Trump molla Zelensky
per il petrolio di Putin

Caro petrolio, Una petroliera attaccata dagli iraniani al largo dell'Iraq

Una petroliera attaccata dagli iraniani al largo dell’Iraq

Trump camuffa la paura per il caro petrolio dietro una affermazione audace: «Quando i prezzi del petrolio aumentano, facciamo un sacco di soldi» perché «gli Stati Uniti sono il più grande produttore al mondo».

In realtà non è così: incassano “un sacco di soldi” le multinazionali petrolifere ma i cittadini americani pagano il conto. I cittadini pagano la benzina molto più cara al distributore oppure al supermercato hanno la sorpresa della spesa più salata per la crescita dell’inflazione. L’economia poi arretra per la salita della bolletta energetica.
Dall’inizio dell’anno l’oro nero è rincarato a 100 dollari al barile dai poco più di 60. L’attacco all’Iran degli Usa e di Israele del 28 febbraio travolge le quotazioni e le Borse internazionali. La chiusura dello Stretto di Hormuz deciso dalla Repubblica islamica fa arrivare il petrolio a punte di quasi 120 dollari e il gas viaggia in parallelo. Nemmeno l’Aie, l’Agenzia internazionale dell’energia composta dai paesi occidentali, è riuscita a calmierare i mercati mondiali sbloccando 400 milioni di riserve strategiche di greggio.
Il presidente Usa è impaurito dall’esplosione dei prezzi e fa marcia indietro verso parte delle sanzioni contro Vladimir Putin. Lo annuncia egli stesso dopo una lunga telefonata con lo “zar”: «Rimuoveremo le sanzioni finché la situazione non si risolverà». Così il segretario al Tesoro Usa Scott Bessent autorizza, sia pure temporaneamente, l’acquisto del petrolio russo in transito. Insorgono l’Unione Europea e Volodymyr Zelensky perché Mosca finanzia proprio con la vendita del petrolio e del gas la guerra contro Kiev. Il presidente dell’Ucraina accusa: grazie alla decisione degli Usa, la Russia potrebbe guadagnare «circa 10 miliardi di dollari da spendere in armi da usare contro di noi».

Soccorsi dopo alcuni raid aerei israeliani su Teheran

Il caro petrolio fa paura. Il presidente degli Stati Uniti cerca di rassicurare i mercati e l’opinione pubblica americana sempre più critica verso la guerra in Iran (secondo un sondaggio della PBS/NPR/Marist il 66% della popolazione è contrario). Assicura: il conflitto finirà «molto presto», il regime degli ayatollah è «vicino alla sconfitta». Ma non è così. Non a caso chiede l’intervento della Nato per garantire la sicurezza dello Stretto di Hormuz. Minaccia: «Se non ci sarà alcuna risposta o se la risposta sarà negativa, penso che sarà molto negativo per il futuro della Nato». Dall’Europa arriva subito un secco “no”, in testa Regno Unito e Germania, perché «non è una guerra della Nato».

Lo Stretto continua a restare chiuso alla navigazione, sembra permesso il transito solo alle navi dirette in Cina e India. I pasdaran iraniani colpiscono con droni e missili le petroliere e gasiere che tentano di passare. Mojtaba Khamenei detta la linea dura: «La leva del blocco dello Stretto di Hormuz deve continuare a essere utilizzata come strumento di pressione contro il nemico». La nuova Guida suprema dell’Iran ricorda l’uccisione del padre Ali, sollecita una lotta senza quartiere a Usa e a Israele.

Volodymyr Zelensky e Donald Trump

E i paesi arabi confinanti devastati con droni e missili assieme alle basi militari Usa e a Israele? Mojtaba Khamenei è perentorio: «Consiglio loro di chiudere al più presto le basi americane, perché ormai è evidente che la promessa degli Stati Uniti di garantire sicurezza e pace non era altro che una menzogna». 
La guerra lampo promessa da Trump non c’è, sembra una chimera la “resa incondizionata” chiesta dal presidente americano. È in fiamme l’intero Medio Oriente: Usa e Stato ebraico bombardano l’Iran. I pasdaran e l’esercito regolare degli ayatollah bombardano le basi americane e israeliane (ad Erbil e in Kuwait sono colpiti due distaccamenti militari italiani fortunatamente senza morti e feriti). Ma vanno con la mano pesante bersagliando anche le raffinerie, i giacimenti di greggio e di metano, i depositi di carburante, gli aeroporti, gli alberghi, i grattaceli delle città. Risultato: morti e feriti, distruzioni negli Emirati Arabi Uniti, Oman, Qatar, Kuwait, Bahrein, Arabia Saudita, Iraq, Giordania. Israele a caccia degli Hezbollah alleati dell’Iran causa quasi un milione di sfollati in Libano.

Caro petrolio, Vladimir Putin e Donald Trump

Vladimir Putin e Donald Trump

Grazie al caro petrolio Putin gioca le sue carte, vuole riprendere le sue esportazioni di idrocarburi in Europa (che prima dell’invasione dell’Ucraina acquistava da Mosca il 40% del suo fabbisogno di gas). Il presidente della Russia si dice pronto a riallacciare i rapporti con l’Europa a patto che i governi siano disponibili a tornare a una cooperazione «sostenibile e stabile, libera da considerazioni politiche». Anche Zelensky cerca di giocare le sue poche carte. Il presidente Ucraino manda delle squadre di specialisti in droni di attacco «completamente equipaggiate» in Qatar, Emirati Arabi Uniti, Arabia Saudita e nelle basi americane in Giordania.
Putin e Zelensky calano le loro carte in Medio Oriente per vincere in Ucraina. Ma se non ci sarà un cessate il fuoco e lo Stretto di Hormuz resterà chiuso probabilmente il vincitore sarà lo “zar” soprattutto se il greggio schizzerà a 150-200 dollari come minacciano gli iraniani. Il caro petrolio è una carta vincente per Putin.