Al di là delle photo opportunity e delle dichiarazioni ufficiali, quale il senso vero della visita del segretario di Stato USA Marco Rubio in Vaticano e in Italia? Il presidente statunitense Donald Trump ha polemizzato con il Pontefice spingendosi fino alla soglia dell’oltraggio (con le sue irriverenti e sacrileghe immagini social), e il falso (papa Leone vuole che l’Iran abbia l’atomica).

Papa Leone XIV e Marco Rubio
L’elettorato cattolico negli Stati Uniti, non maggioritario, ma determinante, non ha per nulla gradito queste “trumpate”; alla vigilia di importanti elezioni di medio termine, e alla luce di già numerosi rovesci elettorali, è dunque essenziale cercare di riannodare un sia pur tenue filo di dialogo e comunicazione.
Al momento, come si dice a Roma, “non c’è trippa per gatti”. Ne fa fede il fatto che il Vaticano ha liquidato la visita con un comunicato di appena tredici righe; e là, nelle ovattate stanze d’oltre Tevere, le parole “pesano”, ma più ancora silenzi e reticenze.
Ma non c’è solo questo, nella “missione” Rubio. La visita in Vaticano (questa è la “carne” della trasferta; i successivi incontri con Giorgia Meloni e Antonio Tajani lasciano un po’ il tempo che trovano), ha anche un significato “interno” agli Stati Uniti: sono in corso, nel Partito Repubblicano, le primarie per chi tenterà di sostituire Trump alla Casa Bianca. Solitamente, in modo quasi “naturale”, terminati i due mandati di un presidente, la sfida viene tentata dal suo vice-presidente. Ma in questo caso la nomination di James D. Vance non è sicura: troppo schiacciato su Trump, rischia seriamente di concentrare su di sé i furori e i rancori che “montano” nel paese per la dissennata politica dell’attuale “comandante in capo”.
Per contro, il curriculum di Rubio non è, in sé, disprezzabile: genitori esuli cubani, buona reputazione tra l’influente elettorato ispanico, cattolico, un dignitoso passato di politico in Florida, repubblicano a suo modo pragmatico… Certamente è venuto in Vaticano e in Italia anche (e soprattutto) pro domo sua.

La penna di legno d’olivo regalata da Leone XIV a Rubio come segno di pace
C’è poi un imponderabile: Trump, si dice, nella sua straripante megalomania, coltiva il sogno che a sostituirlo sia suo figlio Eric. Ma non è detto che questa sua velleità abbia chance: Trump comincia ad essere un re Mida all’incontrario: tutto quello che tocca miseramente deperisce. Al momento, quello che ha da offrire è un fallimento su praticamente ogni fronte: sul fronte interno il costo della vita aumenta e l’americano medio prende atto che nessuna delle promesse fatte è diventata realtà. Ci si rende conto dell’incredibile e sconcertante catena di conflitti di interessi e arricchimenti eticamente discutibili e con probabili risvolti penali, al punto che la Securities and Exchange Commission (SEC), ha già avviato inchieste per insider trading. Nessuna pace all’orizzonte, anzi i conflitti sono aumentati e aggravati. Altro che premio Nobel per la pace!
Il fallimento più consistente, in Iran. Doveva essere una “Furia Epica” con la quale travolgere il sanguinario regime degli ayatollah. Nessuno degli obiettivi è stato raggiunto: non l’annientamento del programma nucleare iraniano; non è stata eliminata la capacità missilistica iraniana. Gli oppositori interni sono stati illusi dall’annunciato e mai attuato “arrivano i nostri”, e ne ha per questo pagato un prezzo enorme: oltre diecimila esecuzioni, e non sono ancora finite.
In compenso Washington non ha predisposto alcun piano di riserva, si è impantanato in una palude da cui non sa come districarsi; più che “Furia” si tratta di “Fallimento Epico”. L’Iran dimostra di saper controllare lo stretto di Hormuz; lo ha chiuso, ne ha le chiavi, può sconvolgere a suo piacimento le economie del pianeta più di quanto ha fatto l’epidemia del Covid. Non solo: gli Stati Uniti hanno dimostrato di non essere in grado di proteggere i paesi arabi confinanti, che pure vedono l’Iran come fumo negli occhi e sono alleati degli Stati Uniti.

Donald Trump e Xi Jinping
Più in generale. Gli Stati Uniti hanno un enorme problema con la Cina, e da questa situazione Xi Jinping ha tutto da guadagnare: Pechino è sempre più interlocutore privilegiato nel Golfo e in Iran.
La fase è più che mai instabile. Più che territori la contesa riguarda sempre più flussi: energia, commercio, traffici. Una situazione che non si risolve con la sola leva militare. Di fatto Teheran è su una posizione di forza: le basta non perdere; Trump al contrario deve dimostrare di saper e poter imporre una soluzione.
Impietosa l’analisi del New York Times. La guerra in Iran avrebbe ridotto in modo significativo le scorte di armamenti statunitensi, alimentando in Cina dubbi sulla capacità di Washington di difendere Taiwan in caso di conflitto. Secondo le stime del Dipartimento della Difesa e fonti del Congresso, gli Stati Uniti avrebbero consumato circa metà dei missili da crociera stealth a lungo raggio e lanciato un numero di Tomahawk pari a circa dieci volte gli acquisti annuali previsti.
Non solo. Il conflitto ha messo in evidenza un limite strutturale della macchina militare americana: l’incapacità di ricostituire rapidamente gli arsenali in una guerra prolungata. Secondo il “New York Times”, Pechino sta attentamente valutando queste difficoltà destinate ad acuirsi in caso di confronto diretto con la Cina per l’isola di Taiwan. Gli Stati Uniti vengono percepiti come «un gigante con una gamba zoppa».
È questa l’eredità che si contendono Rubio e Vance.
