Meloni in difficoltà
ma Schlein è debole

I festeggiamenti della sinistra europea per la vittoria di Magyar alle elezioni politiche ungheresi sono comprensibili. Il fondatore di Tzisa, il partito che ha mandato al tappeto un sovranista abile e “pericoloso” come l’ex premier magiaro non può propriamente essere considerato di sinistra. Anzi, Per anni è stato un pupillo di Orbán.

Giorgia Meloni e Viktor Orbàn

Quello che è successo in Ungheria mette quindi in evidenza un tratto comune a molte democrazie occidentali: la difficoltà di esprimere leader progressisti capaci di sconfiggere la destra populista. Non è solo una questione di nomi, di volti, di personalità più o meno carismatiche. È un problema più profondo e investe la diffusa incapacità delle forze progressiste d’interpretare un mondo che è cambiato più velocemente delle sue categorie politiche.
Per anni la sinistra ha confidato nella forza delle proprie tradizioni, nella solidità dei propri riferimenti sociali, nella centralità del lavoro come collante identitario. Ma quel mondo non esiste più. Al suo posto c’è una società frammentata, attraversata da nuove disuguaglianze e da un senso diffuso di insicurezza. E mentre le destre hanno saputo intercettare paure e risentimenti, la sinistra è rimasta intrappolata nei suoi vecchi schemi.
Il risultato è sotto gli occhi di tutti: leadership deboli e incapaci di durare. In Italia abbiamo l’eterno duello tra Cinquestelle e Pd per la guida del cosiddetto Campo largo che racconta più di qualsiasi analisi politica. In Francia, la sinistra è un mosaico di sigle che si guardano in cagnesco. In Germania, la SPD conta sempre meno. E negli Stati Uniti, i dem non hanno un nuovo leader capace di mandare a casa un Trump fuori controllo e ormai in caduta libera in tutti i sondaggi.

La sinistra, Elly Schlein

Elly Schlein

La sinistra, oggi, si trova quindi davanti a un bivio. Può continuare a inseguire il passato, sperando che il mondo torni com’era oppure cambiare completamente schema di gioco per cercare di ricostruire un rapporto con quella parte del suo elettorato che da troppi anni si sente ignorata e ormai non si sente rappresentata da nessuno. Da questo punto di vista il caso italiano è emblematico. La netta sconfitta di Giorgia Meloni al referendum costituzionale sulla riforma della giustizia ha aperto una crepa evidente nel fronte di governo. Una crepa che, in qualsiasi democrazia matura, l’opposizione avrebbe trasformato in un varco politico, tranne che da noi dove la sinistra continua a guardarsi allo specchio.
A ben guardare, il vero, grande problema della politica italiana è l’assenza di un’alternativa al governo Meloni. Con la premier in difficoltà sempre più evidente in Italia e adesso anche all’estero, la segretaria dem Elly Schlein balbetta. Mentre tutta la sinistra non è stata capace perfino di sfruttare nemmeno l’occasione d’oro offerta dall’esito del referendum. Purtroppo in tutto questo non c’è niente di nuovo. Anzi. Ogni volta che si apre uno spazio politico e il Paese chiede un cambiamento, il campo progressista sa rispondere solo con il dibattito interno sull’eterna questione delle primarie per la leadership del Campo largo. Una diatriba ciclica ed estenuante. Con nomi che salgono e scendono, alleanze che a volte durano il tempo di un comunicato e un moltiplicarsi di veti incrociati. In un logoramento quotidiano che sostituisce la politica con la tattica. E così il Campo largo continua a presentarsi come un cartello elettorale, un contenitore senza contenuto. Persino adesso, in un momento in cui dopo tutti i colpi incassati a partire dal 24 marzo ad oggi, Giorgia Meloni e la sua maggioranza sembrano tutt’altro che imbattibili …