Nadia Murad ha avuto il Premio Nobel per la Pace, nel 2018, insieme a Denis Mukwege, un ginecologo congolese, con la seguente motivazione: «Per i loro sforzi volti a porre fine all’uso della violenza sessuale come arma di guerra e di conflitto armato». E a Nadia veniva riconosciuto, in un comunicato stampa del comitato del premio, il suo coraggio per rifiutarsi di rimanere in silenzio e di vergognarsi nel ricordare il proprio calvario e quello delle altre vittime.

Nadia Murad
In occasione della consegna del premio Nobel a Murad il 10 dicembre, è stato proiettato nei cinema italiani “Sulle sue spalle”, un documentario di Alexandria Bombach che racconta la campagna dell’attivista yazida.
Nadia Murad è nata nel 1993 in una famiglia povera nel nord dell’Iraq ed è cresciuta con i suoi dodici fratelli in una fattoria nel villaggio di Kocho (o Kojo), vicino a Sinjar, la più grande città yazida, religione praticata dalla sua famiglia. Due anni dopo la fine della Guerra del Golfo, era al potere il presidente Saddam Hussein e il partito Baath, nato in Siria nel 1943 per la rinascita del popolo arabo. Nel 2003 il padre di Nadia morì e lei perse un anno di studio perché la madre non voleva lasciarla andare a studiare nella città vicina. Solo con l’apertura di un college a Kocho Nadia tornò a scuola.
Il 3 agosto 2014 il suo villaggio fu attaccato dai combattenti dell’ISIS, che perseguitavano con continue violenze la minoranza yazida. Uomini e bambini furono separati e uccisi, sorte che toccò anche a sei dei suoi fratelli, mentre la madre venne assassinata e sepolta in una fossa comune. 600 furono i morti. Le giovani furono deportate a Mosul, dove iniziò la loro prigionia. Ridotta in schiavitù, Nadia fu comprata e venduta più volte, come fosse semplice merce. Subì violenze ripetute, punizioni e maltrattamenti per annientare la sua volontà.

Saddam Hussein
Nel novembre, grazie ad una porta rimasta aperta, Nadia riuscì a fuggire. Fu accolta da una famiglia musulmana che la nascose, rischiando la vita, e l’aiutò a raggiungere il campo profughi di Dihok, nel nord dell’Iraq. Qui nel febbraio 2015 per la prima volta Nadia raccontò le violenze subite al giornale “La Libre Belgique” sotto lo pseudonimo di Basima. Da lì raggiunse Stoccarda ed ottenne asilo in Germania.
Avrebbe potuto restare in silenzio, invece decise di raccontare, davanti al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite, le violenze subite dal suo popolo, per far conoscere il genocidio compiuto dall’ISIS. Tale genocidio venne poi riconosciuto ufficialmente dalle Nazioni Unite nel 2016. L’avvocata Amal Clooney rappresentante di Nadia Murad nell’azione legale contro i comandanti ISIS, spiegò alle Nazioni Unite come lo stupro e la tratta, «burocrazia del diavolo a scala industriale», fossero praticati dai soldati ISIS sia tramite i social network sia nelle zone da loro controllate. Nadia fu nominata Ambasciatrice di buona volontà delle Nazioni Unite per la dignità dei sopravvissuti alla tratta di esseri umani. In seguito, durante un evento ospitato da Tina Brown a New York City, annunciò «l’Iniziativa di Nadia, un’organizzazione per fornire sostegno e assistenza alle vittime e per la ricostruzione delle comunità colpite».

Amal Clooney
Il 3 maggio 2017 Murad incontrò Papa Francesco e l’arcivescovo Gallagher nella Città del Vaticano. In quella occasione chiese aiuto per gli yazidi ancora prigionieri dell’Isis e denunciò la terribile situazione delle minoranze religiose in Iraq e Siria e propose di istituire in Iraq una regione autonoma per le minoranze, rifugio per gli sfollati e per i migranti.
Nel 2018, a 25 anni, ricevette il Premio Nobel per la Pace, diventando la prima donna irachena a ottenere questo riconoscimento.
Come ambasciatrice ONU, Nadia ha raggiunto varie comunità di rifugiati, ascoltando le testimonianze delle donne sopravvissute, e partecipa attivamente ad iniziative per sensibilizzare sul tema della tratta di esseri umani e dei rifugiati. Nonostante le ripetute minacce, l’obiettivo principale di Nadia rimane la liberazione di chi è ancora prigioniero e la ricerca di giustizia per le vittime.
Una donna giovanissima con un grande coraggio. Il coraggio di sopravvivere alla schiavitù e alle violenze sessuali; di fuggire dai suoi rapitori e raggiungere l’Europa; il coraggio di raccontare al mondo la sua storia e quella del suo popolo, gli Yazidi. Il coraggio di chiedere giustizia.
