Il Papa non ha
paura di Trump

È famosa nel 1945, durante i colloqui di Yalta fra i tre Grandi vincitori della Seconda guerra mondiale, Winston Churchill, Franklyn D. Roosevelt e Josef Stalin. Quest’ultimo pronuncia la frase provocatoria a chi gli fa presente che si deve tener conto anche delle esigenze di Pio XII sul futuro assetto europeo: «Quante divisioni ha il Papa?».

Papa Leone, Papa Leone XIV

Papa Leone XIV

Si pensi quel che si vuole del Vaticano, della religione cristiano-cattolica, del comunismo: fatto è che, a prescindere dalle “legioni”, il Vaticano c’era prima che si affermasse il regime comunista; c’è ancora, che Stalin e comunismo sono morti e sepolti da tempo. C’era prima di Trump, ci sarà anche dopo la fine del trumpismo.
Questo per dire come i successori di Pietro non sono “solo” punti di riferimento ideali e culturali per centinaia di milioni di persone nel mondo; sono anche attori-protagonisti “terreni” di cui devono tenere conto anche i più irriducibili laici e anticlericali; al di là della loro volontà, sono rappresentanti in terra di chi crede nel Padreterno; ma anche dei “Cesari” tra i “Cesari”. Piaccia o no.
Preambolo per dire quanto stolto sia l’attuale inquilino alla Casa Bianca che si permette di offendere il Pontefice suo “compaesano” Leone XIV: «È un debole, pessimo sulla politica estera». Fino alla sesquipedale cialtronata: «Senza di me, non sarebbe Papa».
Si può essere tentati di liquidare il tutto sostenendo che si tratta del delirio di impotenza di uno svalvolato da affidare a uno strizzacervelli molto bravo. C’è senz’altro qualcosa di vero: ma, al tempo stesso, è troppo semplice, troppo facile; anche se non da ora il “comandante in capo” dimostra un decadimento se non fisico (come il suo predecessore Joe Biden), certamente psichico (in modo più vistoso ben più di Biden), si può ben dire, con il Bardo: «Though this be madness, yet there is method in’t».

Donald Trump

D’accordo: gli Stati Uniti d’America sono una “insalata” mista di popoli, etnie, culture e religioni. Quella cattolica non è la religione maggioritaria. Grosso modo, il 46-51 per cento circa degli Statunitensi è protestante; i cattolici sono il 20-24 per cento. Poi ebrei, musulmani, buddisti, agnostici, atei. I protestanti, la confessione più diffusa, è a sua volta frazionata in battisti, metodisti, luterani. Per quello che riguarda Trump, cresce presbiteriano, ma si è dichiarato cristiano non denominazionale. Ha comunque ottenuto un forte sostegno dagli evangelici. Non sente, insomma, un senso di riverenza e rispetto come lo potevano sentire un John F. Kennedy o un Biden. Ma alle ultime elezioni presidenziali l’elettorato cattolico, per tradizione democratico, si è orientato in prevalenza sulle sponde repubblican-trumpiane. Perché dunque Trump decide di dare questo sonoro schiaffo a una parte di elettorato che avrebbe invece tutto l’interesse vellicare in occasione delle importanti e determinanti elezioni di midterm, appartiene al mistero e all’imperscrutabile.
Non è la prima volta che tra Vaticano e Casa Bianca i rapporti sono tesi. Basti pensare alla sprezzante risposta, nel 2003, dell’allora presidente George Bush a papa Giovanni Paolo II che, con un’accorata missiva, gli chiedeva di non invadere l’Iraq di Saddam Hussein: «Non mi farò influenzare dal Papa».

La Basilica di San Pietro

Ma mai una polemica al calor bianco come quella di questi giorni.
È noto che l’attuale inquilino della Casa Bianca è personaggio vendicativo, brutale, umorale. Un personaggio, non va dimenticato, che non ha remore a rallegrarsi per la morte di Robert Mueller, direttore dell’FBI dal 2001 al 2013, “colpevole” di aver condotto le indagini sul “Russiagate”, le presunte collusioni tra Cremlino e la campagna elettorale di Trump. Un personaggio che assicura di «Odiare i miei avversari», durante la commemorazione di Charlie Kirk, dopo che la vedova aveva appena finito di perdonare l’assassino.
Di sicuro Trump non perdona a papa Leone il suo pubblico dissenso circa le sue “politiche” sull’immigrazione e i clandestini; sicuramente non ha digerito il rifiuto del Vaticano, a metà febbraio, di aderire alla scriteriata iniziativa del Board of Peace per la “ricostruzione” di Gaza.
Questo per dire in che mani (e in che testa) è la “politica” che governa (o più propriamente sgoverna) il pianeta.
Il Pontefice ha brevemente replicato all’invettiva; un telegrafico: «Non ho paura di lui, né voglio farci un dibattito».
Papa Leone ha dato con poche scelte parole due “lezioni”: una diretta a Trump: non ha intenzione di perdere tempo con lui. E a tutti i leader e governanti d’Europa: «Non ho paura di lui» (sottinteso: cercate di non averne neppure voi).
Infine una domanda a tutti noi: chi è più pazzo, il “pazzo”, o chi lo segue e ne condivide la “follia”?