
Marco Tullio Cicerone, ritratto in marmo (I secolo a.C.) Uffizi, Firenze
Chissà se quel giorno, quando pronuncia il suo “De Oratore”, Cicerone immagina che quel suo inciso diventerà una locuzione usata per motteggiare con sussiego e darsi qualche aria di dotto sapienziale. Cicerone è vissuto un centinaio d’anni prima di Cristo; dunque, quella sua “Historia magistra vitae” ce la portiamo dietro da più di duemila anni.
La storia maestra di vita: in sostanza, la conoscenza degli eventi passati è fondamentale per comprendere il presente, ed evitare futuri errori. La frase di Cicerone è un po’ più articolata: «Historia vero testis temporum, lux veritatis, vita memoriae, magistra vitae, nuntia vetustatis» («La storia è testimone dei tempi, luce di verità, vita della memoria, maestra di vita, messaggera dell’antichità»). Per farla breve: una conoscenza che si basa sull’esperienza.
Arriva poi un guastafeste, Jorge Luis Borges, che ribalta il tavolo; con una punta di ironia beffarda insinua esattamente il contrario: la vita, le scelte umane, fanno da maestra alla storia, e determinano come il passato venga raccontato. C’è del vero, ma questo discorso porterebbe lontano: dal popolaresco: «La storia la scrivono i vincitori», alle più strampalate teorie del complottismo.
Meglio tornare a Cicerone, e azzardare un piccolo emendamento: non basta il maestro, la storia; occorrono anche studenti disposti a fare tesoro di quello che la maestra storia insegna, e grazie a questo straordinario archivio di esperienze umane imparino a orientarsi nelle vicende del presente.
Conviene a questo punto restare ai tempi di Cicerone, quello degli antichi Romani. Ci hanno lasciato parecchi insegnamenti, su cui riflettere e mediare. Uno, per esempio, è l’aver saputo assicurare per molto tempo un “buon governo” (naturalmente considerando i tempi, il contesto).
Il “buon governo” romano si fondava su un fondamentale pilastro: il saper tenere insieme i diversi. La loro “capacità istituzionale”, se così la si può definire, consisteva nel saper usare le diverse leve dello sviluppo, farle agire insieme: azioni di “sistema”, il progettare interventi e servizi che si trasformavano in opportunità.

Il Colosseo
Il successo dei Romani, il loro contributo alla civiltà, sostanzialmente è condensato in tre parole: “connessione”, “aggregazione”, “assimilazione”. Il loro “sistema” merita di essere studiato, ancora oggi è l’esempio storico più rilevante di come costruire un’identità comune tra popoli diversi.
Molti studiosi sostengono che la Roma antica fu “imperialista”, per usare una locuzione dei nostri tempi. È stata anche qualche cosa di più complesso e profondo, non una semplice operazione di dominio, possesso e sfruttamento. Si favoriva un processo di contaminazione tra le diverse culture con cui si veniva a contatto; da ciò derivava una identità culturale aperta, condivisa e comune.
Per uscire dal gorgo in cui l’Europa oggi si trova, occorre recuperare la capacità di fare “sistema”; riuscire a costruire una identità condivisa che non si limiti, come ora, a obblighi monetari e finanziari; capace di esprimersi attraverso culture condivise e società che si relazionano e si comprendono. Una cultura di assimilazione e incontro: la capacità e la volontà di contaminazione e diffusione delle conquiste culturali e sociali.
Tutti i momenti di progresso e civiltà, si chiamino Roma antica o il più vicino Rinascimento, coincidono con gli scambi tra i popoli: chi si divide, si dispera; chi cerca unioni, impera.
Questa è l’essenza della “lezione” che ci viene dai Romani antichi. Riuscire a comprenderlo, significa imparare qualche lezione dalla storia “maestra”. Vale per i popoli, vale per chi ha l’ambizione di governare, e per chiunque fa e vuole fare politica; vale per ognuno di noi.
A risentirci, e buona giornata.
