Tregua fragile in Iran,
consolato Usa-Cina
alla prova sul campo

Tregua di 2 settimane in Iran, Raid israeliani contro i siti petrolchimici di Mahshahr in Iran

Raid israeliani contro i siti petrolchimici di Mahshahr in Iran

La tregua di 2 settimane in Iran è una creatura fragile, si vedrà se vivrà. Israele continua gli attacchi agli Hezbollah in Libano e Teheran richiude il pomeriggio dell’8 aprile lo Stretto di Hormuz appena riaperto alle petroliere.

Sabato 10 aprile cominciano le difficilissime trattative a Islamabad, in Pakistan, sul cessate il fuoco. Non è detto che i negoziatori siano, come programmato, J.D. Vance, vice presidente degli Stati Uniti e Mohammad Bagher Ghalibaf, presidente del Parlamento iraniano. Forse tratteranno i funzionari dei paesi belligeranti e non andrà Vance per ragioni di sicurezza.
Sarà il primo contatto diplomatico diretto dallo scorso 28 febbraio, quando gli Usa e Israele hanno attaccato la Repubblica Islamica. Quasi 40 giorni di bombe, di missili, di droni sconvolgono tutto il Medio Oriente. I bersagli non sono solo postazioni militari e fabbriche belliche ma anche raffinerie, impianti petroliferi, centrali elettriche, aeroporti, porti, grattaceli, ponti, scuole. Donald Trump e Benjamin Netanyahu devastano il paese degli ayatollah e uccidono gran parte della classe dirigente. Teheran vieta lo Stretto di Hormuz alle petroliere degli Stati belligeranti e ai loro alleati; attacca le basi Usa e Israele. Quindi bersaglia gli Stati arabi confinanti: Emirati Arabi Uniti, Bahrain, Kuwait, Qatar, Arabia Saudita, Iraq, Giordania, Oman.

Portaerei americana in azione contro l’Iran

Risultato: è colpito il cuore mondiale dell’oro nero. Si contano morti, rovine, il prezzo del petrolio e del metano raddoppia rispetto alle quotazioni di prima della guerra contro l’Iran.
Si sfiora il collasso con il petrolio saudita in salita verso 150 dollari a barile. Trump lancia ultimatum, minaccia sfracelli ma cerca il dialogo. Propone una tregua di 45 giorni e l’immediata riapertura alla libera navigazione dello Stretto di Hormuz però i mullah respingono la richiesta. Il Pakistan tenta una mediazione assieme all’Egitto e alla Turchia, ma è un buco nell’acqua.

Il presidente degli Stati Uniti allora pronuncia una minaccia tragica all’Iran se non verrà accettato il suo piano di cessate il fuoco: «Un’intera civiltà morirà stanotte, non vorrei ma è probabile». Si diffonde la paura: qualcuno teme perfino l’uso della bomba atomica, la Casa Bianca smentisce la voce tuttavia la tensione è altissima. Il Pakistan, sembra sostenuto con forza dalla Cina, tenta una nuova mediazione in extremis: tregua di 2 settimane in Iran e riapertura di Hormuz.

Donald Trump e Xi Jinping

Il sì arriva a mezzanotte e mezza ora italiana dell’8 aprile, un’ora e mezza prima della scadenza dell’ultimatum.
È evitata, almeno per ora, una catastrofe umana ed economica con il possibile aumento astronomico del greggio a 200 dollari a barile. Trump canta vittoria per «il cessate il fuoco bilaterale», per la riapertura di Hormuz, per la rinuncia di Teheran alla bomba nucleare, per il negoziato per «una PACE a lungo termine» con l’Iran destinata a tutto il Medio Oriente. Le pressioni di Pechino per un cessate il fuoco sembra siano state determinanti. Trump conferma indirettamente: «È quello che sento dire». La portavoce del ministero degli Esteri cinese Mao Ning apprezza la tregua di 2 settimane in Iran e sollecita una soluzione politica per arrivare alla pace in Medio Oriente. Dice: «Anche la Cina ha compiuto i propri sforzi in tal senso».
La Repubblica Popolare Cinese, la super potenza in competizione con gli Stati Uniti per la supremazia mondiale, ha tutto l’interesse alla fine della guerra, a un accordo di pace, ai prezzi dell’energia bassi per favorire le sue fabbriche e i suoi commerci. Il presidente americano, salvo imprevisti, il 14 e 15 maggio incontrerà a Pechino Xi Jinping. Il primo viaggio, già fissato per fine marzo, è stato annullato per il protrarsi della guerra. Con il presidente cinese sono aperti da tempo vari contenziosi (dazi, tecnologie, Taiwan). Trump oscilla tra dialogo e prove muscolari con Xi Jinping. Teme la potenza economica e tecnologica cinese e cerca di rompere “l’alleanza senza limiti” di Pechino con Mosca. Per ora il mondo è retto da una sorta di consolato instabile tra Usa e Cina.