Chiamato simbolicamente “Decreto 1 maggio”, il provvedimento con cui il governo Meloni ha introdotto il “salario giusto” è stato accolto tra gli squilli di tromba della maggioranza.

Due operai
Ma non è un salario minimo legale e non comporta un aumento delle retribuzioni. È invece un nuovo requisito richiesto alle aziende per poter accedere ai contributi statali. In parole semplici: se sei un imprenditore e adesso assumi personale devi pagare almeno quanto previsto dal contratto nazionale di settore firmato da Cgil, Cisl, Uil e dalle organizzazioni sindacali più rappresentative. Ma se applichi un contratto pirata che ti consente di pagare un dipendente 5 euro l’ora, lo Stato non ti darà un euro di contributo.
Certo, aver introdotto una misura per frenare il “dumping salariale” è un passo avanti, ma non basta per risolvere il problema delle retribuzioni che in Italia sono tra le più basse d’Europa. Da qui l’emorragia dei giovani che scappano all’estero dove trovano contratti stabili e stipendi notevolmente più alti. Secondo le ultime statistiche solo nel 2025 sono stati almeno 40 mila gli under 35 che si sono trasferiti in Germania, Olanda, Francia, Belgio, Svizzera, insomma in quei Paesi sviluppati dove le condizioni di vita sono migliori e gli stipendi doppi o tripli rispetto a quelli italiani.
La cosa peggiore è che ormai il 42 per cento di quelli che se ne vanno sono laureati e non abbandonano più soltanto il Mezzogiorno, ma anche il Nord. Perché, tanto per fare un esempio, in città come Milano e Torino la paga base offerta a un giovane ingegnere oscilla tra i 1400 e i 1600 euro al mese contro i tremila della Germania e i cinquemila e passa della Svizzera.

Il governo Meloni alla Camera
Ma un Paese che perde la linfa vitale dei giovani, la loro intelligenza e tante competenze acquisite in anni di studio e formazione, è inesorabilmente condannato al declino. E allora ecco le grida d’allarme lanciate da esperti e politici di ogni colore contro la fuga di massa dei giovani cervelli.
Purtroppo si tratta quasi sempre di lacrime di coccodrillo versate nel corso di convegni, incontri pubblici e dibattiti televisivi. Infatti non si vedono progetti e piani concreti per mettere un freno alla fuga degli under 35. Ci vorrebbero stipendi più alti, sgravi e interventi fiscali seri, contratti stabili, case a prezzo accessibile per giovani coppie, asili, eccetera, eccetera. Le ricette sono note e se ne discute da parecchio tempo. Ma se ne parla e basta. Il sospetto è che dietro questa inerzia si nasconda anche un po’ di tornaconto elettorale. Perché i giovani non votano e quando lo fanno il loro peso è minimo.
Facciamo l’esempio di un trentenne che lavora in Germania e quindi, come prevede la legge, è iscritto all’Aire (Associazione italiana residenti estero). Bene, il nostro connazionale quando vota alle politiche lo fa per la circoscrizione estera, che elegge appena 18 parlamentari su 600. Quindi la sua scheda vale un trecentesimo del voto di un pensionato che vive in Italia. A completare il quadro c’è poi il fatto che il nostro è il Paese più vecchio d’Europa e che il segmento degli over 50 di solito è quello che decide le elezioni…
