Electrolux dimezzata
Prove di fuga dall’Italia

Tanto tuonò che piovve. Prima il “piano globale” di riorganizzazione di fine 2023, poi i 373 esuberi dichiarati in Italia nel 2024 e adesso la mazzata con cui Electrolux, il colosso svedese degli elettrodomestici, ha annunciato il licenziamento di quasi il 40 per cento dei dipendenti italiani: 1.700 su un totale di 4.500.

Electrolux, Uno stabilimento dell'Electrolux

Uno stabilimento dell’Electrolux

Tagli e cessazioni di linee produttive colpiranno gli stabilimenti di Porcia, Susegana, Forlì e Solaro. Per il sito marchigiano di Cerreto d’Esi, dove si producono cappe aspiranti, è prevista la chiusura. La cosa impressionante è che circa trent’anni fa, quando il colosso svedese sbarcò in Italia, quelle fabbriche occupavano circa 30 mila dipendenti.
La storia di Electrolux nel nostro Paese inizia nel 1984, con l’acquisto del gruppo Zanussi di Pordenone, che era stato un simbolo del miracolo economico italiano ma in quel momento attraversava una pesante crisi finanziaria. L’ingresso della multinazionale scandinava salvò l’azienda e per diversi anni ne garantì il mantenimento. Anzi. Le diede un ruolo centrale fino a farne il primo produttore europeo di elettrodomestici bianchi.
Per oltre un decennio il gruppo che ormai si chiamava Electrolux continuò a impiegare circa 23 mila dipendenti. Che scesero poco sotto i 20 mila solo dopo la metà degli anni Novanta. Ma a partire dal 2010 le cose cambiarono: il settore degli elettrodomestici made in Italy, già assediato dalla concorrenza di colossi asiatici come LG e Samsung e dai cinesi, subì l’allargamento dell’Unione europea a Est, dove Polonia, Ungheria e Romania erano in grado di produrre a costi molto più bassi. Una situazione destinata a peggiorare di anno in anno. Fino alla “riorganizzazione globale” del 2023 e ai 1.700 licenziamenti negli stabilimenti italiani di lunedì 11 maggio 2026.

Operai dell’Electrolux in agitazione

Gli esuberi annunciati dalla multinazionale scandinava non rappresentano un caso isolato. Infatti si inseriscono in un quadro economico nazionale sempre più difficile, dove le crisi aziendali aumentano e la produzione industriale continua a calare. Una situazione da cui si potrebbe uscire solo con un piano industriale coraggioso in grado di rilanciare il Paese, rendendolo più attrattivo per gli investitori.
Intanto, a peggiorare ulteriormente le cose è arrivata la guerra tra Usa e Iran e la conseguente esplosione dei costi di petrolio e gas. Ad onor del vero, l’energia costava più della media europea già prima della chiusura dello stretto di Hormuz, ma è chiaro che i prezzi energetici come gli attuali basterebbero da soli a spiegare il ridimensionamento dell’Electrolux.
Certo, il governo Meloni ha introdotto misure per contenere il caro-bollette, si è trattato però di misure temporanee. E così, alla fine degli sconti su IVA e oneri, i prezzi sono schizzati nuovamente verso l’alto. Allora il dato ormai evidente a chiunque è che senza una strategia strutturale, l’Italia resterà poco attraente agli occhi degli investitori stranieri. Che per tornare chiedono poche cose semplici e chiare: tempi certi, procedure amministrative rapide, energia competitiva e una strategia industriale degna di questo nome.
Ma per fare tutto ciò sarebbe necessaria una vista più lunga di quella mostrata fino ad oggi dalla nostra classe politica. Che in generale, e senza grandi distinzioni tra destra e sinistra, non riesce a guardare oltre la prossima chiamata alle urne. In cicli elettorali sempre più brevi, dove a contare non sono le cose da fare ma le parole. Cioè gli slogan e la propaganda con cui il sistema politico-mediatico ci bombarda ogni giorno.