos si affrontano per strada e dove nel gigantesco cantiere del nuovo consolato generale degli Stati Uniti in piazzale Accursio, vengono scoperti operai indiani che lavoravano in condizione di schiavitù. Ed è ormai evidente che nella Milano di tutti i giorni gli abitanti vivono una realtà molto diversa dalla narrazione ufficiale nata alla fine dello scorso decennio, in seguito allo sbarco dei grandi investitori internazionali.
Il rovescio del boom immobiliare generato dai fondi, che negli ultimi dieci anni hanno investito oltre 50 miliardi nei nuovi grattacieli e nella cosiddetta “rigenerazione urbana”, è infatti quello della città che espelle i suoi residenti. Con i prezzi degli immobili al metro quadro tra i più alti d’Europa e gli affitti a doppia cifra, continuare a vivere all’ombra della Madonnina è ormai diventato impossibile per gran parte del ceto medio.

I navigli a Milano

E così alla fine Milano mostra il volto poco “glamour” della città che ha privilegiato gli investitori rispetto ai residenti, i fondi immobiliari rispetto alle famiglie. E se è vero che il sindaco Sala continua a rivendicare la sua visione “green”, “smart” e “internazionale” è altrettanto vero che Milano è diventata un posto per ricchi. Colpa anche delle politiche abitative di tutte e due le giunte guidate dal sindaco-manager rivelatesi a conti fatti: timide, tardive e insufficienti.
Detta in parole più crude, secondo i suoi critici, il vero limite politico di Sala, che nel 2021 si è candidato con una lista di “sinistra civica e riformista”, sta nel non aver difeso i ceti medi e popolari che hanno fatto Milano molto prima che arrivassero i capitali internazionali. Mentre il governo cittadino della giunta “progressista” è apparso fin dall’inizio troppo sbilanciato verso gli investitori internazionali e poco attento verso i suoi abitanti. Migliaia di cittadini “normali” (impiegati, tecnici, insegnanti, eccetera) costretti a fare i conti con una città diventata “metropoli europea” nei prezzi ma non nei salari.