
Il presidente del Portogallo Antonio Seguro
Presidente del Portogallo da meno di due mesi (9 marzo), Antonio Seguro non ha avuto nemmeno il tempo di guardarsi attorno per stabilizzarsi ed è già finito sotto assedio. L’uomo catapultato a furor di popolo al vertice dello Stato, dopo aver promesso di porre un freno all’instabilità del Paese si ritrova adesso al centro di una vera e propria tempesta politica.
A scatenarla è stata una legge sul lavoro presentata dal governo con l’obiettivo di rendere più “flessibile” il mercato. Riforma subito respinta da sindacati e opposizioni. Da qui l’aspro conflitto che ormai coinvolge tutti: maggioranza, opposizione e sindacati.
Il problema adesso è la polarizzazione dei fronti: da un lato c’è il governo secondo cui la legislazione portoghese sul lavoro va cambiata perché è troppo rigida e frena la competitività delle imprese. Sul fronte opposto la sinistra unita che accusa il premier Montenegro di voler indebolire i diritti dei lavoratori per rendere più facili i licenziamenti e aumentare il numero dei dipendenti precari.

Il primo ministro portoghese Luís Montenegro
A metà marzo Seguro ha “esortato” le parti a tornare a sedersi attorno allo stesso tavolo. Ma i sindacati hanno reagito in maniera opposta: la moderata UGT ha accolto l’invito del capo dello Stato come un’opportunità per riprendere il dialogo e cercare una mediazione. Invece la CGTP, il principale sindacato di sinistra, è apparsa scettica e ha continuato a denunciare la riforma. Dulcis in fundo, il Partito Socialista ha ribadito il suo “no” alla riforma, anticipando che in Parlamento voterà contro la proposta del governo.
La “lei laboral” è diventata così il detonatore di una tensione politica che covava sotto la cenere: con il governo di Luís Montenegro, deciso a imprimere una svolta al mercato del lavoro. Sul fronte opposto una sinistra politica e sindacale che vede il provvedimento come un attacco ai diritti acquisiti dai lavoratori. E in mezzo il povero Seguro, il presidente che si era presentato ai portoghesi come garante della moderazione e dell’equilibrio politico. Non a caso aveva promesso (in campagna elettorale) di porre il veto a una riforma approvata senza un accordo in sede di concertazione sociale.
Adesso però lo scontro lo politico–sociale in atto costringe il neopresidente a esporsi prima del previsto e lo mette in una posizione difficile. Se interverrà troppo, verrà accusato di ostacolare il governo perdendo il ruolo di arbitro che si era dato. Se interverrà troppo poco, si mostrerà debole e tradirà le aspettative dei portoghesi che con un autentico plebiscito, e contro ogni previsione, lo hanno eletto al vertice dello Stato.
